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Zuckerberg: il pentito del Grande Fratello digitale getta la maschera

C’è un detto che recita: “Meglio tardi che mai”. Ecco, dopo le dichiarazioni di Mark Zuckerberg, il re incontrastato dei social, forse è il caso di cambiarlo in: “Meglio mai che tardi”. Sì, perché quello che il papà di Facebook e Instagram ha confessato in un video diffuso nei giorni scorsi non è solo la cronaca di un pentimento tardivo, ma il resoconto dettagliato di una manipolazione colossale. Una manipolazione che, per anni, ha calpestato la libertà di espressione in nome del politicamente corretto globale. Ora però, il buon Zuck ha deciso di fare un passo indietro. Applausi? Neanche per idea. Qui si sente solo un fragoroso: “Te ne sei accorto adesso?”

La confessione di Zuck: “Da oggi non censuriamo più”

Martedì scorso, Zuckerberg ha fatto il grande annuncio: “Da oggi, Facebook e Instagram non censureranno più”. Bene, bravo, bis. Ma il problema non è ciò che promette di fare da oggi in poi, bensì ciò che ha ammesso di aver fatto fino a ieri. È come se un banchiere confessasse: “Fino a ieri rubavamo i soldi dai conti correnti, ma da domani smettiamo”. O come se un politico dichiarasse: “Abbiamo frodato per anni, ma dal 2025 saremo onesti”. Questo non è un pentimento, è un’autodenuncia.

Per anni, signori, i social più potenti del pianeta hanno silenziato chi non si allineava al pensiero dominante. Hanno cancellato post, bannato utenti, oscurato voci scomode. Tutto questo grazie a un sofisticato apparato di censura che oggi, con candida nonchalance, Zuckerberg decide di smantellare.

I fact-checker: da giudici supremi a disoccupati

Partiamo dai fact-checker, quegli “oracoli del vero” che avevano il potere di stabilire cosa fosse degno di essere pubblicato e cosa no. Avete presente? Quei simpaticoni che etichettavano come “fuori contesto” persino una foto di un tramonto, se il cielo era troppo rosso. Bene, Zuckerberg ha deciso che non servono più. Li ha definiti “troppo politicamente orientati”. Ah, davvero? E chi l’avrebbe mai detto!

Per anni, questi giudici senza toga hanno deciso che chiunque osasse mettere in dubbio la narrativa dominante sul Covid, sul clima, sull’immigrazione o sulle questioni gender fosse un pericoloso diffusore di fake news. E adesso? Adesso il grande capo dice che erano strumenti di censura. Ci sarebbe quasi da ridere, se non ci fosse da piangere.

La California censuratrice cede il passo al Texas cowboy

E vogliamo parlare dei team interni di censori? Quelli che, dalla dorata California, decidevano cosa fosse “accettabile” per il pubblico globale? Anche loro finiranno nell’archivio delle vergogne. Zuckerberg ha annunciato che i loro poteri saranno drasticamente ridotti e che le operazioni saranno trasferite in Texas. Sì, proprio nel Texas repubblicano, patria del cappello da cowboy e nemico giurato del politicamente corretto.

Provate a immaginare la scena: fino a ieri, un giovane progressista californiano eliminava dal vostro feed un articolo che metteva in dubbio il riscaldamento globale, etichettandolo come “misleading”. Domani, invece, un texano in stivali potrebbe persino lasciarvi pubblicare una critica ai sacri dogmi del mainstream. Che rivoluzione!

L’Europa nel mirino: Zuckerberg spara a zero

Ma il momento clou del video è arrivato quando Zuck ha puntato il dito contro l’Europa. “Difficile innovare”, ha detto, “perché le istituzioni si occupano più di limitare e censurare che di sviluppare”. Una frecciata che non ha bisogno di interpretazioni. Qui non si tratta solo di difendere la libertà di espressione, ma di fare i conti con un continente che, a suo dire, sarebbe più interessato a bloccare che a costruire.

A quanto pare, però, Zuckerberg ha dimenticato di specificare che per anni lui stesso ha adottato una politica di censura globale, ben più efficace di qualsiasi regolamento europeo. È come se un piromane criticasse i vigili del fuoco per il loro modo di spegnere gli incendi.

Il grande ribaltone: da progressista a trumpiano

E poi c’è la ciliegina sulla torta. Zuckerberg, l’idolo progressista, si scopre improvvisamente simpatizzante di Elon Musk e del suo approccio trumpiano alla libertà di espressione. Una svolta che lascia di stucco chi per anni lo aveva idolatrato come il baluardo del politicamente corretto. Ora, però, Zuck ammicca al cowboy Musk e si pente dei suoi peccati digitali.

Ma attenzione, cari lettori, qui non si tratta di una vera redenzione. Questo è un cambio di strategia, niente di più. Quando il vento soffia da una parte, si alza la bandiera corrispondente. È la regola numero uno del marketing.

Zuckerberg ha confessato, ma chi lo giudica?

Alla fine di questo lunga e surreale confessione, resta una domanda: chi giudica Zuckerberg? Chi lo processa per aver trasformato i social network in strumenti di propaganda? Nessuno, ovviamente. Perché lui è l’imperatore del villaggio globale, e gli imperatori non rispondono delle loro azioni.

Ciò che rimane è un’amara consapevolezza: per anni siamo stati prigionieri di una piattaforma che predicava apertura e uguaglianza, ma praticava censura e discriminazione. Ora, il capo di tutto questo sistema si pente e promette libertà. Ma la fiducia, signori miei, non si compra con un video di cinque minuti.

Quindi, caro Zuckerberg, grazie per la confessione. Ma il danno ormai è fatto, e la libertà di espressione, quella vera, non si riconquista con un semplice: “Scusate, ci siamo sbagliati”. Avanti il prossimo.

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