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Renzi, l’aereo dei vizi, l’euro dell’oltraggio

C’è un euro che pesa come un macigno sulla coscienza pubblica italiana. Non è un simbolo poetico, è un prezzo reale: quello a cui nel 2023 è stato ceduto l’Air Force Renzi, il grande jet intercontinentale costato allo Stato 168 milioni di euro in otto anni. Un euro dopo montagne di denaro pubblico, dopo contratti opachi, valutazioni gonfiate, pochi voli istituzionali e una vicenda giudiziaria archiviata sul piano penale ma mai davvero chiarita sul piano politico e morale.

Questa storia non parla solo di un aereo, né soltanto di Matteo Renzi. Parla di un modo di governare, di un’idea di potere che confonde lo Stato con un palcoscenico e i contribuenti con comparse silenziose. Perché anche quando i tribunali non condannano, resta la domanda che nessuna archiviazione può cancellare: era giusto spendere così? era necessario? era onesto, almeno politicamente?

L’Airbus superaccessoriato, i canoni raddoppiati, i conti che non tornano, la vendita finale per un euro: tutto concorre a disegnare una parabola di arroganza istituzionale, chiusa senza colpevoli ma non senza colpa. Ed è proprio da qui che bisogna ripartire, andando oltre la cronaca e guardando in faccia lo scandalo che resta, anche quando la giustizia penale decide di voltare pagina.

Il “jet di Stato” trasformato in trofeo

Lo chiamavano “Air Force Renzi” non per caso: non era solo un aereo, era un’idea di potere. L’idea che l’Italia, per “stare al passo”, dovesse dotarsi di un grande velivolo intercontinentale in versione VIP, con allestimenti da salotto volante più che da strumento essenziale della Repubblica. Un Airbus A340-500, cioè un quadrimotore pensato per le lunghissime tratte: potente, scenografico, ma anche notoriamente costoso da far volare e da mantenere, soprattutto quando lo si usa poco e male. E infatti il punto non è “avere un aereo”: il punto è il rapporto tra utilità e spesa, tra sobrietà e narcisismo istituzionale.

Il bilancio che oggi torna a galla è quello che fa più male perché è semplice, quasi infantile: in otto anni l’operazione pesa complessivamente 168 milioni e nel 2023 il velivolo viene ceduto per il prezzo simbolico di 1 euro. Un epilogo che, da solo, racconta un fallimento politico prima ancora che amministrativo.

Il meccanismo: leasing, sub-leasing e la nebbia dei costi

La storia parte nel 2015: l’aereo entra nella disponibilità di Alitalia Sai (all’epoca con Etihad al 49%) tramite noleggio, e poi viene sub-noleggiato allo Stato. Già qui, se uno vuole essere generoso, può dire “soluzione operativa”. Se uno vuole essere onesto, deve aggiungere che è anche la classica formula perfetta per far lievitare costi e opacità, perché tra il proprietario, il locatario e il sub-locatario si infilano oneri, anticipi, penali, manutenzioni, consulenze, contabilità creativa e – soprattutto – poca responsabilità politica diretta.

Secondo ricostruzioni giornalistiche basate su atti e consulenze depositate, il velivolo viene “valorizzato” a cifre che non coincidono con le stime di mercato; spunta inoltre un anticipo rilevante comparso a ridosso della firma; e nel passaggio dal leasing di Etihad ad Alitalia al sub-leasing allo Stato il costo mensile si impenna, fino a raddoppiare nelle ricostruzioni citate. E quando paghi più del mercato senza una ragione limpida e documentata, la domanda non è “chi ha firmato?”, ma “perché lo Stato ha accettato?”.

Il “superaccessoriato”: quando il prestigio diventa un vizio

Qui bisogna dire le cose come stanno: un A340-500 in configurazione governativa non lo compri per portarci la valigia del ministro e due faldoni. Lo scegli perché vuoi autonomia intercontinentale e un assetto interno capace di reggere incontri, delegazioni, lavoro in volo, aree riservate. In altre parole, è un progetto “di rappresentanza” che costa proprio perché è progettato per rappresentare.

Il problema è che la rappresentanza, in uno Stato serio, è una cornice; non può diventare il quadro. Se la cornice costa decine e decine di milioni e poi finisce parcheggiata, la “modernità” si trasforma in vanità. Ed è qui che l’operazione diventa moralmente indifendibile: non perché sia proibito volare, ma perché a pagare è sempre e solo il cittadino, mentre la classe dirigente incassa la foto, l’annuncio, la narrativa. Il lusso pubblico, quando non è strettamente necessario, è un peccato di superbia travestito da efficienza.

