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Il mercato degli innocenti

L’utero in affitto è davvero un gesto d’amore o rappresenta una delle forme più sofisticate di sfruttamento umano del nostro tempo? Per anni il dibattito pubblico ha cercato di presentare la maternità surrogata con espressioni rassicuranti come “gestazione per altri”, “atto di altruismo” o “solidarietà riproduttiva”. Un lessico accuratamente scelto per addolcire una realtà molto meno romantica, nella quale il corpo della donna diventa oggetto di un contratto e il bambino rischia di essere trasformato nel risultato finale di una prestazione acquistata.

Negli ultimi mesi, però, qualcosa è cambiato. A incrinare una narrazione che sembrava ormai intoccabile non è stata soltanto la voce della Chiesa cattolica, da sempre fermamente contraria alla pratica, ma anche quella di una figura istituzionale delle Nazioni Unite. La Relatrice speciale ONU sulla violenza contro le donne e le ragazze, Reem Alsalem, ha infatti pubblicato un rapporto destinato a far discutere, nel quale descrive la maternità surrogata come una pratica caratterizzata da sfruttamento, violenza e mercificazione delle donne e dei bambini, invitando la comunità internazionale a lavorare per la sua progressiva abolizione attraverso un trattato internazionale vincolante.

Per chi da anni denuncia i rischi etici della pratica, non si tratta di una sorpresa. Per molti altri, invece, è stata una doccia fredda. Perché improvvisamente anche una voce autorevole dell’ONU ha iniziato a utilizzare parole che fino a poco tempo fa venivano liquidate come “ideologiche” o “confessionali”.

Dietro le parole, il mercato

Il primo inganno è linguistico. Parlare di “gestazione per altri” significa spostare l’attenzione dalla donna al servizio che essa dovrebbe fornire. È un’espressione tecnica, quasi burocratica, che elimina il termine “madre” e riduce la gravidanza a una funzione biologica.

Eppure una gravidanza non è un semplice processo fisiologico. Per nove mesi una donna alimenta, protegge, plasma e instaura un rapporto profondissimo con il bambino che porta in grembo. Pensare che tutto ciò possa essere disciplinato da un contratto significa trasformare la maternità in una prestazione e la nascita in una consegna.

È proprio questo uno dei punti centrali evidenziati dal rapporto della Relatrice ONU Reem Alsalem, secondo cui il linguaggio utilizzato dall’industria della maternità surrogata tende a nascondere la realtà dei rapporti economici sottostanti e della vulnerabilità delle donne coinvolte.

Un business che vale miliardi

Dietro la retorica dell’altruismo esiste un settore economico che movimenta miliardi di euro ogni anno. Agenzie specializzate, studi legali, cliniche della fertilità, intermediari, assicurazioni, banche del seme e degli ovociti costituiscono una filiera internazionale che opera in numerosi Paesi.

Il bambino diventa così il punto finale di una vera e propria catena produttiva, nella quale ogni passaggio ha un prezzo. Si acquistano ovociti, si selezionano donatori, si pagano esami genetici, si stipulano contratti, si scelgono le caratteristiche desiderate e, infine, si paga la gravidanza.

Anche quando la maternità surrogata viene definita “altruistica”, rimangono quasi sempre costi, rimborsi, consulenze, parcelle mediche e compensi indiretti che alimentano un mercato internazionale sempre più redditizio.

La stessa Reem Alsalem richiama l’enorme dimensione economica del fenomeno e mette in guardia contro una logica che rischia di trasformare il corpo femminile e i bambini in beni commerciabili.

La donna ridotta a incubatrice

La questione centrale riguarda però la dignità della donna.

Una gravidanza non è un lavoro qualsiasi. Non è assimilabile a una prestazione professionale. Non è una locazione temporanea del proprio corpo. Durante quei nove mesi la donna affronta cambiamenti ormonali, psicologici e fisici profondissimi. Corre rischi sanitari, affronta possibili complicazioni e vive un’esperienza che coinvolge tutta la persona.

Quando tutto questo viene regolato da un contratto, inevitabilmente il corpo femminile rischia di diventare uno strumento destinato a soddisfare il desiderio di altri.

Il rapporto ONU parla apertamente di sfruttamento, soprattutto quando le madri surrogate provengono da contesti economicamente fragili, nei quali la necessità economica rende estremamente discutibile la reale libertà del consenso.

Il bambino non è un diritto

Qui emerge forse il nodo più delicato.

La cultura contemporanea tende sempre più spesso a parlare di un presunto “diritto al figlio”. Ma nella prospettiva cristiana il figlio non è mai un diritto. È sempre un dono. La differenza è enorme. I diritti riguardano le cose che spettano alla persona. Le persone, invece, non spettano a nessuno. Nessun contratto può attribuire a qualcuno il diritto di ottenere un essere umano.

Il bambino possiede una propria dignità fin dal concepimento. Non nasce per soddisfare un desiderio, per completare un progetto personale o per realizzare un’aspirazione individuale. Nasce perché è una persona. Quando invece la nascita dipende dall’esecuzione di un contratto, il rischio è evidente: il bambino finisce inevitabilmente per assumere i contorni di un bene commissionato.

La posizione della Chiesa

Su questo punto il magistero cattolico non ha mai lasciato spazio ad ambiguità.

Già l’istruzione Donum Vitae del 1987 condannava la maternità surrogata come lesiva dell’unità del matrimonio, della dignità della procreazione e dei diritti del bambino. Successivamente Dignitas Personae ha ribadito che la pratica rappresenta una grave offesa alla dignità della donna e del figlio.

Più recentemente il documento Dignitas Infinita, pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede, definisce la maternità surrogata una pratica che viola gravemente la dignità della donna e del bambino, sottolineando come quest’ultimo abbia il diritto di nascere da un atto di amore coniugale e non da un accordo commerciale.

La ragione è semplice: la maternità non è divisibile. Non esiste una madre genetica, una madre gestazionale e una madre sociale come se si trattasse di funzioni amministrative. La maternità riguarda tutta la persona.

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Pubblicato inMaternità surrogata

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