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Nicaragua: la guerra di Ortega contro la Chiesa

Da quelle parti il silenzio non è pietà, è strategia. Il regime Ortega-Murillo non ha mai amato una Chiesa libera, dialogante, che osa stare vicino al popolo. Dall’esplosione delle proteste nel 2018 ad oggi, le sue politiche hanno assunto un volto sempre più deciso: annientare l’influenza pubblica del cattolicesimo, piegare il culto e inchiodare i pastori al silenzio.

Il dossier che grida verità dal confine dell’esilio

Martha Patricia Molina, avvocata nicaraguense costretta all’esilio, è ormai, per coraggio e cognizione, la voce più autorevole della Chiesa perseguitata del Nicaragua. Il suo lavoro, “Nicaragua: una Chiesa perseguitata”, consegnato al Papa — e già portato all’ONU, all’OAS e al Dipartimento di Stato USA — è una ricostruzione serrata di repressione sistematica contro vescovi, sacerdoti e fedeli.

Molina parla chiaro: dal 2018 al 2025 si contano quasi mille attacchi documentati contro strutture e persone legate alla Chiesa. Il regime ha vietato processioni (oltre 16.500 nel dossier), imposto limiti alle omelie, vietato preghiere pubbliche per i vescovi in esilio e punito chiunque chieda libertà dalle panche della chiesa. Non un caso isolato, ma una strategia precisa: ridurre al minimo lo spazio pubblico della fede.

Simboli martiri e segni indelebili

Quando un regime vuole colpire la Chiesa, va dritto ai suoi simboli più sacri. Così è stato per padre Mario Guevara Calero, attaccato con acido all’interno della cattedrale di Managua nel 2018 da una cittadina russa. Dopo anni di sofferenza, è morto, senza che fosse fatta una vera indagine indipendente.

Ma non basta: il caso di Carlos Cárdenas, consulente legale della Conferenza episcopale, arrestato e morto in carcere — senza che la famiglia potesse vegliarlo — solleva troppe ombre. È la settima morte sospetta in custodia dell’era Ortega.

E c’è anche il tentativo del regime di controllare ogni sillaba che esce dal pulpito: nel 2025 si è arrivati a dichiarare che la polizia dovrà supervisionare le omelie.

Espulsioni, chiusure, repressioni: il ghigno del potere

Dal 2023 in poi la pulizia è diventata sistematica. Nel 2024 furono espulsi 19 religiosi: vescovi, sacerdoti, seminaristi — molti per aver celebrato messe dichiarative o per aver osato pregare per chi è in esilio. In totale, da quando la repressione si è intensificata, più di 50 rappresentanti della Chiesa sono stati esiliati.

Non si tratta solo di deportazioni: vengono confiscate scuole cattoliche, chiuse associazioni ecclesiali e silenziati media religiosi. Nel 2025 il governo ha sequestrato una scuola gestita dalle Suore Josephine, attaccando direttamente il valore educativo della Chiesa.

Il Parlamento europeo ha espresso condanna: il regime Ortega-Murillo reprime non solo gli avversari politici, ma anche le comunità religiose, distruggendo il pluralismo religioso.

Un attacco economico e sociale: uccidere la Chiesa significa annullare un tessuto

Il piano è chiaro: disarticolare il corpo sociale in cui la Chiesa è centro di identità, coscienza e comunità. Chiudere chiese, bloccare messe, vietare processioni, conquistare le scuole — è un modo per smantellare le reti sociali cristiane. E quando una comunità perde il suo riferimento spirituale, è più facile che cada nella paura, nell’apatia o nella rassegnazione.

Ortega ha persino trasformato la sua moglie, Rosario Murillo, in co-presidente, dotandola di potere politico effettivo. La costante interferenza del regime nei riti sacri mostra come il dispotismo voglia governare anche l’anima del popolo.

Resistenza nella fede: quando il silenzio diventa preghiera attiva

Non tutto è perduto. Le famiglie cattoliche, benché sorvegliate, mantengono viva la fede nelle case, con messe domestiche, rosari eucaristici, celebrazioni in cappelle private. I preti in esilio organizzano assemblee clandestine. Come ha detto Monsignor Silvio Báez, “di fronte ai regimi criminali dobbiamo coltivare la ribellione spirituale, intellettuale e morale”.

Molina non parla di politica nel senso terreno del termine: la sua battaglia è morale. Vuole mostrare al mondo che nel Nicaragua si muore per la fede, e che tacere di fronte a questa persecuzione è già complicità.

Perché il regime vuole cancellare la Chiesa

Perché la Chiesa, in Nicaragua come altrove, non è solo culto. È memoria, valore, voce dei poveri, luce nelle tenebre del potere arbitraio. È capacità critica, denuncia degli abusi, speranza per chi non ha altrove appoggio. Chi voglia un regime assoluto sa che eliminare quel riferimento significa spegnere anche la lealtà morale dei fedeli.

E Ortega lo sa: per questo ha mosso la guerra finale. Ma sotto quell’assalto, la fede resiste. E forse è proprio lì — nelle stanze chiuse, nei cuori tranquilli — che la Chiesa nicaraguense troverà la sua risposta.

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Pubblicato inReligione

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