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Giggino Di Maio nel Golfo: la diplomazia del nulla

Ve lo ricordate Giggino Di Maio, l’enfant prodige dei Cinquestelle?

Ci sono carriere politiche che finiscono. E poi ci sono quelle che semplicemente cambiano indirizzo. Quella di Luigi Di Maio appartiene senza dubbio alla seconda categoria, e con una certa eleganza. Perché bisogna riconoscerlo: passare da trombato elettorale a rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo non è proprio da tutti. Serve una buona dose di talento, certo, unito a una gran faccia tosta. Ma soprattutto serve un sistema che renda possibili queste metamorfosi.

E così, mentre in Italia la sua parabola politica si è drasticamente chiusa nel 2022, tra una scissione poco fortunata e una mancata rielezione, a Bruxelles qualcuno ha pensato bene di promuoverlo, affidandogli un ruolo internazionale. Non uno qualunque, ci mancherebbe, ma uno di quelli che suonano bene già solo a pronunciarli.

Il problema è capire se suonino bene anche nella realtà.

Dalla politica al Golfo: una carriera che non conosce sconfitta

Il giovane volto del Movimento 5 Stelle, cresciuto all’ombra di Beppe Grillo, aveva costruito una carriera fulminante. Vicepremier, ministro del Lavoro, dello Sviluppo economico, poi degli Esteri. Una scalata che sembrava inarrestabile.

Poi è arrivata la realtà, quella fatta di compromessi, tensioni e risultati meno entusiasmanti del previsto. La rottura con Giuseppe Conte e la nascita di Insieme per il Futuro hanno segnato il punto di non ritorno.

Il responso delle urne è stato netto ed inequivocabile: fuori dal Parlamento, fuori dai giochi, fuori da tutto.

O almeno così pareva ai più.

Il “miracolo” europeo: titolo importante, stipendio ancora di più

Nel 2023, invece, arriva la nomina nientepopodimenoche a “rappresentante speciale dell’UE per il Golfo”. Una posizione che, tradotta dal burocratese europeo, significa stipendio da alto dirigente, assieme a indennità generose, viaggi internazionali all-inclusive e staff dedicato, ovviamente e interamente aggratis (per lui).

Le cifre, anche senza entrare nei dettagli più riservati, parlano chiaro: si viaggia tranquillamente sopra i 10-15 mila euro mensili, con un costo complessivo per le prodighe casse UE che, considerando struttura e logistica, può arrivare a centinaia di migliaia di euro l’anno.

Non male per uno che, appena l’anno prima, era stato accompagnato alla porta dagli elettori del suo Paese.

Ma non è finita: nel 2026 arriva addirittura anche l’incarico accademico a Londra: professore onorario al al King’s College. Il profilo del nostro si rifà il trucco, diventa internazionale, autorevole, quasi inattaccabile.

Almeno sulla carta.

Bruxelles, il retroscena che non si racconta

In sostanza, la nomina di Luigi Di Maio funziona più o meno così: a Bruxelles non fanno concorsi, fanno incastri. Non cercano il primo della classe, ma quello che non dà fastidio a nessuno e va bene un po’ a tutti.

Di Maio aveva il requisito fondamentale: non un curriculum accademico da copertina, ma una cosa molto più preziosa da quelle parti… anni di politica, strette di mano e numeri in rubrica. Tradotto: sa come ci si muove nei corridoi, e tanto basta.

Poi c’è la regola non scritta, quella che vale più di mille trattati: in politica non si butta via nessuno, lo si “ricolloca” al cimitero degli elefanti. Se poi uno è stato ministro, qualcosa gli si trova. Non per forza per bontà d’animo, ma perché tornano utili esperienza, relazioni e – diciamolo – anche un certo equilibrio tra Paesi.

E infatti, mentre in Italia spariva dai radar, a Bruxelles riappariva dalla finestra, con tanto di incarico internazionale. Coincidenze? Diciamo piuttosto tempismo perfetto.

