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Editori, politica e potere: il caso che nessuno vuole vedere

Il siluramento di Mario Sechi dalla direzione di Libero non è soltanto una vicenda interna al mondo editoriale. È l’ennesimo segnale di una trasformazione che da anni attraversa il giornalismo italiano: la progressiva riduzione dei giornali a strumenti di influenza politica, economica e personale.

A sollevare la questione è stato anche Ruben Razzante su La Nuova Bussola Quotidiana, che ha definito il licenziamento di Sechi un semplice sintomo di una patologia ben più grave: il conflitto d’interessi degli editori che fanno politica e dei politici che fanno gli editori. Una riflessione che va ben oltre il destino professionale dell’ex direttore di Libero.

Il caso Angelucci e il potere concentrato

Al centro della vicenda c’è Antonio Angelucci, proprietario di Libero, Il Giornale e Il Tempo, ma anche imprenditore della sanità privata convenzionata e parlamentare della Repubblica.

È difficile immaginare un intreccio più fitto. Da una parte il legislatore. Dall’altra l’imprenditore che opera in un settore fortemente dipendente dalle decisioni pubbliche. In mezzo, il controllo di quotidiani che contribuiscono quotidianamente a orientare il dibattito politico nazionale.

Come osserva Razzante, il conflitto non appare episodico ma strutturale. E il problema non riguarda soltanto il centrodestra. Riguarda un sistema nel quale informazione e potere finiscono sempre più spesso per coincidere.

Da Berlusconi ad Angelucci: cambia il nome, non il problema

Per oltre vent’anni il dibattito pubblico italiano è stato dominato dalla questione del conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi.

La sinistra denunciava il controllo delle televisioni private e il peso mediatico dell’imprenditore milanese. Oggi però molti di quegli stessi ambienti sembrano assai meno combattivi davanti ad altre forme di concentrazione editoriale. La realtà è che il problema non è mai stato veramente risolto. Si è semplicemente trasformato.

Nel frattempo, gran parte della stampa italiana è finita nelle mani di gruppi industriali, finanziari, bancari o imprenditoriali che utilizzano i giornali non tanto per guadagnare quanto per pesare. Perché oggi un quotidiano raramente produce profitti rilevanti. Produce però influenza. E l’influenza, nel XXI secolo, vale spesso più del denaro.

Direttori come allenatori esonerati

C’è poi un aspetto quasi grottesco nella vicenda. I direttori dei principali giornali italiani sembrano ormai muoversi come allenatori di Serie A.

Un giorno siedono sulla panchina di una testata, il giorno dopo passano a quella concorrente. Gli stessi nomi ritornano ciclicamente: Alessandro Sallusti, Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro, Mario Sechi, Tommaso Cerno.

Cambiano le firme in prima pagina, ma spesso non cambia l’impostazione generale. Il rischio è che il pluralismo diventi più apparente che reale.

Il tramonto del giornalismo come contropotere

La vera questione è un’altra. Storicamente il giornalismo nasce per controllare il potere, non per accompagnarlo. I grandi giornali europei e americani sono diventati influenti perché mettevano in difficoltà governi, partiti, lobby e potentati economici.

Oggi invece una parte crescente dell’informazione sembra essersi trasformata in tifoseria organizzata. A destra come a sinistra. Esistono giornali che difendono il proprio schieramento quasi a prescindere e altri che attaccano quello avversario con la stessa sistematicità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il lettore non cerca più notizie, cerca conferme.

La crisi economica che ha cambiato tutto

Dietro questa trasformazione c’è anche una ragione molto concreta. La carta stampata attraversa una crisi devastante. Le vendite sono crollate. La pubblicità si è spostata sulle piattaforme digitali. I social network hanno eroso quote enormi di mercato. Google e Meta assorbono una fetta crescente degli investimenti pubblicitari globali.

Lo stesso Ruben Razzante ha più volte affrontato il tema della concentrazione del potere mediatico nelle mani di pochi soggetti digitali, evidenziando come i nuovi monopoli tecnologici rappresentino una sfida enorme per il pluralismo dell’informazione.

Quando un giornale non riesce più a sostenersi con i lettori, finisce inevitabilmente per dipendere dall’editore. E quando dipende dall’editore, l’autonomia editoriale diventa più fragile.

Un problema che va oltre gli schieramenti

Ridurre questa vicenda a una polemica contro il centrodestra sarebbe superficiale. Per decenni una larga parte della stampa italiana è stata culturalmente vicina al centrosinistra. Molti giornali hanno sostenuto governi, campagne politiche e battaglie ideologiche senza particolare imbarazzo.

Oggi però emerge un fenomeno ulteriore: la normalizzazione del rapporto diretto tra potere politico e proprietà editoriale. Ed è qui che il caso Sechi assume un significato simbolico. Non conta tanto chi viene nominato o licenziato. Conta il messaggio che passa.

Se un editore-parlamentare può spostare direttori, orientare linee editoriali e influenzare il dibattito pubblico senza che il tema susciti un grande scandalo nazionale, significa che il problema del pluralismo italiano è ancora aperto.

Il rischio della propaganda permanente

Alla fine la domanda è semplice. Può esistere una vera cultura politica senza libertà intellettuale? Può esistere una destra seria, una sinistra seria o un autentico dibattito democratico se i giornali diventano semplici strumenti di mobilitazione delle rispettive tifoserie? La risposta è probabilmente no.

Perché quando l’informazione rinuncia a disturbare il potere, qualunque potere, smette di essere informazione. Diventa propaganda. E la propaganda, prima o poi, impoverisce tutti: chi la produce, chi la legge e perfino chi ne beneficia.

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Pubblicato inInformazione & Disinformazione

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