Vai al contenuto

Mascherine, il disastro Arcuri ci costa 100 milioni

Sei anni dopo l’emergenza Covid arriva una fattura pesantissima per lo Stato. La vicenda JC Electronics, nata da una decisione della struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, si è chiusa con una transazione da 100,221 milioni di euro. Il Tribunale di Roma aveva condannato lo Stato a pagarne oltre 203, che con interessi e rivalutazione erano già saliti oltre quota 250 milioni. E alla fine, come sempre quando sbaglia (?) lo Stato, il portafoglio è quello dei contribuenti.

C’è un numero che vale più di mille ricostruzioni sulla stagione dell’emergenza Covid: 100.221.000 euro. Non è il costo di un nuovo ospedale. Non è un investimento nella sanità. Non è una somma stanziata per assumere medici e infermieri. È quanto lo Stato ha accettato di versare per chiudere il contenzioso con JC Electronics Italia, nato dalla gestione di una fornitura di mascherine durante la pandemia.

La transazione è stata sottoscritta il 31 ottobre 2025, con il parere favorevole dell’Avvocatura generale dello Stato, ed è intervenuta dopo che il Tribunale di Roma aveva già condannato Presidenza del Consiglio e Ministero della Salute a pagare alla società 203.012.065,34 euro, oltre interessi, rivalutazione e spese. Al 30 giugno 2025, secondo quanto riferito dal ministro della Salute Orazio Schillaci al Senato, il credito accertato aveva già superato 250 milioni di euro.

Una vicenda che merita di essere raccontata con precisione, perché dietro quelle nove cifre c’è una domanda molto semplice: come si è potuti arrivare a questo punto?

Tutto comincia nel marzo 2020

Bisogna tornare ai giorni convulsi del marzo 2020, quando l’Italia era precipitata nell’emergenza sanitaria.

Il 18 marzo 2020 venne affidata alla JC Electronics una commessa relativa alla fornitura di mascherine KN95 AX-KF95. Poi entrò in scena la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, nominato commissario straordinario dal governo presieduto da Giuseppe Conte.

Ed è qui che comincia quello che, alla luce delle conseguenze giudiziarie ed economiche, appare come un colossale fallimento amministrativo: decisioni prese dalla macchina commissariale dell’emergenza che, anni dopo, hanno presentato agli italiani un conto da capogiro.

La struttura commissariale arrivò infatti alla risoluzione del rapporto con JC Electronics sostenendo, tra le altre questioni, problemi riguardanti la conformità e la validazione dei dispositivi. L’azienda contestò quella decisione e trascinò lo Stato davanti ai giudici.

Il risultato è arrivato il 7 novembre 2024 con la sentenza n. 17025/2024 del Tribunale civile di Roma: Presidenza del Consiglio e Ministero della Salute sono stati condannati in solido a versare 203.012.065,34 euro, più interessi di mora, rivalutazione e spese. Una cifra da capogiro.

La risoluzione giudicata «ingiustificata e pretestuosa»

Il passaggio politicamente più pesante riguarda proprio il comportamento della struttura commissariale. Secondo quanto emerge dagli atti parlamentari e dalla ricostruzione del contenzioso, il Tribunale ha ritenuto «ingiustificata e pretestuosa» la risoluzione contrattuale comunicata dal commissario straordinario. Tre parole che pesano come macigni.

Perché qui non stiamo discutendo di una normale scelta amministrativa finita male. Stiamo parlando di una decisione presa durante la più grave emergenza nazionale degli ultimi decenni, quando Palazzo Chigi e la struttura commissariale disponevano di poteri straordinari e risorse enormi, mentre agli italiani venivano chiesti sacrifici altrettanto straordinari.

Ed è proprio questo il punto politico. Nel 2020 qualsiasi critica alla macchina dell’emergenza veniva spesso liquidata come polemica irresponsabile. C’era fretta, ci dicevano. Bisognava decidere. Non c’era tempo per discutere. Può darsi. Ma l’emergenza può spiegare gli errori: non può trasformarli in un’immunità permanente dalle responsabilità. Soprattutto quando, sei anni dopo, arriva il conto.

La mail che non arrivò al CTS

C’è poi un dettaglio che rende la vicenda ancora più paradossale. Secondo quanto successivamente ricostruito, la mancata validazione da parte del Comitato tecnico-scientifico sarebbe dipesa anche dal mancato inoltro della documentazione tecnica trasmessa dalla società. La JC Electronics ha inoltre precisato che il Tribunale ha accertato la presenza della validazione INAIL e che le prove effettuate dal laboratorio accreditato dell’Agenzia delle Dogane avevano confermato la conformità alla norma tecnica indicata.

