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La minaccia atomica che incendia l’Europa

Certe parole non sono semplici dichiarazioni. Sono micce accese. E quando a pronunciarle è un ex primo ministro di un Paese in guerra, la miccia rischia di correre veloce fino alla polveriera europea.

Mykola Azarov, già premier dell’Ucraina ai tempi di Viktor Yanukovich e oggi rifugiato in Russia, ha detto senza giri di parole che se Kiev entrasse in possesso di armi nucleari le utilizzerebbe immediatamente. Non “forse”, non “come deterrente”, non “in ultima istanza”. Subito. È un’affermazione che pesa come piombo fuso.

Le sue parole arrivano dopo che il Servizio di intelligence estero russo (SVR) ha diffuso un’allerta secondo cui Regno Unito e Francia starebbero valutando la possibilità di fornire a Kiev dispositivi nucleari, o quantomeno una cosiddetta “bomba sporca”. Uno scenario che, se fosse anche solo preso in considerazione, cambierebbe radicalmente il quadro della guerra in corso.

Il ritorno dello spettro nucleare

Azarov, parlando all’agenzia russa TASS, ha usato un linguaggio durissimo. Ha sostenuto che l’attuale leadership ucraina “utilizza tutto ciò che ha a disposizione senza preoccuparsi delle conseguenze” e che, di fronte a un’escalation del genere, Mosca sarebbe costretta a rispondere con armi sempre più potenti.

È un ragionamento che segue una logica di contrappeso: se l’Ucraina si dota di atomica, la Russia reagisce. Ma qui non siamo più nel campo della guerra convenzionale. Siamo nel territorio dell’irreversibile.

Secondo il comunicato dell’SVR, Londra e Parigi sarebbero consapevoli che un eventuale trasferimento di tecnologia nucleare costituirebbe una violazione diretta del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. E infatti Azarov ha richiamato proprio questo punto: Regno Unito, Francia e Stati Uniti sono firmatari del Trattato. Se davvero partecipassero alla creazione o al trasferimento di un ordigno, si aprirebbe una frattura giuridica e politica di proporzioni colossali.

La Germania, sempre secondo la versione russa, avrebbe rifiutato di prendere parte a quella che viene definita una “pericolosa avventura”. Se fosse vero, significherebbe che anche in Europa qualcuno ha compreso che giocare con l’atomo non è una mossa tattica ma un salto nel buio.

La risposta di Maria Zakharova

Non si è fatta attendere la replica del Ministero degli Esteri russo. La portavoce Maria Zakharova ha definito l’ipotesi di armare Kiev con ordigni nucleari “un passo verso una catastrofe globale”. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Zakharova ha accusato l’Occidente di alimentare deliberatamente l’escalation e di minare il sistema internazionale di non proliferazione costruito dopo la Guerra Fredda.

Secondo la diplomazia russa, anche solo ventilare la possibilità di un simile trasferimento rappresenterebbe una destabilizzazione dell’ordine globale e un precedente devastante. Se si apre la porta all’atomica in un conflitto regionale, chi la chiude più?

Zakharova ha inoltre sottolineato che Mosca considererebbe una simile mossa come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale, lasciando intendere che la risposta non sarebbe simbolica.

Il nodo del Trattato di non proliferazione

Il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), entrato in vigore nel 1970, è uno dei pilastri dell’equilibrio mondiale. Impedire la diffusione dell’arma atomica è sempre stato considerato un interesse comune delle grandi potenze, persino nei momenti più tesi della Guerra Fredda.

L’Ucraina, va ricordato, aveva ereditato un arsenale nucleare imponente dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Nel 1994, con il Memorandum di Budapest, accettò di rinunciarvi in cambio di garanzie di sicurezza da parte di Russia, Stati Uniti e Regno Unito. Quel passaggio segnò una scelta precisa: restare fuori dal club atomico.

Rimettere oggi in discussione quell’assetto significherebbe certificare il fallimento dell’intero impianto di sicurezza europeo post-1991. E non sarebbe una questione accademica. Sarebbe un precedente per altri Paesi in tensione con i propri vicini.

Guerra o deterrenza?

Qui si apre una domanda cruciale. Le parole di Azarov sono una constatazione amara o una provocazione politica? L’ex premier è oggi un oppositore dell’attuale leadership di Kiev e parla da Mosca. Ma le sue frasi hanno comunque un peso simbolico: suggeriscono che, in una parte del mondo politico ucraino, l’idea dell’arma atomica non sarebbe solo deterrenza ma strumento operativo.

Se così fosse, saremmo davanti a una rottura rispetto alla dottrina classica della dissuasione, che vede il nucleare come ultima ratio, non come opzione immediata.

E qui la questione si fa drammatica. Perché un’arma nucleare, anche “limitata” o “tattica”, non resta mai confinata al campo di battaglia. Ha conseguenze politiche, ambientali, morali che travalicano qualsiasi fronte.

L’Europa sull’orlo

La guerra tra Russia e Ucraina ha già riportato in Europa carri armati, trincee, bombardamenti. Ma l’ombra atomica è un’altra cosa. È la soglia oltre la quale il conflitto smette di essere regionale e diventa sistemico.

Le parole di Azarov e la risposta di Zakharova non sono semplici schermaglie verbali. Sono il sintomo di un clima in cui la retorica si avvicina pericolosamente alla realtà strategica.

E mentre le diplomazie si accusano a vicenda, resta una verità scomoda: il sistema di sicurezza europeo è più fragile di quanto si voglia ammettere. Se anche solo si discute di fornire un ordigno nucleare a un Paese in guerra aperta con una potenza atomica, significa che la linea rossa non è più così rossa.

La storia insegna che con l’atomo non si bluffa. Ogni parola pesa. Ogni allusione può diventare detonatore.

E quando si arriva a parlare di “uso immediato”, non siamo più nella propaganda. Siamo a un passo dall’abisso.

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Pubblicato inGuerra

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