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Melitta von Stauffenberg, la donna che volava tra Hitler e la morte

Pilota, ingegnere, «mezza ebrea» per le leggi naziste e cognata dell’uomo che tentò di uccidere il Führer. La vita incredibile di una donna rimasta prigioniera delle contraddizioni della Germania

Ci sono vite che sembrano costruite apposta per mettere in crisi le comode categorie con cui, ottant’anni dopo, pretendiamo di dividere la storia fra buoni e cattivi. Quella di Melitta Schenk, contessa von Stauffenberg, è una di queste.

Era una donna in un mondo dominato dagli uomini. Aveva origini ebraiche in uno Stato ossessionato dalla purezza razziale. Lavorò per la Luftwaffe, ricevette una decorazione dal regime nazista e nello stesso tempo entrò nella famiglia dell’uomo che il 20 luglio 1944 cercò di uccidere Adolf Hitler.

E soprattutto volava. Volava moltissimo e pericolosamente.

La sua vicenda, recentemente ricordata da AGI, è quella di una delle figure più singolari e contraddittorie della Germania del Novecento.

Una donna tra motori e aerodinamica

Melitta Schiller nacque nel 1903 a Krotoschin, allora territorio prussiano e oggi Krotoszyn, in Polonia. Studiò matematica, fisica e ingegneria alla Technische Hochschule di Monaco, specializzandosi nella tecnica aeronautica e laureandosi nel 1927. Era una delle pochissime donne tedesche dell’epoca ad aver intrapreso una formazione tecnica di quel livello. Non voleva però limitarsi a progettare gli aeroplani sulla carta. Voleva pilotarli.

Conseguì progressivamente le abilitazioni necessarie, fino a poter condurre praticamente ogni categoria di velivolo dell’epoca, compresi alianti e apparecchi plurimotore. Nel 1937 ottenne il titolo di Flugkapitän (letteralmente “comandante di volo”), diventando la seconda donna tedesca a raggiungerlo.

Nel frattempo aveva conosciuto e sposato lo storico Alexander Schenk Graf von Stauffenberg. Quel cognome sarebbe diventato uno dei più famosi della storia tedesca. Alexander era infatti fratello di Claus Schenk von Stauffenberg, il colonnello che anni dopo avrebbe portato personalmente nella Tana del Lupo la bomba destinata a Hitler.

Il paradosso delle origini ebraiche

Poi arrivò il nazismo e la vita di Melitta precipitò in uno dei più grotteschi paradossi del regime.

Suo padre proveniva da una famiglia di origine ebraica e si era convertito al cristianesimo. Per le leggi razziali naziste questo bastava a rendere Melitta sospetta e a comprometterne la carriera. Nel 1936 dovette lasciare il proprio incarico alla Deutsche Versuchsanstalt für Luftfahrt proprio per le origini della famiglia paterna.

Ma il regime aveva un problema: Melitta era troppo brava per poterne fare a meno. La Germania, che classificava gli esseri umani sulla base dei nonni, aveva disperatamente bisogno delle capacità tecniche di una donna che, secondo quella stessa classificazione, non avrebbe dovuto trovarsi lì.

Nel 1941 ottenne quindi un trattamento speciale che la sottraeva, di fatto, alle conseguenze della legislazione razziale. Il WDR ricorda che il 25 giugno di quell’anno venne dichiarata «deutschblütig», di sangue tedesco. Una dimostrazione quasi perfetta dell’assurdità del razzismo nazista: quando l’ideologia entrava in collisione con la necessità, improvvisamente persino la presunta purezza del sangue diventava negoziabile.

Duemilacinquecento picchiate

Con la guerra Melitta divenne una pedina preziosa della ricerca aeronautica tedesca. Fu impiegata nello sviluppo e nella sperimentazione dei sistemi destinati soprattutto ai bombardieri in picchiata Junkers Ju 87 Stuka e agli Ju 88.

E qui i numeri diventano impressionanti. Le vengono attribuiti oltre 2.500 voli sperimentali in picchiata. In alcune giornate arrivava a effettuare quindici picchiate. Portava l’aereo da migliaia di metri verso terra e poi lo richiamava, raccogliendo i dati necessari a perfezionare sistemi di mira e apparecchiature.

Non era dunque semplicemente una pilota. Era contemporaneamente ingegnere, ricercatrice e collaudatrice: progettava, sperimentava e rischiava personalmente la vita per verificare ciò che aveva studiato.

