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L’Italia che dorme per strada: diecimila invisibili sotto i nostri occhi

C’è un momento, nelle nostre città, in cui le luci si abbassano e la realtà si fa più sincera. Non quella delle vetrine illuminate, dei locali pieni, dei centri storici trasformati in cartoline per turisti frettolosi. No, un’altra. Più scomoda. Più vera. È la notte, quando le panchine diventano letti, i portici rifugi e i cartoni una fragile difesa dal freddo. È lì che si vede ciò che di giorno si preferisce ignorare.

Il censimento Istat delle persone senza dimora ha fatto esattamente questo: è andato a cercare l’Italia che non vuole essere trovata. E l’ha trovata. Non in modo vago, non per impressioni, ma contando uno per uno quelli che vivono ai margini estremi. Il risultato è un numero che pesa come un macigno: oltre diecimila invisibili nelle principali città italiane, fotografati in una sola notte.

Non è solo una statistica. È uno specchio. E, come tutti gli specchi, non mente. Sta a noi decidere se guardarlo davvero o passare oltre, come si fa ogni giorno davanti a chi tende una mano.

Diecimila invisibili, il censimento che strappa il velo

C’è un’Italia che si conta male, si vede poco e si racconta ancora meno. Non perché non esista, ma perché disturba. Fa inciampare la retorica delle città “smart”, delle vetrine tirate a lucido, dei centri storici ripuliti per i turisti e dei convegni sul sociale dove tutti parlano di inclusione e poi, appena escono, tirano dritto. Il nuovo censimento Istat sulle persone senza dimora nelle 14 città metropolitane italiane ha fatto una cosa semplice e quasi scandalosa: ha acceso la luce. E sotto quella luce sono comparsi 10.037 adulti senza casa, contati nella notte del 26 gennaio 2026. Non un’impressione, non una sensazione, non il solito “sembrano aumentati”. Un numero. Crudo. Ufficiale. Imbarazzante.

Il dato va preso per quello che è: una fotografia severa, non ancora l’intero film. L’Istat ha usato un approccio “Point in Time”, cioè il conteggio diretto, nella stessa notte, delle persone viste in strada, in sistemazioni di fortuna o ospitate nelle strutture di accoglienza notturna. Le città coinvolte sono Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania e Cagliari. E lo stesso Istituto avverte che questi numeri non sono comparabili con le vecchie indagini, perché cambiano metodo e copertura territoriale. Tradotto: chi volesse usarli per giocare al rialzo o al ribasso rispetto al passato farebbe un’operazione furba, ma scorretta.

La geografia dell’abbandono

Dentro quei 10.037 ci sono già due Italie diverse. Da una parte 5.563 persone, cioè il 55,4%, che hanno trovato posto in una struttura di accoglienza notturna. Dall’altra 4.474 persone, il 44,6%, che sono state contate in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna. Quasi una su due, dunque, non era in un dormitorio o in un luogo protetto. Era fuori. All’aperto. O comunque in condizioni che chiamare “alloggio” sarebbe una presa in giro.

Le città più colpite, in valore assoluto, sono quelle che ci si aspetterebbe, ma questo non rende il dato meno pesante. Roma guida con 2.621 persone senza dimora, di cui 1.299 in strada. Seguono Milano con 1.641, Torino con 1.036 e Napoli con 1.029. Roma da sola raccoglie oltre un quarto del totale censito, il 26,1%. Milano pesa per il 16,4%, mentre Torino e Napoli si attestano entrambe al 10,3%. Non sono cifre marginali: sono la prova che nelle grandi città il disagio abitativo estremo non è più una crepa periferica, ma una componente strutturale del paesaggio urbano.

C’è poi un dettaglio che dice molto. Se la media generale delle persone contate in strada è del 44,6%, in alcune città il fenomeno esplode: Genova arriva al 65,9%, Firenze al 59%, Napoli al 55%. Nelle città delle Isole, invece, la quota è più bassa, con Messina al minimo del 19,4%. Non significa che lì il problema sia lieve; significa, più probabilmente, che cambiano la rete dei servizi, la distribuzione dei posti, le modalità di accoglienza e forse anche la capacità di intercettare il disagio prima che finisca del tutto sul marciapiede.

Il volto reale dei senza dimora

Quando si parla di persone senza casa, si cade spesso in due caricature opposte. La prima è quella pietistica, da santino buono per il periodo natalizio. La seconda è quella cinica, da chi riduce tutto a degrado, insicurezza e fastidio urbano. I dati Istat, per fortuna, fanno saltare entrambe.

Anzitutto, le donne sono una minoranza, ma ci sono eccome, e non sono un dettaglio statistico. Nelle strutture rappresentano il 21,4%, pari a 1.189 persone. Tra chi vive in strada, dove l’identificazione del sesso è stata possibile per circa tre quarti dei casi, la quota femminile è attorno al 12%. Questo significa che l’universo della grave emarginazione resta prevalentemente maschile, ma con una presenza femminile che chiama in causa vulnerabilità spesso ancora più dure: violenza, fragilità sanitaria, solitudine, sfruttamento.

Poi c’è la questione dell’età. Nelle strutture, i 18-30 anni sono il 15,3%; la fascia più numerosa è quella tra 31 e 60 anni, con il 61,3%; gli ultrasessantenni sono il 23,4%. In strada, gli over 60 scendono al 10,6% dei casi con età rilevata, mentre domina ancora di più la fascia centrale, 31-60 anni, che arriva al 73,2%. In altre parole, non siamo davanti solo a una marginalità “anziana” o terminale. C’è un vasto pezzo di età adulta che precipita fuori dal perimetro normale della vita sociale. È la fascia in cui, in teoria, si dovrebbe lavorare, costruire, mantenere relazioni, reggere una famiglia. In pratica, per troppi, è la fascia in cui si scivola.

Altro elemento decisivo: gli stranieri sono oltre i due terzi degli ospiti delle strutture, 3.838 contro 1.725 italiani, e anche tra chi è stato rilevato in strada rappresentano il 70,5% dei casi con nazionalità individuata. È un dato che va letto con serietà, non con slogan da bar né con ipocrisie seminariali. Dice almeno due cose insieme. La prima: il disagio estremo colpisce in modo molto forte chi arriva da fuori e si trova in condizioni di fragilità economica, lavorativa e abitativa. La seconda: il sistema di integrazione, quando c’è, spesso non basta; quando non c’è, il risultato è questo. Una persona che non entra davvero nella società, prima o poi ne cade fuori.

Il numero che pesa più di tutti

Tra i dati più impietosi ce n’è uno che da solo dovrebbe zittire parecchi discorsi ufficiali: i posti letto nelle strutture di accoglienza notturna considerate sono 6.678, mentre le persone senza dimora censite sono 10.037. In sostanza, anche prendendo per buona tutta la macchina dell’accoglienza, i posti sono meno delle persone da accogliere. Il che vuol dire che il sistema, già in partenza, rincorre un bisogno più grande di lui. E quando la coperta è corta, qualcuno resta fuori. Letteralmente.

Qui il punto non è fare la predica sentimentale. È prendere atto di una sproporzione strutturale. Le città italiane hanno imparato a gestire l’emergenza, meno a prevenire il crollo. Sanno organizzare la toppa, molto meno rammendare il tessuto.

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