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Luis de la Fuente, il Mondiale dietro un annuncio

Ci sono storie che sembrano uscite da un romanzo. Vicende in cui il talento incontra la perseveranza, ma soltanto dopo aver attraversato il deserto della delusione. La parabola di Luis de la Fuente, commissario tecnico della Spagna campione del mondo 2026, appartiene a questa categoria. È la dimostrazione che, nel calcio come nella vita, il successo non sempre arriva per chi urla di più o gode dei riflettori, ma spesso premia chi continua a lavorare nell’ombra quando tutti gli altri hanno già smesso di credere in lui.

La sua incredibile storia ce la racconta Matteo Orlando con l’articolo Dalla disoccupazione al Mondiale: come De la Fuente ha riscritto la storia del calcio, pubblicato su Informazione Cattolica.

Quando il calcio sembrava averlo dimenticato

Oggi il nome di Luis de la Fuente è associato al più grande trionfo possibile: la conquista della Coppa del Mondo con una nazionale che ha incantato il pianeta. Eppure, appena quindici anni fa, sembrava già definitivamente fuori dai giochi.

Dopo una discreta carriera da calciatore, vissuta soprattutto con l’Athletic Bilbao, dove conquistò due campionati spagnoli negli anni Ottanta, De la Fuente aveva intrapreso la strada della panchina senza ottenere risultati eclatanti. Il momento più difficile arrivò nel 2011, quando venne esonerato dall’Alavés dopo appena nove giornate di campionato.

Da quel momento iniziò un lungo periodo di inattività. Il telefono non squillava più. Nessuna società sembrava interessata a lui. Per circa un anno e mezzo rimase senza lavoro, vivendo quella condizione che ogni allenatore teme più di ogni altra: l’oblio.

L’annuncio che cambiò tutto

La svolta arrivò in modo quasi incredibile.

Sfogliando un quotidiano, De la Fuente notò un piccolo annuncio pubblicato dalla Real Federación Española de Fútbol. La federazione cercava tecnici da inserire nel settore delle nazionali giovanili.

Non era una panchina prestigiosa. Non prometteva ricchi contratti né prime pagine. Molti probabilmente non ci avrebbero nemmeno fatto caso. Lui invece telefonò.

Preparò il curriculum, sostenne il colloquio e venne assunto, inizialmente persino con un breve periodo di prova. Fu una scelta destinata a cambiare la storia del calcio spagnolo.

L’architetto della nuova Spagna

Mentre il grande calcio continuava a ignorarlo, Luis de la Fuente costruiva silenziosamente il futuro della Roja.

Negli anni alla guida delle selezioni giovanili conquistò praticamente tutto ciò che era possibile vincere. Ancora più importante, contribuì a formare quella generazione straordinaria destinata a dominare il calcio mondiale.

Sotto la sua guida sono cresciuti calciatori come Lamine Yamal, Pedri, Gavi, Rodri, Nico Williams, Unai Simón, Pau Cubarsí e molti altri.

Non si limitò a insegnare schemi tattici. Creò una vera identità calcistica, fondata sul possesso palla, sull’organizzazione, sulla disciplina tattica e soprattutto sul gruppo.

Quando quei ragazzi arrivarono nella nazionale maggiore, conoscevano già perfettamente il suo modo di intendere il calcio.

Lo scetticismo iniziale

Nel 2022, dopo l’addio di Luis Enrique, la federazione spagnola prese una decisione che molti giudicarono sorprendente.

Invece di affidarsi a un allenatore famoso, scelse proprio Luis de la Fuente. La critica non fu tenera. Per molti osservatori era un tecnico senza esperienza nei grandi club, privo del curriculum necessario per guidare una delle nazionali più prestigiose del pianeta.

La sua risposta arrivò sul campo. Prima la UEFA Nations League, poi il trionfo agli Europei, infine il capolavoro assoluto: il Mondiale 2026.

Una Spagna quasi perfetta

La Spagna vista ai Mondiali è stata una macchina praticamente impeccabile. Organizzazione tattica, qualità tecnica, intensità, pressing, controllo della partita e una capacità impressionante di limitare gli avversari.

In finale contro l’Argentina, la Roja è riuscita addirittura a concedere pochissimo ai campioni uscenti, imponendo ancora una volta il proprio calcio e conquistando il titolo mondiale.

L’intero torneo racconta la forza del progetto costruito da De la Fuente: una nazionale capace di subire appena un gol durante tutta la competizione e di proseguire una lunghissima serie di risultati utili consecutivi, numeri che testimoniano la solidità del lavoro svolto nel corso degli anni.

Una fede vissuta senza compromessi

C’è un aspetto della personalità di Luis de la Fuente che raramente occupa le prime pagine sportive, ma che rappresenta uno dei cardini della sua esistenza: la sua profonda fede cattolica.

In un ambiente come quello del calcio professionistico, dove spesso trovano spazio superstizioni, riti scaramantici o un certo pudore nel manifestare pubblicamente le proprie convinzioni religiose, il commissario tecnico della Spagna non ha mai nascosto ciò in cui crede. Al contrario, ne ha parlato con naturalezza in diverse interviste, spiegando che la fede costituisce il fondamento del suo equilibrio umano prima ancora che professionale.

De la Fuente si definisce senza esitazioni un cattolico praticante. È profondamente devoto alla Virgen de la Vega, patrona della sua città natale, Haro, e alla Virgen del Rocío, una delle più amate devozioni mariane della tradizione spagnola.

Prima di ogni partita importante è solito raccogliersi in preghiera e fare il segno della croce, un gesto che milioni di telespettatori hanno visto compiere prima del fischio d’inizio. Ma, come lui stesso ha spiegato, non si tratta di un rito scaramantico né di un amuleto porta-fortuna. È piuttosto un atto di affidamento a Dio e di gratitudine, il modo con cui riconosce che il risultato di una partita non dipende soltanto dalle capacità dell’uomo.

Lo stesso commissario tecnico ha raccontato di pregare ogni giorno, non soltanto in occasione delle grandi finali. Sarebbe persino sbagliato, ha osservato, chiedere a Dio di far vincere una squadra anziché un’altra. La sua preghiera è soprattutto un ringraziamento per la vita, la salute, la famiglia e per il privilegio di poter svolgere il mestiere che ama.

In un’epoca nella quale molti personaggi pubblici preferiscono tenere le proprie convinzioni religiose lontane dai riflettori per evitare polemiche, Luis de la Fuente ha scelto la strada opposta: vivere la propria fede con discrezione, ma senza vergogna e senza compromessi. È una testimonianza coerente che contribuisce a rendere ancora più significativa la sua parabola umana, dimostrando come il successo possa convivere con l’umiltà e con una fede vissuta apertamente.

Una parabola che deve far riflettere

La favola di Luis de la Fuente dimostra che il talento conta, ma senza pazienza, umiltà e capacità di costruire nel tempo non basta.

È la vittoria di chi non si è arreso davanti a un licenziamento, di chi ha saputo trasformare un piccolo annuncio di giornale nell’occasione della vita e di chi, partendo dalla disoccupazione, è arrivato sul tetto del mondo senza rinunciare alla propria identità.

In un calcio sempre più dominato dall’immagine, dal business e dalla ricerca del risultato immediato, il commissario tecnico della Spagna rappresenta la prova che competenza, coerenza e fede possono ancora camminare insieme. Ed è forse anche questo il segreto di una storia destinata a rimanere nella memoria del calcio mondiale.

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Pubblicato inCalcioReligione

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