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Torino ostaggio della violenza di Askatasuna

Torino, la nostra amata città della Mole, è diventata il ring preferito di chi si diverte a trasformare la protesta in guerriglia. Non è più il luogo dove i profumi del bicerin si mescolano alla cultura, ma una metropoli ostaggio della violenza. A orchestrare questa sinfonia di caos e devastazione? Il solito noto: Askatasuna.

Questa storia, però, non è solo di muri imbrattati e vetri rotti. No, è la fotografia di un fallimento politico. Torino è stata ridotta a un campo di battaglia dove scritte contro la polizia decorano i muri di via Po, piazza Castello e persino la scuola Parini di corso Giulio Cesare. Il tutto mentre, si legge nell’ultimo bollettino di guerra, nove servitori dello Stato, tra polizia e carabinieri, tornano a casa feriti, magari con qualche costola incrinata come souvenir. Che meraviglia, vero?

E sapete qual è il punto più grottesco di tutto questo? L’amministrazione cittadina guidata dal sindaco Stefano Lo Russo non solo non riesce a garantire l’ordine, ma sembra addirittura voler legalizzare questo centro sociale. Un centro che, giova ricordarlo, è già al centro di innumerevoli inchieste e processi. Una scelta incomprensibile, quasi provocatoria, che grida vendetta davanti ai cittadini perbene. Vi pare normale?

Askatasuna, professionisti della violenza

Askatasuna non è un semplice centro sociale. No, signori miei, è un’industria della guerriglia. Un marchio registrato del caos. Quando c’è da tirare una transenna contro un blindato, loro sono sempre in prima fila. Quando bisogna trasformare un corteo in un inferno urbano, eccoli lì, puntuali come un orologio svizzero, a coordinare l’attacco.

L’ultimo episodio è fresco di cronaca: il pretesto è la manifestazione per Ramy Elgamy, il 19enne morto a Milano. Al grido di “giustizia”, cosa fanno i bravi ragazzi di Askatasuna? Assaltano il commissariato di Dora Vanchiglia, mandano in frantumi le vetrate, vandalizzano muri con insulti alle forze dell’ordine e lanciano uova e spray contro chiunque osi opporsi. Tutto questo mentre, ovviamente, poliziotti e carabinieri si trasformano in bersagli mobili.

Risultato? Nove feriti tra le forze dell’ordine e un ufficio denunce costretto a chiudere. Ora, se non è un’emergenza questa, ditemi voi cos’è. Ah, già: per qualcuno queste sono solo manifestazioni di “disagio sociale”. Certo, è più facile chiamarle così che affrontare il problema.

Sindacati in rivolta: “Non possiamo tollerare”

E mentre Torino si sveglia con i muri vandalizzati e il suo centro trasformato in una galleria d’arte moderna fatta di scritte contro la polizia, i sindacati delle forze dell’ordine esplodono: “Questa escalation di violenza non può essere tollerata. Serve un’azione immediata e decisa”. Parole forti, certo. Ma il problema è che cadono nel vuoto, come un sasso lanciato in un pozzo senza fondo.

Dal Comune? Silenzio. O peggio, tentativi di dialogo con chi non conosce altro linguaggio se non quello della violenza. Chiedetelo ai 28 imputati nel processo contro Askatasuna, che rischiano complessivamente 88 anni di carcere per essere dei “professionisti della violenza”. Professionisti, capite? Non dilettanti. Qui c’è gente che la guerriglia la pianifica come un ingegnere disegna un ponte. E Lo Russo cosa fa? Ascolta. Dialoga. E Torino brucia.

Guarda l’intero filmato: https://youtu.be/YLanMocOxmg?si=SVqPPMs-HMJENm0O

Lo Russo e la sinistra: complici del caos?

E ora parliamo del nostro caro sindaco, Stefano Lo Russo. Sì, perché il tema è anche politico. “Legalizziamo Askatasuna”, sembra essere il mantra della sua amministrazione sinistrorsa. Legalizziamo un centro sociale che è una fabbrica di tensioni e violenze. Una brillante idea, non trovate? O forse no. Perché se è vero che chi semina vento raccoglie tempesta, allora la sinistra torinese si sta preparando a un uragano.

Non stupisce che dal centrodestra siano esplosi: “Torino è diventata il teatro perfetto delle violenze degli antagonisti grazie a Lo Russo e alla sinistra” accusa Fabrizio Ricca della Lega. E non hanno torto. Come si può anche solo pensare di dialogare con chi trasforma una protesta in un’occasione per assaltare un commissariato? Torino non può più essere ostaggio dei violenti, dicono. E come dare loro torto?

Ma il problema è più profondo: l’indifferenza dell’amministrazione comunale è diventata complicità. Ogni giorno di silenzio, ogni tentativo di dialogo con i violenti, è una pugnalata alla sicurezza della città e alla dignità delle sue istituzioni.

Torino, una città sotto assedio

Ma torniamo alla città. Sapete com’è stata ridotta dopo l’ennesima scorribanda di Askatasuna? Muri imbrattati, vetri rotti, la scuola Parini sfregiata, transenne divelte e lanciate contro i blindati. Sembra la scena di un film post-apocalittico. Invece no, è semplicemente Torino al risveglio.

E sapete qual è la beffa? Nel centro sociale di corso Regina Margherita ci dormono sette persone. Sette! E per loro stiamo mandando in frantumi la credibilità di un’intera città. Vi pare normale che un gruppo sparuto tenga in scacco una metropoli da quasi 900 mila abitanti? A me no.

E Lo Russo? Parla di inclusione, di dialogo, di legalità. Ma alla fine, cosa resta? Una città ostaggio, cittadini esasperati e forze dell’ordine ferite. E questo sarebbe il futuro che vuole per Torino?

Basta tolleranza, serve fermezza

Torino non può più essere il parco giochi dei violenti. Serve un cambio di passo. Servono decisioni coraggiose. Perché se continuiamo così, non solo non avremo più una città, ma non avremo nemmeno più un senso di comunità.

E allora, caro sindaco Lo Russo, è ora di agire. Perché il dialogo con chi assalta commissariati non è solo inutile, è un insulto. Ai cittadini, alle forze dell’ordine e alla dignità stessa di Torino.

Torino merita di meglio. E soprattutto, merita di essere liberata da chi la tiene in ostaggio.

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