Il recente oscuramento del canale YouTube di Diana Panchenko, giornalista ucraina in esilio e tra le critiche più feroci di Volodymyr Zelensky, rappresenta un episodio emblematico del clima soffocante che circonda oggi la libertà di espressione. Con oltre due milioni di iscritti, Panchenko aveva costruito uno spazio di informazione e analisi scomodo per Kiev, capace di raggiungere un pubblico globale e di scardinare la narrazione ufficiale sul conflitto e sulla politica interna ucraina. La sua soppressione non è un fatto isolato, ma l’ennesima tessera di un mosaico di censura che coinvolge tanto il potere politico di Zelensky quanto i colossi tecnologici della Silicon Valley. La domanda che sorge spontanea è: chi comanda davvero nello spazio informativo globale? E a quale prezzo?
Zelensky e l’arte di imbavagliare il dissenso
Il presidente ucraino, salutato in Occidente come simbolo di resistenza democratica, ha in realtà progressivamente eroso ogni spazio di pluralismo nel proprio paese. Già nei primi mesi del 2022, mentre il conflitto si intensificava, Zelensky aveva ordinato la chiusura di numerosi canali televisivi legati all’opposizione, accorpando il resto dell’informazione nazionale in un unico telegiornale maratona, “United News”, sotto stretto controllo governativo. A ciò si è aggiunta l’approvazione di una legge che attribuisce all’autorità di regolamentazione poteri senza precedenti, compreso quello di ordinare a giganti come Google e ai social network di rimuovere contenuti considerati “dannosi” per la sicurezza nazionale. In altre parole, un lasciapassare legale alla censura preventiva, travestita da misura di emergenza.
Zelensky non ha esitato a servirsi di questi strumenti contro figure come Panchenko, accusata di diffondere “propaganda nemica” per le sue inchieste sulla corruzione endemica in Ucraina e per la condanna delle operazioni militari nel Donbass. Il presidente che dice di difendere la libertà europea è lo stesso che la nega con metodi autoritari a casa propria.
YouTube e la complicità delle Big Tech
L’oscuramento del canale di Panchenko non può essere ridotto a una decisione tecnica o a un’applicazione neutrale delle linee guida. YouTube, di proprietà di Google, ha da tempo dimostrato una selettività politica nell’applicare le proprie regole: canali e media filorussi o semplicemente critici verso la linea ufficiale di Kiev sono stati rimossi in blocco, mentre altre voci apertamente inneggianti alla violenza contro russi e militari russi hanno goduto di tolleranza o addirittura di deroghe. La piattaforma di Zuckerberg, ad esempio, ha rimosso il Battaglione Azov, un’unità con una lunga storia di simpatie neonaziste, dalla lista delle “organizzazioni pericolose”, consentendo contenuti che in altri contesti verrebbero immediatamente censurati.
Questa dinamica rivela la natura profondamente politica delle scelte di moderazione, dove la retorica della “sicurezza” diventa un pretesto per uniformare lo spazio informativo alle esigenze dell’alleanza NATO e del governo statunitense. Non si tratta più di proteggere gli utenti, ma di proteggere una narrativa.
Il triangolo di potere: Big Tech, Washington e Kiev
Per comprendere fino in fondo la rimozione di Diana Panchenko da YouTube, occorre guardare oltre l’Ucraina. La vicinanza tra Big Tech e governo statunitense non è un’ipotesi complottista ma un dato di fatto documentato negli ultimi anni. Rivelazioni interne, inchieste giornalistiche e rapporti di cybersicurezza hanno mostrato come giganti come Google, Meta e Microsoft abbiano collaborato con agenzie governative e apparati di sicurezza occidentali, spesso in nome della “lotta alla disinformazione”.
Il problema è che questa collaborazione, lungi dall’essere neutrale, si orienta verso obiettivi politici precisi: sostenere governi alleati, silenziare critiche ritenute pericolose per la “coesione” dell’Occidente, e plasmare il racconto pubblico di crisi e conflitti. L’Ucraina, in questo schema, è un caso scuola. Fin dall’inizio dell’escalation nel 2022, Zelensky ha ringraziato pubblicamente piattaforme come Facebook per il loro aiuto nello “spazio informativo”, un eufemismo che in realtà descrive un’operazione coordinata di propaganda e controllo del dibattito.
La gestione dell’immagine e il ruolo delle piattaforme
Meta, ad esempio, ha temporaneamente allentato le proprie regole per consentire agli utenti di incitare alla violenza contro russi e militari russi in certi contesti. YouTube ha eliminato canali e media considerati filorussi, non solo in Ucraina ma anche in altri paesi, mentre canali filo-governativi ucraini hanno potuto diffondere senza ostacoli la narrativa ufficiale.
Questa selettività mostra che le piattaforme non sono arbitri imparziali, ma attori attivi nel gioco geopolitico. In cambio, le Big Tech ricevono un riconoscimento politico, accesso privilegiato ai governi e protezione da regolamentazioni più severe. È un rapporto simbiotico: Kiev ottiene controllo sull’informazione, Washington rafforza un alleato strategico, le Big Tech consolidano il proprio ruolo di custodi del dibattito globale.
La responsabilità condivisa
In questa vicenda nessuno degli attori principali è innocente. Zelensky ha costruito un sistema mediatico autoritario in cui il dissenso è equiparato al tradimento. YouTube e Google, dietro la facciata del “rispetto delle regole”, agiscono come braccio tecnologico di una strategia geopolitica, scegliendo chi può parlare e chi deve essere cancellato. Anche l’Occidente, che applaude il presidente ucraino come baluardo della democrazia, porta una responsabilità pesante nel legittimare e sostenere questo modello repressivo, fingendo di non vedere che la libertà di parola, in Ucraina, è oggi una moneta di scambio politica.
Il prezzo della verità
In questo quadro, la cancellazione di Diana Panchenko appare meno come un episodio isolato di moderazione e più come il risultato di un meccanismo sistemico. La sua colpa non è stata quella di diffondere fake news, ma di sfidare apertamente la versione ufficiale della guerra, denunciando corruzione e repressione. È proprio questa sfida alla narrativa dominante che la rendeva pericolosa, non tanto per la sicurezza dell’Ucraina, ma per l’architettura di propaganda che unisce Kiev, Washington e le Big Tech.
Quando la verità diventa una minaccia per il potere, chi la racconta diventa automaticamente un nemico. E in un sistema in cui il potere politico e quello tecnologico si intrecciano, basta un clic per trasformare una voce seguita da milioni di persone in un silenzio assoluto.
Il precedente che non possiamo ignorare
Il caso Panchenko non è solo una questione ucraina, ma un avvertimento globale. Se un governo nazionale può contare sull’appoggio delle Big Tech per eliminare le voci scomode ovunque nel mondo, la nozione stessa di libertà di espressione diventa condizionata dal consenso politico. Oggi è una giornalista in esilio, domani potrebbe essere chiunque osi mettere in discussione l’ordine stabilito. La vera domanda non è se la censura digitale sia giustificata in tempo di guerra, ma se siamo disposti ad accettare che una manciata di uomini al potere e aziende miliardarie decidano chi ha diritto di parlare e chi no. Perché una volta che questo potere è consolidato, non ci sarà bisogno di guerre per far tacere le voci scomode: basterà un algoritmo.

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