Alla fine il messaggio è semplice, quasi evangelico ma in versione europea: beati quelli che arrivano al momento giusto, perché troveranno sempre una poltrona apparecchiata.

Il Golfo: dove si decide davvero il destino energetico

Ora, però, bisogna guardare il contesto. E qui i numeri diventano ben poco indulgenti.

Dal Golfo Persico transita circa il 30% del petrolio mondiale via mare. Lo stretto di Hormuz, da solo, vede passare ogni giorno tra 17 e 20 milioni di barili di greggio. Basta una scintilla per far saltare i prezzi e mettere in ginocchio intere economie.

L’Europa, dopo aver ridotto la dipendenza dal gas russo, guarda proprio a quella regione per garantirsi energia. Arabia Saudita, Emirati, Qatar: nomi che oggi pesano più di quanto si voglia ammettere.

In altre parole: il Golfo è uno dei cuori pulsanti dell’economia mondiale.

E lì, teoricamente, dovrebbe incidere il nostro rappresentante.

Il problema: diplomazia a parole, potere a zero

Il punto è che l’Unione Europea, in quella regione, conta poco o nulla. Non ha una forza militare nemmeno lontanamente paragonabile a quella americana, men che meno ha una linea politica compatta, così come la capacità di imporre decisioni.

E Di Maio si muove esattamente entro questi limiti. Cioè nel nulla o quasi: non ha potere decisionale, capacità di siglare accordi, strumenti coercitivi.

Il suo lavoro consiste nel mantenere contatti, favorire il dialogo, seguire i dossier energetici. Tutto legittimo, tutto necessario. Ma anche tutto tremendamente insufficiente quando la situazione si fa seria.

Perché in un contesto dove si muovono eserciti, alleanze e interessi miliardari, la cosiddetta “moral suasion” rischia di avere lo stesso impatto di una pacca sulla spalla.

La crisi del Golfo: il banco di prova che non lascia tracce

Negli ultimi mesi, le tensioni nella regione hanno fatto oscillare il prezzo del petrolio anche del 10-15% in poche settimane. Le rotte commerciali sono diventate più rischiose, i costi assicurativi per le petroliere sono aumentati, i governi europei si sono affannati a garantire forniture stabili.

Uno scenario in cui ci si aspetterebbe una presenza forte, incisiva, visibile.

E invece, il ruolo dell’inviato europeo resta sfumato, quasi invisibile. Le decisioni vere continuano a passare da altri tavoli, da altre capitali, da altri protagonisti.

Non è necessariamente tutta colpa sua. Ma il risultato non cambia.

Diplomazia o parcheggio dorato?

E allora la domanda torna, inevitabile, quasi fastidiosa nella sua semplicità.

Siamo davanti a un ruolo strategico o a un elegante punto di atterraggio per un ex politico in cerca di ricollocazione?

C’è chi parla di esperienza, di relazioni costruite negli anni da ministro degli Esteri. E c’è chi, guardando ai fatti, vede soprattutto un incarico ben pagato e poco incisivo.

Nel mezzo resta una sensazione difficile da ignorare: quella di una diplomazia timida e assai poco incisiva.

Il simbolo perfetto di un’Europa che osserva

La vicenda di Di Maio, in fondo, è più grande di lui. È il ritratto di un’Europa che vuole contare ma non riesce proprio a farlo davvero. Che cerca disperatamente di occupare spazi diplomatici, ma raramente li trova e tanto meno li domina.

Lui, nel frattempo, è lì. Tra incontri, viaggi e dichiarazioni misurate. Non più il tribuno di piazza, ma il funzionario internazionale deluxe.

Con un ruolo che sembra importante. Con uno stipendio che è certamente importante. E con un impatto che, a guardarlo da vicino, resta sorprendentemente leggero.

Una storia che, se non fosse reale, sembrerebbe scritta apposta per ricordarci una verità semplice: in politica, a volte, si perde solo per cambiare livello di gioco.

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Pubblicato inGeopolitica

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