Insomma, dietro un contenzioso da centinaia di milioni emerge anche qualcosa di terribilmente prosaico: un problema nella trasmissione delle carte tra uffici. Altro che sofisticata strategia emergenziale.

Una vicenda nata nel momento in cui lo Stato chiedeva ai cittadini precisione assoluta nelle autocertificazioni, negli spostamenti e nel rispetto di norme che cambiavano continuamente rischia di essere ricordata anche per una documentazione che, secondo le risultanze richiamate nel procedimento, non arrivò dove doveva arrivare. L’ironia, se non ci fossero di mezzo cento milioni di euro pubblici, sarebbe quasi irresistibile.

Arcuri, l’uomo dei poteri straordinari

Ed eccoci a Domenico Arcuri.

Durante l’emergenza fu uno degli uomini più potenti d’Italia. La struttura commissariale gestiva una macchina gigantesca: approvvigionamenti, dispositivi di protezione, attrezzature e successivamente altre componenti fondamentali della risposta alla pandemia.

Arcuri, ascoltato dalla Commissione parlamentare Covid nel gennaio 2025, ha contestato duramente la ricostruzione accusatoria di JC Electronics, definendola una sorta di «spy story» basata, a suo giudizio, su informazioni non documentate. Ha inoltre sostenuto che la risoluzione del contratto con JC Electronics fosse successiva alla conclusione delle forniture con le società cinesi, respingendo quindi l’idea di una sostituzione deliberata del fornitore italiano per favorirne altri.

È giusto ricordarlo. Così come è giusto ricordare che le responsabilità penali e quelle amministrative o politiche sono piani differenti e che Arcuri non può essere trasformato automaticamente nel responsabile personale dei 100 milioni soltanto perché guidava la struttura.

Ma sul piano politico e gestionale resta un fatto difficilmente aggirabile: la decisione assunta dalla struttura da lui diretta ha generato un contenzioso che ha prodotto una condanna da oltre 203 milioni e, infine, un esborso transattivo superiore a 100 milioni. Ed è su questo che sarebbe necessaria una spiegazione fino in fondo.

Da 203 a 250 milioni

La situazione, nel frattempo, era diventata ancora più grave. La sentenza del 2024 aveva stabilito un pagamento superiore a 203 milioni. Ma essendo immediatamente esecutiva, interessi e altri oneri continuavano a maturare.

Il ministro Schillaci ha spiegato ufficialmente al Senato che al 30 giugno 2025 il credito accertato superava già i 250 milioni di euro. Esistevano inoltre ulteriori crediti rivendicati nei confronti delle amministrazioni precedenti per circa 20 milioni. Il governo Meloni si è trovato dunque davanti a un’eredità avvelenata.

Poteva continuare la battaglia giudiziaria, rischiando che il conto salisse ulteriormente, oppure cercare un accordo. È stata scelta la seconda strada. La transazione ha fissato il pagamento complessivo in 100,221 milioni di euro, chiudendo anche ulteriori contenziosi collegati. L’accordo ha avuto il parere positivo dell’Avvocatura dello Stato ed è stato registrato dalla Corte dei conti.

Da questo punto di vista, sostenere semplicemente che l’attuale governo abbia “regalato” cento milioni a JC Electronics è una ricostruzione incompleta: il governo ha pagato 100 milioni per chiudere una controversia nella quale lo Stato era già stato condannato in primo grado a oltre 203 milioni, diventati nel frattempo più di 250.

Si può discutere se fosse opportuno attendere l’appello. Ed è precisamente ciò che hanno contestato Pd e Movimento 5 Stelle. Ma il problema originario rimane: senza quel contenzioso nato dalle decisioni del 2020, oggi non ci sarebbero stati né 203 milioni di condanna né 100 milioni di transazione.

Conte ora accusa il governo Meloni

Ed eccoci al paradosso politico.

Giuseppe Conte, ascoltato nei giorni scorsi dalla Commissione Covid, ha a sua volta attaccato il governo sulla transazione con JC Electronics, chiedendo conto della decisione di chiudere il contenzioso pagando circa cento milioni prima della conclusione dell’appello.

Una domanda legittima sul piano parlamentare.Ma politicamente c’è qualcosa di surreale. Perché la controversia non nasce con il governo Meloni. Nasce nel 2020, sotto il governo Conte, dentro la macchina emergenziale costruita in quei mesi e con una struttura commissariale guidata dall’uomo scelto proprio da quell’esecutivo.

