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F, M o X? La nuova roulette europea dell’identità

Bruxelles ha parlato. O meglio, ha messo una bella “X” sopra la realtà. Sì, perché da oggi in Europa puoi essere maschio, femmina oppure… un mistero. E no, non è l’incipit di un racconto distopico, non è la trama di un episodio di Black Mirror. È la pura, grottesca, imbarazzante verità. L’Eurocamera – con la solita aria da salotto chic e la convinzione di chi vive in una bolla di tofu e post-verità – ha approvato un emendamento che permetterà agli Stati membri di inserire sulla carta d’identità, oltre a “F” e “M”, anche la fatidica “X”. Il sesso neutro. Il genere liquido. L’identità a sorpresa. L’ennesima genialata progressista.

E noi dovremmo anche dire grazie.

Perché non è abbastanza dover ricordare il PIN del bancomat, la password della PEC e il codice della tessera sanitaria. Adesso, quando un poliziotto ti ferma, potresti anche dover spiegare cosa sei. Uomo? Donna? Un punto interrogativo ambulante? Oppure, come direbbe Orwell, “nessuno e tutti contemporaneamente”?

Loro la chiamano libertà. Io la chiamo follia.

Il documento della vergogna

Il regolamento approvato – teoricamente – ha lo scopo di “rafforzare la sicurezza” delle carte d’identità e dei permessi di soggiorno. Un bel chip elettronico, standard comuni, dati biometrici. Tutto molto bello, se non fosse che nel frattempo hanno pensato bene di eliminare il riferimento al sesso biologico. Perché il corpo non conta più. Il dato oggettivo non conta più. L’identità si costruisce al momento, secondo il mood, come un outfit di Zara o un filtro di Instagram.

Secondo i paladini del gender, indicare il sesso biologico sarebbe “discriminatorio”. Meglio lasciare la casellina vuota o, se proprio dobbiamo, metterci quella bella “X”. Sì, la stessa lettera che si usa quando non si sa la risposta. E guarda caso: nemmeno loro sanno bene che cosa significhi. Ma l’hanno approvata lo stesso.

E ora?

Ora ogni Paese dell’UE potrà decidere se includere o meno questa nuova opzione arcobaleno. “POTRÀ”, cioè potenzialmente dovrà, perché sappiamo tutti come vanno queste cose a Bruxelles: cominciano con un “facoltativo” e si finisce con un “obbligatorio”, sotto minaccia di sanzioni, procedure d’infrazione e accuse di medievalismo. E intanto la realtà – quella vera, quella fatta di XY e XX – viene cestinata.

Applaude il solito Alessandro Zan, con il suo entusiasmo da influencer dei diritti: “I diritti non si discutono, si garantiscono”. Peccato che nessuno si sia preso la briga di chiedere agli europei se questa fosse davvero la loro priorità. No, perché nel frattempo ci sono guerre, inflazione, disoccupazione giovanile, ospedali al collasso. Ma a Strasburgo il problema vero era scegliere tra “M”, “F” e “X”.

L’ideologia che mangia la realtà

A sollevare un briciolo di buon senso è stata Isabella Tovaglieri, europarlamentare della Lega, che ha definito il testo “infarinato di ideologia”. Ed è proprio così: siamo davanti a una polpetta ideologica, condita di inclusività e cotta al forno del politicamente corretto. Solo che dentro ci sono spine. Spine per la sicurezza, per la convivenza civile, per l’infanzia.

Sì, perché se sul documento non c’è più un dato certo come il sesso, chi ci garantisce che non si apra la porta a frodi, furberie, ambiguità legali? E a pagarne il prezzo saranno sempre i soliti: i cittadini onesti, quelli che non cambiano identità a seconda del fuso orario.

Ma ai bambini ci pensate?

L’Associazione Pro Vita e Famiglia ha detto una cosa sacrosanta: “Il sesso alla nascita non è più considerato un elemento costitutivo dell’identità, ma qualcosa di mutevole, di opzionale”. Come se l’identità fosse una voce del menu in un ristorante fusion: oggi prendo il maschio, domani provo la femmina, dopodomani magari provo un gender salad con topping neutro.

E tutto questo vale anche per i bambini. Già a sei, sette anni, dovranno imparare che il loro corpo potrebbe non significare nulla. Che il loro certificato di nascita è solo un punto di partenza, ma poi – con un po’ di “consapevolezza” – possono decidere di essere altro. L’“X” diventa un’arma pedagogica, un colpo d’ascia sull’identità. E poi ci sorprendiamo se aumentano i disagi, le fragilità, i disturbi. Ma per carità, guai a dirlo: rischi di finire nel tritacarne del progressismo inclusivo.

Security? Addio

E non dimentichiamoci del punto centrale: la sicurezza. Il regolamento doveva servire a combattere il terrorismo e le frodi. Doveva rendere più difficile per i criminali cambiare identità. E invece? Invece gli regaliamo un intero nuovo campo di ambiguità. Un terrorista con passaporto “X” sarà più facile da monitorare? Un trafficante di esseri umani con sesso non definito sarà più facile da fermare alla frontiera? Ovviamente no. Ma provate a dirlo in aula: verrebbero giù accuse di transfobia, ignoranza, chiusura mentale.

Il paradosso è servito: sotto la bandiera della sicurezza, si sdogana l’insicurezza più totale.

Ci decide cosa siamo?

La verità è semplice e spietata: la biologia non si vota. Non si cambia per emendamento. Non si trasforma con una maggioranza parlamentare. Si nasce maschi o femmine. Con tutto il rispetto per le eccezioni e i drammi individuali, che esistono, certo. Ma costruire una normativa per tutelare le eccezioni significa distruggere la regola.

E mentre l’Unione Europea ci racconta che questa è una battaglia di civiltà, noi perdiamo pezzi di realtà. Un centimetro alla volta. Fino a quando? Fino a quando accetteremo che un documento ufficiale sia una pagina bianca, una maschera di Carnevale, una fiction identitaria. Fino a quando saremo complici di un delirio che nasconde l’ideologia sotto la faccia sorridente dell’inclusività.

Una X sul buonsenso

Questa “X” è molto più di una lettera. È un simbolo. È una cancellazione. È una croce sopra il buon senso, sopra la verità, sopra l’Europa che avevamo immaginato: quella dei diritti, sì, ma anche dei doveri. Dei dati certi. Della concretezza.

Adesso invece siamo nel regno del fluido. Dove non si è più niente, e tutto è discutibile. Dove la realtà si vota a maggioranza, e l’identità è una questione di opinione.

Benvenuti nell’Unione Europea 2.0: liquida, fluida, confusionaria.
Con tanti saluti alla sicurezza, alla logica, e – perché no – anche al futuro.

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