Nel gennaio 1943 ricevette la Croce di Ferro di seconda classe, consegnatale da Hermann Göring. Ed è proprio qui che la sua biografia diventa scomoda.

Perché sarebbe troppo facile trasformarla retroattivamente in un’eroina della resistenza. Non lo fu nel senso tradizionale del termine. Il suo lavoro contribuì concretamente allo sviluppo della macchina bellica tedesca. Lo storico Thomas Medicus, autore della biografia Melitta von Stauffenberg. Ein deutsches Leben, insiste proprio sulle profonde contraddizioni di questa esistenza.

Poi arrivò il 20 luglio

Il 20 luglio 1944 Claus von Stauffenberg entrò nel quartier generale di Hitler nella Prussia orientale con una bomba nascosta in una valigetta.

L’esplosione avvenne. Hitler sopravvisse. La repressione fu feroce. Claus venne fucilato quella stessa notte e il regime applicò alla famiglia Stauffenberg il principio della Sippenhaft, la responsabilità familiare. Anche Melitta venne arrestata.

Ma ancora una volta accadde qualcosa di paradossale: la Luftwaffe aveva bisogno di lei. La sua competenza tecnica risultava talmente importante che venne liberata e autorizzata a riprendere il proprio lavoro.

Da una parte, dunque, il cognome Stauffenberg era diventato sinonimo di tradimento agli occhi del regime. Dall’altra, quella particolare Stauffenberg continuava a essere indispensabile.

Sulla sua eventuale partecipazione alla congiura rimane invece molta prudenza da osservare. Il Max Planck Institute for the History of Science sottolinea quanto siano scarse le testimonianze personali lasciate da Melitta e quanto la sua posizione rispetto alla resistenza tedesca abbia dato origine a interpretazioni differenti.

Trasformarla senza prove nella complice segreta dell’Operazione Valchiria sarebbe dunque suggestivo, ma storicamente azzardato.

L’ultimo volo

Nella primavera del 1945 il Reich stava ormai crollando. Melitta cercava di raggiungere il marito Alexander, detenuto dai nazisti insieme ad altri membri della famiglia. L’8 aprile 1945 decollò a bordo di un piccolo Bücker Bü 181 Bestmann. Non arrivò a destinazione.

Per decenni si discusse persino su chi l’avesse abbattuta. Una ricerca pubblicata dal National Air and Space Museum dello Smithsonian ha ricostruito il combattimento sulla base dei documenti americani, attribuendo l’attacco al tenente statunitense Norbourn A. Thomas, che pilotava un F-6D, versione da ricognizione del P-51 Mustang.

Melitta riuscì ancora a portare a terra l’aereo, ma le ferite erano troppo gravi. Morì a 42 anni, poche settimane prima della resa della Germania.

Una vita impossibile da mettere in una casella

La tentazione, quando raccontiamo il passato, è sempre la stessa: distribuire patenti postume di santità e di colpevolezza. Ma la storia vera è molto meno ordinata.

Melitta von Stauffenberg lavorò per la macchina militare del Terzo Reich e contribuì tecnicamente alla sua aviazione. Fu decorata dal regime. Ma fu anche una donna che quel medesimo regime avrebbe discriminato per le sue origini, se non fosse stata tanto utile da costringerlo a derogare alle proprie folli regole razziali. Entrò inoltre in una famiglia che pagò duramente il tentativo di eliminare Hitler.

Vittima? Collaboratrice? Opportunista? Resistente? Forse cercare un’unica etichetta significa non comprendere la sua storia. Melitta appartiene piuttosto a quella zona grigia nella quale gli uomini e le donne reali cercano di sopravvivere dentro sistemi totalitari, facendo compromessi che decenni dopo appaiono incomprensibili, talvolta imperdonabili, altre volte tragicamente umani.

C’è però qualcosa che non richiede interpretazioni. Quando moltissime donne non potevano neppure immaginare una carriera nell’ingegneria aeronautica, Melitta Schiller progettava aeroplani e li pilotava personalmente. Quando per verificare un calcolo bisognava lanciare uno Stuka verso terra a velocità folle, non mandava qualcun altro a rischiare. Saliva sull’aereo.

E forse è proprio questa l’immagine più fedele con cui ricordarla: una donna sospesa fra cielo e abisso, esattamente come la Germania nella quale ebbe la sorte di vivere.

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