Prima i morti, poi la fattura. Roma: «Non pagheremo»
Prima non si impedisce la tragedia. Poi si curano i ragazzi sopravvissuti. Infine si presenta il conto al loro Paese. Se non fosse una storia terribilmente vera, sembrerebbe una caricatura della burocrazia elevata a sistema. Invece è l’ultimo capitolo del disastro di Crans-Montana: gli ospedali svizzeri reclamano circa 1,5 milioni di franchi, oltre 1,6 milioni di euro, per le cure prestate ai giovani italiani feriti nell’incendio del locale Le Constellation.
Una richiesta che lascia sconcertati soprattutto perché non è stata ancora scritta la parola fine sulle responsabilità della tragedia. Su quelle si continua a indagare. La contabilità, invece, corre più veloce della giustizia.
Ed è qui che Roma ha piantato i piedi. Giorgia Meloni aveva già definito «ignobile» l’eventuale richiesta, annunciando che sarebbe stata «respinta al mittente». L’ambasciatore italiano a Berna Gian Lorenzo Cornado era stato ancora più netto: «Non pagheremo né ora, né mai».
Perché il problema non sono soltanto gli 1,6 milioni. È il principio: si può davvero ridurre una tragedia di queste dimensioni a una normale pratica di rimborso sanitario internazionale?
Il caso delle 15 ore a Sion
Secondo quanto riferito dalla radiotelevisione pubblica svizzera RTS, dodici vittime italiane furono curate negli ospedali elvetici dopo il rogo.
Emblematico il caso di Manfredi Marcucci, gravemente ustionato alla schiena, alle mani e alle braccia. Ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Sion, dopo appena 15 ore venne trasferito in elicottero a Milano. Per quella permanenza furono contabilizzati 66.800 franchi.
Il padre Umberto Marcucci ha posto una questione difficilmente liquidabile con un modulo amministrativo: se un italiano si rompe una gamba sciando in Svizzera, è normale applicare gli accordi sanitari. Ma se viene gravemente ferito in un locale per possibili negligenze, con responsabilità ancora da accertare, sarebbe quantomeno ragionevole attendere che la giustizia stabilisca che cosa sia realmente accaduto.
Difficile dargli torto.
L’accordo esiste, ma il caso non è normale
Va precisato che la posizione svizzera possiede una base giuridica. Gli accordi applicabili alle cure sanitarie transfrontaliere prevedono normalmente che le spese sostenute all’estero siano regolate attraverso il sistema sanitario del Paese nel quale il paziente è assicurato.
Ma Crans-Montana non è una settimana bianca terminata con una tibia rotta.
È una strage.
Ed è precisamente questa eccezionalità che l’Italia mette sul tavolo. Prima di stabilire chi debba sostenere le spese sarebbe ragionevole chiarire fino in fondo perché quei ragazzi abbiano avuto bisogno di quelle cure e se vi siano state responsabilità nella sicurezza del locale e nei controlli.
Roma alza il muro
La risposta italiana è stata inequivocabile.
Oltre alla presa di posizione di Meloni, l’ambasciatore Cornado ha ricordato un particolare tutt’altro che secondario: l’Italia ha curato all’ospedale Niguarda di Milano anche cittadini svizzeri coinvolti nella tragedia, mentre la Protezione civile della Valle d’Aosta partecipò ai soccorsi nelle ore immediatamente successive all’incendio.
Roma ha quindi richiamato anche un elementare principio di reciprocità.
Tradotto dal linguaggio diplomatico: noi abbiamo soccorso e curato senza chiedere prima chi avrebbe pagato.
A maggio anche Antonio Tajani, incontrando il presidente della Confederazione Guy Parmelin, aveva ribadito che le spese non avrebbero dovuto gravare né sulle famiglie né sullo Stato italiano. La Farnesina aveva inoltre riferito dell’impegno svizzero affinché nessun costo venisse richiesto direttamente alle famiglie.
Eppure la questione non è stata definitivamente chiusa.
Anche in Svizzera c’è chi dice no
La vicenda divide persino la politica elvetica. La parlamentare verde-liberale Céline Weber sostiene che gli accordi internazionali vadano rispettati anche quando producono conseguenze scomode. La socialista Laurence Fehlmann Rielle, invece, ritiene che la Confederazione dovrebbe assumersi quei costi proprio per la straordinarietà della tragedia.
Una posizione significativa: anche a Berna c’è chi comprende quanto sia difficile trattare Crans-Montana come una normale pratica amministrativa.
La Confederazione, peraltro, ha predisposto importanti misure economiche in favore delle vittime e dei familiari. Proprio il riconoscimento ufficiale dell’eccezionalità del disastro rende ancora meno comprensibile un’applicazione puramente burocratica delle normali procedure sanitarie.
La solidarietà non ha il tariffario
Nelle ore successive alla tragedia non c’erano italiani e svizzeri. C’erano ragazzi ustionati da salvare.
L’Italia ha messo a disposizione ospedali, medici, mezzi e strutture. Ha curato anche cittadini svizzeri. Ha fatto quello che dovrebbe fare una comunità civile davanti a una catastrofe.
Per questo la fermezza italiana non può essere liquidata come il tentativo di risparmiare denaro pubblico. La questione è più seria.
Prima bisogna stabilire le responsabilità della tragedia. Poi si potranno applicare convenzioni, rimborsi e procedure.
La burocrazia ha le sue regole, ma dovrebbe esistere anche una gerarchia delle priorità. Davanti ai morti e ai feriti di Crans-Montana, trasformare le prime cure ai sopravvissuti in una controversia contabile lascia inevitabilmente l’amaro in bocca.
Roma, almeno questa volta, ha risposto senza perifrasi: no.
Ed è difficile immaginare una risposta più chiara.

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