Ci sono partite che finiscono al novantesimo minuto e partite che continuano ben oltre il triplice fischio. Belgio-Stati Uniti, ottavo di finale del Mondiale 2026, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Sul campo è finita con un inequivocabile 4-1 per i Diavoli Rossi, una lezione di calcio che ha cancellato qualsiasi illusione americana e reso inutile la clamorosa decisione della FIFA di riammettere Folarin Balogun dopo l’espulsione contro la Bosnia-Erzegovina.
Ma se il Belgio ha vinto nettamente la partita, il calcio mondiale rischia di aver perso qualcosa di ben più importante: credibilità, imparzialità e autorevolezza. Perché il problema non è tanto il risultato finale. Il problema è ciò che è successo prima del calcio d’inizio.
Una telefonata che scuote il calcio mondiale
L’intera vicenda nasce dalla clamorosa espulsione di Balogun contro la Bosnia. Da regolamento, il cartellino rosso diretto comportava automaticamente una giornata di squalifica. Sembrava una pratica chiusa. Poi è arrivata la svolta.
Secondo quanto riportato da numerose testate internazionali e italiane, tra cui The New York Times, ripreso anche da RaiNews, Euronews, Il Fatto Quotidiano e altre fonti, Donald Trump avrebbe contattato personalmente Gianni Infantino, presidente della FIFA. Poche ore dopo la Commissione disciplinare annunciava la sospensione della squalifica applicando il controverso articolo 27 del Codice disciplinare FIFA, trasformando di fatto il turno di stop in una sorta di “condizionale”.
Formalmente la FIFA sostiene di avere semplicemente applicato una norma già prevista. Sostanzialmente, però, la tempistica ha alimentato interrogativi enormi.
Perché se una telefonata del presidente della nazione organizzatrice precede una decisione tanto eccezionale, l’onere della prova ricade inevitabilmente sulla FIFA, chiamata a dimostrare che non esista alcun rapporto di causa ed effetto. È proprio questo il nodo che molti osservatori hanno evidenziato.
L’articolo 27: norma legittima o precedente pericoloso?
Tecnicamente l’articolo 27 esiste davvero. Consente alla Commissione disciplinare di sospendere l’esecuzione di alcune sanzioni mettendo il calciatore in prova per un determinato periodo.
Il punto, però, è un altro. Perché proprio Balogun? Perché proprio durante un Mondiale organizzato dagli Stati Uniti? Perché immediatamente dopo una telefonata tra il presidente americano e il numero uno della FIFA? Domande alle quali, almeno finora, non sono arrivate spiegazioni sufficientemente convincenti.
Non stupisce quindi che la Federazione belga abbia parlato apertamente di tutela dell’equità della competizione, riservandosi iniziative formali, mentre nel dibattito internazionale si è aperta una discussione sulla reale autonomia della giustizia sportiva. (Il Fatto Quotidiano)
Il Belgio risponde nel modo migliore: giocando a calcio
Se qualcuno pensava che il Belgio potesse arrivare psicologicamente destabilizzato, il campo ha raccontato una storia completamente diversa.
La squadra guidata da Rudi Garcia ha dominato praticamente dall’inizio alla fine. La doppietta di Charles De Ketelaere, le reti di Hans Vanaken e Romelu Lukaku hanno costruito un netto 4-1 che non lascia spazio ad alcuna interpretazione.
Gli Stati Uniti sono sembrati inferiori sotto il profilo tecnico, tattico e mentale. E proprio Balogun, l’uomo al centro della tempesta, non è riuscito a cambiare minimamente il destino della partita.
Il paradosso è evidente. La decisione che ha provocato uno dei più grandi scandali arbitrali e regolamentari degli ultimi decenni non ha nemmeno prodotto il risultato sperato sul campo. Anzi.
Gli sfottò del Belgio diventano un messaggio politico
Il dopo partita è stato quasi più eloquente del risultato. Dopo il poker, Lukaku ha esultato con una provocatoria “Trump Dance”, mentre la federazione belga ha pubblicato sui social una grafica con la scritta “Overturn this” (“Ribaltate questa”), accompagnata dall’emoji del telefono.
Un riferimento talmente esplicito da non lasciare spazio ai dubbi. Il messaggio era semplice: potete anche telefonare, ma il risultato del campo non si cambia. È stata una risposta ironica ma anche profondamente simbolica. Perché, agli occhi di molti, quella partita era diventata qualcosa di più di un semplice ottavo di finale.
Infantino sempre più al centro delle polemiche
Per Gianni Infantino questa vicenda rappresenta probabilmente una delle pagine più delicate e infauste del suo lungo mandato.
Da anni il presidente della FIFA viene accusato di personalizzare eccessivamente la gestione dell’organizzazione, di accentrare decisioni e di coltivare rapporti molto stretti con diversi leader politici.
Nulla di illegittimo, naturalmente. Ma proprio per questo motivo, in casi come quello Balogun, la trasparenza dovrebbe essere assoluta.
Quando l’arbitro delle regole appare troppo vicino ai protagonisti politici del torneo, il sospetto diventa inevitabile. Ed è proprio il sospetto il peggior nemico dello sport.
Il calcio ha bisogno di regole uguali per tutti
La vittoria del Belgio impedisce che il caso produca conseguenze sportive irreparabili. Ma non cancella ciò che è accaduto.
Il principio fondamentale di ogni competizione è semplice: le regole devono valere allo stesso modo per tutti, dalla nazionale più potente a quella meno blasonata.
Se un provvedimento eccezionale viene adottato in circostanze tanto particolari, senza una spiegazione capace di convincere l’opinione pubblica, il rischio è enorme. Perché la fiducia si costruisce in decenni e può incrinarsi in poche ore.
Il Belgio ha dimostrato sul campo di essere nettamente superiore. La FIFA, invece, dovrà lavorare molto più a lungo per convincere il mondo che le sue decisioni continuano a essere guidate esclusivamente dal diritto sportivo e non dal peso politico di chi alza il telefono.

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