In un momento in cui l’Unione Europea affronta sfide senza precedenti – dall’inflazione galoppante alla guerra in Ucraina, passando per tensioni commerciali con gli Stati Uniti – la leadership di Ursula von der Leyen si trova messa a dura prova. In una settimana non si decidono solamente gli equilibri politici di Strasburgo, ma si misura la capacità di un presidente della Commissione di mantenere coesa una maggioranza fragile e di preservare la propria credibilità internazionale. Mentre i nodi vengono finalmente al pettine, l’immagine di Von der Leyen vacilla
La sfiducia sul “Pfizer Gate”: un segnale d’allarme
Domani, giovedì 10 luglio, il Parlamento europeo è chiamato a votare la mozione di sfiducia nei confronti di Ursula von der Leyen sul presunto “Pfizer Gate”, ovvero lo scambio di SMS con il CEO di Pfizer per l’acquisto straordinario di vaccini anti-Covid. Pur non avendo i numeri per passare — grazie al blocco compatto di popolari, Renew, socialisti e larga parte dell’ECR — l’episodio rivela una frattura profonda tra la presidente e l’emiciclo di Strasburgo. L’ultima mozione simile risale a dieci anni fa, contro Jean-Claude Juncker, anch’essa respinta con margini risicati: un precedente che sottolinea la rarità di un’azione così drastica.
Il nervosismo in aula
Durante la discussione, lunedì scorso, Von der Leyen ha mostrato segni visibili di tensione, arrivando quasi a interrompere i lavori e a evitare risposte puntuali alle domande più scomode. Questo atteggiamento, lungi dal rafforzarne l’autorità, ha trasmesso l’immagine di una presidente alle corde, incapace di gestire critiche interne ed esterne contemporaneamente. Sul tavolo rimane infatti aperta anche la spinosa trattativa sui dazi con l’amministrazione statunitense, unico fronte di peso nella diplomazia Ue–USA.
Le crepe nella maggioranza
I socialisti non hanno mai nascosto il loro malumore. La capogruppo S&D, Iratxe García Pérez, ha pubblicamente criticato l’asse “popolari–estrema destra” su temi cruciali come il Green Deal e la politica migratoria, dichiarando:
“Non possiamo continuare a negoziare con l’estrema destra e poi chiederci reciprocamente responsabilità.”
Anche la spaccatura interna al Partito Popolare Europeo (PPE), scatenata dalla decisione di affidare la presidenza del gruppo S&D agli spagnoli anziché al Pd italiano, ha ulteriormente indebolito il consenso attorno a Von der Leyen.
Nicola Procaccini, co-presidente dell’ECR, ha definito la mozione di sfiducia “un regalo alle sinistre”, sottolineando come le maggioranze centrodestro “mai viste prima” stiano ottenendo risultati concreti. Tuttavia, questo “dobozzo” di alleanze politiche non basta più a mascherare le divergenze sugli assi strategici dell’Unione.
Il QFP 2028-2034: un bilancio sotto assedio
Il 16 luglio la Commissione presenterà il Quadro Finanziario Pluriennale per il periodo 2028-2034. La proposta – ancora in via di definizione — prevederebbe l’accorpamento della Politica Agricola Comune in un unico fondo e la centralizzazione dei finanziamenti, suscitando l’ostilità sia dei socialisti sia del PPE. Secondo critiche autorevoli, la riorganizzazione rischia di ridurre i fondi disponibili per le campagne agricole e di mettere in crisi le associazioni di categoria.
Ursula von der Leyen intende ridurre l’autonomia delle Regioni nella gestione dei fondi di coesione, contravvenendo all’orientamento di metà Commissione e del vicepresidente Raffaele Fitto, che chiede invece un maggior ruolo degli enti locali per snellire le procedure. Fonti interne confermano che Fitto abbia ormai acquisito uno status di “primus inter pares” tra i sei vicepresidenti, a testimonianza di una Presidenza che fatica a imporre la propria linea.
Lo staff in subbuglio: l’addio di Belloni
A marzo Von der Leyen aveva nominato l’ex-capo della Farnesina Elisabetta Belloni come consigliera diplomatica. Dopo meno di cinque mesi, Belloni è tornata nel suo casale di Monte San Savino, stremata dai contrasti con Björn Seibert, il capo di gabinetto. Voci di corridoio parlano di un Seibert troppo dominante all’interno dello staff presidenziale: un potere che, secondo autorevoli fonti, avrebbe esasperato il neo-arrivato diplomatico.
L’addio di Belloni non è un semplice caso isolato, ma il sintomo di un organigramma in preda a lotte interne. Le dimissioni di figure chiave si susseguono, lasciando Von der Leyen sempre più priva di riferimenti stabili e rendendo imprevedibile la governance quotidiana della Commissione.
Da leader forte a presidente in bilico
Solo un anno fa Von der Leyen incarnava il volto deciso dell’Europa, sfidando persino Macron e ottenendo il ritiro di Thierry Breton come commissario francese. Oggi, invece, si trova a gestire un caleidoscopio di tensioni: dalla questione vaccini al bilancio pluriennale, passando per dissidi nello staff e turbolenze politiche interne. I nodi – ormai inestricabili – sono venuti al pettine, e la sua capacità di guidare l’Unione Europea rischia di essere messa a dura prova.

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