È un po’ come lasciare un’automobile contro un muro, consegnare le chiavi al proprietario successivo e poi chiedergli indignati quanto ha speso dal carrozziere. Si può discutere sul preventivo. Resta però da spiegare chi abbia provocato l’incidente.

FdI: «Paghi Arcuri»

È proprio su questo punto che Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti dei gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, hanno alzato ulteriormente il tiro.

Come ricostruisce Andrea Landretta nell’articolo Mascherine, lo Stato paga 100 milioni per colpa di Arcuri. FdI: ‘Sia lui a saldare’, FdI ha annunciato un’interrogazione affinché venga valutata la possibilità che lo Stato si rivalga su Arcuri e sugli altri soggetti eventualmente ritenuti responsabili. La provocazione politica è evidente: perché deve pagare sempre Pantalone?

Naturalmente stabilire se esistano concretamente i presupposti giuridici per un’azione di rivalsa e chi ne debba eventualmente rispondere spetta agli organi competenti, non alla politica né ai giornali. Ma la domanda di fondo resta sacrosanta. Se una scelta amministrativa produce un danno enorme alle casse pubbliche, è sufficiente dire che erano tempi difficili e archiviare tutto?

Il grande alibi dell’emergenza

È questo forse il lascito più inquietante dell’intera vicenda.

Durante il Covid abbiamo assistito a una gigantesca concentrazione di potere amministrativo nelle mani di poche strutture, giustificata dalla necessità di agire rapidamente. Dpcm, commissari straordinari, affidamenti emergenziali, procedure accelerate, miliardi movimentati in pochissimo tempo. Tutto veniva giustificato con una parola magica: emergenza.

Ma lo Stato di diritto serve soprattutto durante le emergenze, non soltanto quando tutto procede tranquillamente. Più aumentano i poteri, più dovrebbe aumentare la responsabilità di chi li esercita. Invece in Italia accade troppo spesso il contrario.

Il funzionario decide, il dirigente firma, il politico nomina. Poi passano gli anni, arrivano i tribunali, arrivano le condanne, arrivano le transazioni. E alla fine arriva lui: il contribuente. Quello non manca mai.

Cento milioni sono soldi veri

Forse il problema è che abbiamo perso il senso delle proporzioni. “Cento milioni” pronunciato in televisione sembra quasi un’espressione astratta. Invece sono 100.221.000 euro. Soldi pubblici. Denaro che poteva essere destinato alla sanità, alle famiglie, alle forze dell’ordine, alla riduzione delle tasse, alle scuole, agli ospedali. E invece serve a chiudere una controversia nata dalla gestione amministrativa dell’emergenza del 2020.

Per questo la vicenda JC Electronics non dovrebbe essere derubricata alla solita rissa tra maggioranza e opposizione. La domanda non è se abbia ragione Conte o Meloni. La domanda è molto più seria: chi risponde quando lo Stato sbaglia in modo così costoso?

Il conto della stagione Conte-Arcuri

La sentenza non consente di attribuire automaticamente a Domenico Arcuri una responsabilità personale per l’intero esborso, e sarebbe scorretto sostenerlo.

Consente però di affermare qualcosa di politicamente pesantissimo: una controversia originata dalle decisioni della struttura commissariale da lui guidata ha condotto lo Stato a una condanna da 203 milioni di euro, cresciuta oltre i 250 milioni, e infine a una transazione da 100,221 milioni.

E quella struttura non era caduta dal cielo. Era uno degli strumenti centrali della gestione emergenziale del governo Conte. Per anni ci è stato ripetuto che quella macchina rappresentava la risposta inevitabile a una situazione eccezionale. Oggi scopriamo che alcune decisioni di quella macchina continuano a presentare il conto agli italiani.

Se cento milioni di euro possono evaporare dalle casse pubbliche senza che nessuno debba spiegare fino in fondo come sia stato possibile, allora il problema è molto più grande di Arcuri.

È un problema di responsabilità pubblica. Perché amministrare significa decidere. Decidere significa rispondere delle proprie decisioni. Altrimenti abbiamo inventato uno strano Stato nel quale il potere è personale quando si esercita e collettivo quando arriva il conto.

E indovinate un po’ chi paga la parte “collettiva”? Sempre gli stessi. Sempre noi.

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere le ultime notizie nella tua casella di posta, ogni settimana.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Ti è piaciuto questo post? Allora condividilo!
Pubblicato inCovid & Pandemia

Sii il primo a commentare

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    PHP Code Snippets Powered By : XYZScripts.com