C’è una scena che fino a vent’anni fa sarebbe sembrata assurda. Quattro amici seduti allo stesso tavolo. Nessuno parla. O meglio, parlano con qualcun altro. Le teste sono chine, gli occhi incollati allo schermo, le dita scorrono compulsivamente sul display. Ogni tanto qualcuno sorride. Ma non all’amico seduto di fronte: sorride a un video, a un meme, a un messaggio arrivato da chissà dove.
Benvenuti nell’era del phubbing, il fenomeno raccontato anche da Maria Dal Monte nell’articolo “Phubbing: quando lo smartphone prende il posto delle relazioni“, pubblicato su Secolo d’Italia, che descrive una delle malattie sociali più diffuse del nostro tempo.
Il termine nasce dalla fusione delle parole inglesi phone e snubbing, cioè “snobbare qualcuno a favore del telefono”. Una parola nuova per descrivere un comportamento ormai vecchissimo nella sua diffusione: ignorare chi ci sta davanti per dedicare tutta l’attenzione allo smartphone.
Una rivoluzione al contrario
Ci avevano promesso che la tecnologia avrebbe avvicinato le persone.
In parte è vero. Oggi possiamo telefonare dall’altra parte del mondo in pochi secondi, fare una videochiamata con un parente emigrato o inviare fotografie in tempo reale. Ma, come spesso accade, il progresso ha presentato il conto.
Abbiamo accorciato le distanze geografiche, aumentando quelle umane. È il paradosso del XXI secolo: siamo connessi con il pianeta intero e scollegati da chi siede accanto a noi. Il phubbing non è semplicemente maleducazione. È diventato uno stile di vita.
Il ristorante trasformato in sala d’attesa digitale
Entrate in un qualsiasi ristorante.
Una volta si rideva, si discuteva, magari si litigava anche. Oggi capita di vedere coppie che trascorrono l’intera cena senza quasi guardarsi negli occhi. Lui fotografa il piatto. Lei risponde a Instagram. Arriva il dessert. Selfie. Poi si torna a fissare il telefono.
Alla fine della serata, probabilmente avranno condiviso decine di contenuti con perfetti sconosciuti, ma pochissime parole fra loro. È un capolavoro di assurdità: ci si incontra fisicamente per continuare a vivere altrove, nel mondo virtuale.
Le nuove buone maniere sono sparite
Esistevano regole non scritte.
Quando qualcuno parlava, lo si ascoltava. Quando un ospite entrava in casa, gli si dedicava attenzione. Quando si cenava insieme, si conversava.
Oggi, invece, basta il suono di una notifica perché qualsiasi discorso venga interrotto. Lo smartphone ha assunto un’autorità superiore perfino alla persona che abbiamo davanti. Come se ogni vibrazione fosse un ordine impartito da un’autorità superiore.
La conversazione può aspettare. Il messaggio no.
La dittatura delle notifiche
Il problema non è il telefono.
Il problema è aver trasformato uno strumento in un padrone. Ogni notifica produce curiosità. Ogni “like” regala una piccola gratificazione. Ogni messaggio sembra urgente, anche quando non lo è affatto.
Così nasce una dipendenza silenziosa, alimentata anche dalla FOMO, la paura di perdersi qualcosa, che spinge a controllare continuamente lo smartphone.
Il risultato? Persone fisicamente presenti ma mentalmente assenti.
Le famiglie che non si parlano più
La scena è ormai quotidiana. Padre con il telefono. Madre con il telefono. Figlio con il tablet. Figlia con lo smartphone. Quattro persone nello stesso salotto. Quattro mondi completamente separati.
Una volta il televisore veniva accusato di distruggere il dialogo familiare. Lo smartphone è riuscito nell’impresa di fare molto peggio. Ognuno vive nella propria bolla digitale, dove gli algoritmi conoscono gusti, paure e desideri meglio delle persone con cui divide la casa.
Le ricerche mostrano come persino il parental phubbing, cioè i genitori che ignorano i figli per guardare il telefono, possa compromettere il rapporto familiare e favorire isolamento e uso problematico degli stessi dispositivi nei ragazzi.
Anche il lavoro paga il prezzo
Il phubbing non si limita alla vita privata.
Riunioni interrotte. Colloqui durante i quali qualcuno sbircia continuamente lo schermo. Persino dirigenti incapaci di ascoltare un collaboratore senza controllare WhatsApp ogni trenta secondi.
Gli studiosi parlano ormai anche di Boss Phubbing, il comportamento dei superiori che trasmette disinteresse e riduce fiducia e coinvolgimento nei dipendenti.
L’ironia di una società iperconnessa
Forse il simbolo più perfetto della nostra epoca è l’ascensore.
Dieci secondi di tragitto. Una volta si diceva almeno un “buongiorno”. Oggi tutti estraggono il telefono. Nemmeno dieci secondi di silenzio possono essere sopportati.
È come se la sola compagnia di noi stessi fosse diventata insostenibile. Abbiamo paura del vuoto. Temiamo perfino un minuto senza notifiche. Siamo passati dal dialogare con gli altri all’essere continuamente interrotti da uno schermo.
La tecnologia non è il nemico
Sarebbe sbagliato demonizzare lo smartphone.
È uno strumento straordinario. Permette di lavorare, studiare, informarsi, orientarsi e mantenere rapporti a distanza.
Il problema nasce quando smette di essere uno strumento e diventa il centro della nostra vita. Quando il telefono decide il ritmo delle giornate. Quando una notifica vale più di una conversazione. Quando un “like” pesa più di un sorriso reale.
Riscoprire il valore della presenza
Forse la vera rivoluzione, oggi, è incredibilmente semplice.
Spegnere il telefono durante una cena. Guardare negli occhi chi ci parla. Lasciare lo smartphone in tasca mentre un figlio racconta la propria giornata. Conversare senza controllare continuamente il display.
Sembrano gesti banali. In realtà stanno diventando gesti rivoluzionari. Perché le relazioni autentiche non si alimentano con la connessione Wi-Fi, ma con l’attenzione. E quella, almeno per ora, nessuna applicazione è ancora riuscita a sostituirla.

Sii il primo a commentare