Pochi voli, tante spese: l’aritmetica che non perdona

La parte più devastante della storia è la sproporzione. I dati che circolano nelle ricostruzioni più accreditate parlano di 29 voli di Stato (su 88 complessivi contando anche quelli tecnici e di posizionamento). Poche missioni istituzionali in rapporto alla spesa e all’impegno logistico. E qui la propaganda crolla: se fai poche missioni, un grande quadrimotore intercontinentale non è “una scelta strategica”, è un peso morto.

E poi arriva il dettaglio che fa sorridere amaro: Renzi, secondo le ricostruzioni, non lo usa mai. È come comprare la Ferrari a spese del condominio e poi dire “tranquilli, non ci sono mai salito”. Non è una difesa: è un’aggravante, perché sposta il discorso dal “capriccio personale” a qualcosa di peggio, cioè la costruzione di un simbolo pagato da altri e inutile nei fatti.

La consulenza tecnica: quei 40 milioni che restano lì, come un chiodo

La vicenda non vive solo di indignazione: vive di carte. E nelle carte compare una consulenza tecnica corposa, attribuita a Stefano Martinazzo, con 117 pagine e quasi 1.900 pagine di allegati, che ricostruisce l’operazione nel dettaglio e quantifica uno scarto tra prezzo pagato e valori di mercato stimati, arrivando a evocare un potenziale danno erariale nell’ordine di decine di milioni, fino a circa 40 milioni nelle ricostruzioni giornalistiche. Questa è la parte che dovrebbe far tremare i polsi: non il gossip politico, ma la distanza tra il “quanto è costato” e il “quanto valeva davvero”.

Perché se davvero esiste un differenziale così ampio, la parola “spreco” è già troppo gentile: lo spreco è quando butti via; qui sembra piuttosto il caso di pagare oltre il dovuto dentro un percorso contrattuale tortuoso. E su questo l’Italia, storicamente, non è mai stata innocente.

Procura di Civitavecchia: archiviato il penale, ma il problema non sparisce

Sul piano giudiziario la Procura di Civitavecchia archivia il procedimento penale per truffa ai danni dello Stato, ritenendo che non ci siano gli estremi del reato. È un punto che va rispettato: in un Paese civile non si sostituisce la tastiera alla sentenza. Ma attenzione: l’archiviazione non è un’assoluzione “morale” né una patente di buona amministrazione.

Ed è qui che la storia si fa davvero italiana: il procuratore, secondo quanto riportato, trasmette la consulenza alla Corte dei Conti. Tradotto: penalmente può finire lì, ma sul piano contabile e amministrativo la faccenda non è automaticamente chiusa, perché la domanda resta: c’è stato un danno erariale?. E questa è la domanda che dà fastidio, perché riguarda responsabilità, scelte, controlli, catene di comando.

Il finale: l’euro simbolico come schiaffo ai contribuenti

Eccoci al capolavoro: dopo anni di polemiche, dopo l’aereo fermo e l’operazione che perde senso, arriva la notizia che nel 2023 il velivolo è stato ceduto per 1 euro. È un prezzo simbolico, certo, ma i simboli contano. E qui il simbolo è tremendo: “hai speso tantissimo e alla fine non vale nulla”. O, peggio ancora: “vale così poco che conviene liberarsene, anche a costo di certificare pubblicamente l’assurdità dell’affare”.

È uno schiaffo non solo economico ma culturale: mentre le famiglie fanno i conti con bollette, tasse e sacrifici, lo Stato può bruciare montagne di denaro e chiudere con un euro, come se fosse un vecchio mobile lasciato sul pianerottolo.

Renzi oggi: il pontificare dopo il conto

La parte politicamente irritante, poi, è il contorno: l’ex premier continua a stare sulla scena, a fondare nuovi contenitori, a distribuire giudizi e ricette. È legittimo, per carità. Ma è inevitabile che, davanti a una storia così, molti italiani pensino: com’è possibile che chi ha guidato una stagione di spese così discutibili resti intoccabile nel discorso pubblico?.

Qui non si tratta di impedire a qualcuno di parlare: si tratta di pretendere che chi parla abbia anche il coraggio di fare i conti con ciò che ha lasciato. Perché la politica non è un talent show: è amministrazione del bene comune. E nel bene comune, la sobrietà non è un optional: è una virtù.

La domanda morale: legalità non basta

Da cattolici – e, più in generale, da persone che credono nella responsabilità – si dovrebbe dire una cosa semplice: non tutto ciò che è legale è anche giusto. Se lo Stato paga più del dovuto, se costruisce simboli costosi e inutili, se poi chiude tutto con un euro, il problema non è solo contabile: è morale. È la solita idea di potere come palcoscenico, non come servizio.

E allora la vera archiviazione che manca non è quella della Procura: è l’archiviazione culturale di una stagione in cui il prestigio contava più della prudenza. Finché non la facciamo, l’“Air Force Renzi” resterà lì: non solo un aereo, ma una parabola.

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Pubblicato inCuriosità

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