Quando Jeff Bezos e Lauren Sanchez hanno fatto capolino in motoscafo davanti all’Aman sul Canal Grande, Venezia si è preparata a blindare la città come se arrivasse il Papa anziché il terzo uomo più ricco del mondo. E non è finita lì: per celebrare l’unione sull’isola di San Giorgio Maggiore, gli sposi hanno riservato l’Arsenale per dieci giorni, pagando 200 mila euro al giorno al Comune per la location e l’allestimento.
Briciole o beneficenza?
In mezzo allo sconcerto – “Solo tre milioni?!” – pochi ricordano che quei tre milioni di euro non sono un prezzo per l’evento, bensì un vero e proprio contributo straordinario destinato alla tutela della laguna. Bezos e la Sanchez li hanno destinati a Corila, VIU e Unesco, perché difendere Venezia dal degrado e dal cambiamento climatico è un impegno che va oltre le noie delle proteste. E, detto tra noi, per un patrimonio come il suo, briciole che diventano ossigeno per l’economia locale.
Il vero problema? L’invidiosa indignazione
Apriti cielo: piazza San Marco si è riempita di cartelli scandalistici e persino di un fantoccio di Bezos impiccato alla giostra dei cavalli. Le trasmissioni hanno mandato in onda editoriali penitenziali e qualche intellettuale di sinistra ha invocato un regolamento da carcerati per i ricchi: “A Venezia si sposano solo i poveri, buffet freddo, musica off e dieci invitati”. Ma analizziamo i fatti: la città ha incassato tariffe piene per barche, hotel, ristoranti, staff di sicurezza e servizi vari, ha attratto vip e media di tutto il mondo, e alla fine ha guadagnato visibilità e indotto. Se davvero si volesse evitare “l’olocausto dei petrodollari”, basterebbe vietare i matrimoni milionari. Ma finché la legge lo consente, ogni amministrazione lungimirante dovrebbe alzare il telefono e dire “Benvenuto” a un ospite che porta nel carniere quasi un miliardo di euro di potenziale fatturato turistico.
Una carità che profuma di Rinascimento
Nel nostro passato non mancavano i grandi mecenati che sceglievano Venezia per celebrare matrimoni, incoronazioni e feste d’arte. I dogi stessi invitavano re e ambasciatori, e la città si arricchiva di palazzi, ponti e canali lastricati di bellezza. Oggi qualcuno storce il naso perché un magnate di Seattle decide di sposarsi nello stesso scenario usato da Marco Polo e Casanova. Ma se quel magnate paga ogni singolo servizio a prezzo pieno e aggiunge un lascito straordinario, dovremmo gridare gloria, non scandalo.
Un grazie, non una crocifissione
A posteriori, quei tre milioni di euro potrebbero risultare l’angolo di una cattedrale in restauro, un sorriso di speranza per una città che ama i fasti del passato e il buon cristianesimo della carità. E se il buon Dio ci insegna a non giudicare, forse varrebbe la pena ringraziare Jeff Bezos per averci ricordato che, in fondo, la vera ricchezza è saper donare senza attendersi applausi. Anche perché non ne ha bisogno.

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