C’erano una volta i Mondiali. Quelli in cui ogni partita aveva un peso specifico enorme, ogni qualificazione era una conquista e ogni eliminazione lasciava il segno. Oggi, invece, il calcio sembra aver imboccato la strada opposta: più squadre, più partite, più spettacolo, più business. Ma non necessariamente più qualità.
Il primo Mondiale con il format allargato ha lasciato in eredità sentimenti contrastanti. Da una parte ha regalato una vetrina a nazionali che, fino a pochi anni fa, sarebbero rimaste spettatrici davanti al televisore. È stato bello vedere Paesi emergenti affrontare senza timori le grandi potenze del calcio, scoprire talenti sconosciuti e assistere a qualche sorpresa. Sotto questo aspetto, l’idea della FIFA ha avuto un suo merito: rendere davvero globale la manifestazione.
Ma è l’altra faccia della medaglia a far riflettere.
Più quantità, meno qualità
L’allargamento del torneo ha inevitabilmente abbassato il livello tecnico medio. Accanto a partite spettacolari se ne sono viste troppe prive di ritmo, intensità e contenuti agonistici. Il rischio era noto fin dall’inizio: trasformare il Mondiale da competizione d’élite in una gigantesca esposizione commerciale.
Il fascino della Coppa del Mondo nasceva anche dalla sua esclusività. Arrivarci era difficile. Restarne fuori era normale perfino per nazionali prestigiose. Oggi, invece, il messaggio sembra essere un altro: più partecipanti significano più mercati televisivi, più sponsor, più ricavi.
È la logica dell’intrattenimento che prende il posto di quella dello sport.
Il caso Balogun e un precedente inquietante
Ma il momento che più di ogni altro rischia di lasciare una macchia su questo Mondiale riguarda il comportamento della stessa FIFA nella vicenda del giocatore statunitense Folarin Balogun.
Le pressioni esercitate affinché la sua squalifica venisse rimossa hanno dato l’impressione che, davanti agli interessi politici e mediatici, perfino le regole più rigide alla fine possano diventare elastiche.
Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, è apparso fin troppo disponibile, se non proprio supino, ad assecondare le richieste provenienti dall’ambiente politico americano, con Donald Trump protagonista di una squallida vicenda che avrebbe dovuto restare completamente estranea ai campi di calcio.
Che gli Stati Uniti fossero il Paese ospitante è un dato di fatto. Che questo possa/debba tradursi nella sensazione di un trattamento privilegiato è un’altra cosa.
Per fortuna il campo ha rimesso tutto al proprio posto. La nazionale statunitense è stata meritatamente e nettamente eliminata, dimostrando che nessuna pressione politica può sostituire il valore tecnico. È stata, per molti osservatori, la risposta più convincente possibile.
Ma il problema resta. Perché il precedente rischia di essere molto pericoloso. Se un domani ogni federazione sufficientemente influente dovesse bussare alla porta della FIFA chiedendo trattamenti di favore, la credibilità dell’istituzione finirebbe inevitabilmente compromessa.
Le regole, nello sport, hanno senso soltanto se valgono per tutti. E in questo caso così non è stato. Vero Infantino?
La finale trasformata in show
Come se non bastasse, la finale ha rappresentato il simbolo della progressiva americanizzazione del calcio. Quasi quattro ore complessive tra cerimonie, spettacoli, interruzioni, esibizioni musicali e momenti costruiti per il pubblico televisivo (penoso il pistolotto di Tom Cruise, sin patetica l’esibizione della Madonna che fu).
Il calcio, quello vero, è finito quasi a fare da contorno.
Per gli appassionati più “ortodossi” (come il sottoscritto) cresciuti con le finali asciutte, essenziali, concentrate esclusivamente sul pallone, è stato difficile non provare un certo disagio, se non proprio noia o addirittura disgusto. La sensazione era quella di assistere a un gigantesco spettacolo d’intrattenimento nel quale la partita – “l’evento” – rappresentava soltanto uno dei tanti ingredienti e neppure dei principali.
È una filosofia tipicamente americana: trasformare qualsiasi evento sportivo in uno show totale. Funziona forse per il loro Super Bowl, dove lo spettacolo è ormai parte integrante della tradizione. Ma il calcio ha sempre avuto ben altra cultura.
La sua forza è sempre stata la semplicità. Novanta minuti. Un pallone. Ventidue giocatori. Tutto il resto è superfluo.
Il calcio non diventi un prodotto senz’anima
La FIFA sembra ormai inseguire un modello in cui tutto deve essere spettacolarizzato: partite, premiazioni, cerimonie, marketing, social network, sponsor.
Il rischio è evidente. Che il calcio perda progressivamente quella spontaneità che lo ha reso lo sport più amato del pianeta.
L’identità di questo gioco non nasce dagli effetti speciali, ma dalla passione popolare, dai campetti di periferia, dalle rivalità sportive, dalle emozioni autentiche che nessun copione televisivo potrà mai sostituire.
Alla fine ha vinto il campo
Se una nota positiva deve restare, è proprio questa.
Alla fine non hanno deciso i palazzi. Non hanno deciso le pressioni. Non hanno deciso gli sponsor. Ha deciso il campo.
Ha vinto la squadra che, durante il torneo, ha dimostrato di essere la migliore. Ed è probabilmente questa l’unica vera consolazione di un Mondiale che lascia più di una perplessità sul futuro del calcio.
Perché il calcio può anche cambiare format, aumentare le partecipanti, moltiplicare gli incassi e trasformarsi in uno spettacolo globale. Ma se dimentica che il protagonista deve restare il pallone, rischia di perdere la propria anima.

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