Non servono sbarre quando la prigione è costruita nella mente. È uno degli aspetti più inquietanti della criminalità organizzata nigeriana: accanto a violenza, minacce e debiti, alcune reti criminali utilizzano antiche credenze e rituali juju per soggiogare le vittime. Una catena invisibile che può accompagnarle dalla Nigeria fino alle strade europee.
A riportare l’attenzione sul fenomeno è un approfondimento pubblicato dall’AGI, Il patto con gli spiriti che fa ricca la mafia. Ma il rapporto tra criminalità nigeriana, tratta e ritualità magico-religiosa è documentato da anni dalle autorità italiane ed europee.
Il vudù non è la mafia
Una distinzione è indispensabile. Il Vodun, comunemente chiamato vudù, è una tradizione religiosa dell’Africa occidentale, particolarmente radicata in Benin e Togo, ben più complessa della caricatura cinematografica fatta di bamboline e spilloni.
Il problema nasce quando queste credenze vengono trasformate dai criminali in strumenti di intimidazione.
Il meccanismo è noto. Giovani donne, spesso provenienti da situazioni di povertà e vulnerabilità, vengono attirate con la promessa di un lavoro in Europa. Uno dei principali territori di reclutamento è storicamente l’area di Benin City, nello Stato nigeriano di Edo.
Prima della partenza può intervenire il rito juju. La ragazza giura di ripagare il debito contratto per il viaggio, obbedire e non denunciare i trafficanti. Capelli, unghie, sangue o altri elementi personali possono essere utilizzati durante il rituale.
La paura che infrangere il giuramento possa provocare malattie, follia, morte o disgrazie ai familiari diventa così uno straordinario strumento di controllo.
Non occorre una catena: basta la paura della maledizione.
Madame, confraternite e debiti
Secondo le fonti europee, il debito imposto alle vittime può arrivare a decine di migliaia di euro. A riscuoterlo e controllare le ragazze sono spesso le cosiddette maman o madame, figure centrali nello sfruttamento della prostituzione nigeriana.
Attorno a questo sistema possono muoversi reti criminali e confraternite come Black Axe, Supreme Vikings e Maphite, indicate dalle autorità europee in relazione a diverse attività criminali.
Europol ha descritto organizzazioni nigeriane attive non soltanto nella tratta, ma anche nella droga, nelle frodi e nel riciclaggio. In un’operazione internazionale del dicembre 2023, condotta con la partecipazione di 17 Paesi, furono arrestate 15 persone e individuate 18 vittime o potenziali vittime della tratta.
La particolarità del sistema sta proprio nell’unione tra criminalità moderna e paure antiche: organizzazioni capaci di spostare denaro e persone attraverso continenti diversi ricorrono contemporaneamente a riti e giuramenti per ottenere obbedienza.
Il juju arriva in Italia
Non è un fenomeno confinato all’Africa. Il Ministero dell’Interno ha documentato l’impiego di rituali juju nella tratta destinata anche all’Italia.
A Torino, per esempio, un’indagine resa pubblica nel 2019 riguardò 18 donne nigeriane destinate alla prostituzione e portò a 11 arresti. Secondo gli investigatori, alle minacce contro le vittime si aggiungevano quelle rivolte ai familiari rimasti in patria, mentre i rituali contribuivano alla loro soggezione psicologica.
È questo il punto decisivo: la mafia sfrutta ciò in cui la vittima crede. Non importa che una maledizione possieda realmente qualche potere. È sufficiente che la persona minacciata sia convinta che lo abbia.
Quando un re spezzò l’incantesimo
Nel 2018 accadde qualcosa di significativo. Oba Ewuare II, sovrano tradizionale del regno di Benin e importante autorità spirituale dello Stato di Edo, dichiarò nulli i precedenti giuramenti juju imposti alle vittime e condannò trafficanti e sacerdoti che avessero continuato a utilizzare i rituali per favorire la tratta.
La mossa colpiva il sistema nel suo punto più delicato: a un’autorità religiosa veniva contrapposta un’autorità religiosa ancora più forte.
Secondo l’EUAA, la dichiarazione ebbe effetti significativi e aiutò alcune vittime a liberarsi dalla paura. Negli anni successivi, tuttavia, sono state nuovamente segnalate pratiche juju legate alla tratta.
La catena invisibile
È forse questo l’aspetto più impressionante dell’intera vicenda. Nel XXI secolo possono convivere smartphone, trasferimenti internazionali di denaro, organizzazioni transnazionali e paure ancestrali.
La criminalità sa essere modernissima quando deve incassare e antichissima quando deve terrorizzare.
Liquidare tutto come semplice «superstizione» sarebbe però un errore. Per chi è cresciuto credendo nel potere di determinati rituali, una maledizione può essere percepita come una minaccia concreta quanto una pistola. Ed è proprio questa paura che i trafficanti sfruttano.
Da una prospettiva cristiana emerge inoltre una contrapposizione evidente: la fede autentica libera l’uomo dalla paura, mentre la superstizione utilizzata come arma lo rende schiavo.
Il vudù, dunque, non è sinonimo di mafia. Ma alcune organizzazioni criminali hanno imparato a usare il juju come una manetta invisibile. La vittima può attraversare il Mediterraneo, arrivare in Europa e sembrare libera. Eppure la prigione continua a portarsela dentro.

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