Per anni è stato trasformato in un santino politico. Un simbolo da esibire nei salotti progressisti, nei festival dell’accoglienza senza confini, nelle trasmissioni televisive dove bastava pronunciare il nome di Riace per evocare una specie di paradiso multiculturale. Ora però la realtà, quella vera, quella delle sentenze e degli atti ufficiali, presenta il conto. E il conto è pesante.
Il 7 maggio 2026 segna infatti la fine formale dell’era di Domenico Lucano alla guida del piccolo comune calabrese. La Corte d’Appello di Reggio Calabria ha reso esecutiva la sua decadenza da sindaco, sancendo di fatto la conclusione di una stagione politica costruita più sulla propaganda ideologica che sulla normale amministrazione di un Comune italiano.
La fascia tricolore è passata al vicesindaco Maria Caterina Spanò, mentre sul municipio di Riace incombe ora anche l’ombra del commissariamento. Una caduta politica che arriva mentre Lucano continua a sedere comodamente sugli scranni del Parlamento europeo tra le fila di Alleanza Verdi e Sinistra. Una parabola che fotografa perfettamente una certa sinistra contemporanea: si viene bocciati sul territorio reale, ma si viene premiati nei palazzi della politica internazionale.
La sentenza che smonta il mito
Il punto centrale della vicenda non è soltanto la condanna a 18 mesi per falso legata alla gestione dei flussi migratori. A pesare come macigni sono soprattutto le motivazioni contenute nella decisione giudiziaria. I magistrati parlano infatti di «abuso dei poteri» e di «violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione».
Parole durissime. Parole che spazzano via anni di retorica edificante costruita attorno al cosiddetto “modello Riace”. Per molto tempo, infatti, una parte dell’informazione e della politica ha cercato di dipingere Lucano come una sorta di eroe civile perseguitato dal sistema. Una narrazione quasi agiografica, dove ogni critica veniva automaticamente catalogata come razzismo o cattiveria politica.
Eppure, col passare degli anni, le crepe sono emerse una dopo l’altra. La gestione amministrativa del Comune ha mostrato problemi enormi. I conti pubblici hanno iniziato a vacillare. Le procedure contestate sono finite sotto la lente della magistratura. E quello che veniva raccontato come un “laboratorio di integrazione” ha iniziato ad assumere sempre più i contorni di un esperimento ideologico gestito al di fuori delle regole ordinarie.
Perché il nodo vero della questione è proprio questo: in uno Stato di diritto non basta proclamare nobili intenzioni per sentirsi autorizzati a piegare norme e procedure. Altrimenti qualunque amministratore potrebbe decidere arbitrariamente quali leggi rispettare e quali ignorare in nome della propria “superiore moralità”.
Il laboratorio ideologico della sinistra radicale
Riace, negli anni, è diventata molto più di un piccolo paese della Locride. È stata trasformata in un simbolo politico internazionale. Registi, intellettuali, ONG, eurodeputati, attivisti, cantanti e giornalisti si sono alternati nel pellegrinaggio laico verso il borgo calabrese elevato a modello universale.
Sembrava quasi che a Riace fosse nata la soluzione definitiva a tutti i problemi dell’immigrazione europea. Una favola perfetta per una certa sinistra: frontiere aperte, multiculturalismo celebrato come religione civile e chiunque avanzasse dubbi immediatamente etichettato come retrogrado o xenofobo.
Solo che la realtà, spesso, è molto meno poetica degli slogan.
Dietro le copertine patinate e i documentari celebrativi, emergevano infatti problemi concreti: gestione opaca dei fondi, difficoltà amministrative, tensioni sociali, squilibri economici e una macchina comunale sempre più fragile. Ma guai a dirlo. Per anni, criticare il “modello Riace” equivaleva quasi a bestemmiare nel tempio del progressismo italiano.
Ora invece proprio la magistratura mette nero su bianco parole devastanti per quell’impianto narrativo.
La doppia morale progressista
La vicenda Lucano mette anche in luce un altro aspetto profondamente italiano: la doppia morale politica.
Se un sindaco di centrodestra fosse decaduto per motivazioni contenenti espressioni come “abuso dei poteri” e “violazione dei doveri”, probabilmente avremmo assistito per settimane a maratone televisive, editoriali indignati e richieste di dimissioni immediate da ogni incarico pubblico.
Nel caso di Lucano, invece, buona parte della sinistra continua a trattarlo come un martire civile. Quasi come se la sua causa ideologica bastasse a cancellare ogni responsabilità amministrativa.
È il vecchio vizio dell’ideologia che pretende di sostituirsi alla realtà. Conta più la bandiera politica che il rispetto delle regole. Conta più il racconto mediatico che la concretezza dei fatti.
Non a caso Lucano è stato eletto europarlamentare proprio mentre la sua vicenda giudiziaria continuava a produrre effetti devastanti sul piano amministrativo. Un paradosso che racconta bene la distanza crescente tra certe élite politiche e il Paese reale.
Riace dopo Lucano
Con la decadenza dell’ex sindaco, Riace si ritrova oggi davanti a una domanda inevitabile: cosa resta davvero di quegli anni?
Resta un Comune che dovrà cercare di rimettere ordine nella propria amministrazione. Resta una comunità che dovrà uscire dalla dimensione simbolica e tornare a confrontarsi con problemi concreti: servizi, bilanci, lavoro, gestione ordinaria.
Soprattutto, resta il fallimento di una narrazione che aveva trasformato un’esperienza locale in un dogma ideologico globale.
Perché la politica seria non si costruisce sui santini mediatici. E nemmeno sugli slogan buoni per i festival radical chic. Si costruisce invece sul rispetto delle leggi, sulla trasparenza amministrativa e sulla capacità concreta di governare senza trasformare un Comune in un manifesto politico permanente.
Riace, volente o nolente, torna oggi a fare i conti con questa realtà.
E forse è proprio questo il dato che più brucia ai professionisti della propaganda.
Oltre il mito
La vicenda di Mimmo Lucano rappresenta, in fondo, il simbolo di un’intera stagione politica italiana. Una stagione nella quale l’emotività ha spesso sostituito il buon senso, la narrazione ha preso il posto della realtà e l’ideologia ha cercato di imporsi persino sopra le regole dello Stato.
Per anni si è tentato di trasformare Riace in una favola universale. Ma le favole, prima o poi, finiscono. E quando si spengono i riflettori della propaganda restano soltanto gli atti, le sentenze e i problemi concreti.
Oggi, con quella fascia tricolore tolta dalle mani di Lucano, si chiude un ciclo politico che aveva fatto del piccolo borgo calabrese un simbolo mondiale dell’accoglienza ideologica.
Ma tra slogan e realtà, come spesso accade, c’era di mezzo il mondo vero.

Sii il primo a commentare