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Toghe d’oro, lacrime di coccodrillo

Tenetevi forte: adesso dobbiamo preoccuparci dei magistrati poveri. Quelli che, con retribuzioni medie che nella magistratura ordinaria viaggiano intorno ai 154 mila euro lordi l’anno e in altri comparti arrivano e superano i 180-200 mila, protestano perché il governo non intende mettere immediatamente la firma su un conto che, secondo le stime circolate, può avvicinarsi al miliardo di euro.

Un dramma sociale. Quasi quasi organizziamo una colletta davanti ai tribunali.

L’ANM denuncia la “gogna”, il “capro espiatorio”, la propaganda contro la magistratura. Peccato che quel miliardo gli italiani non debbano riceverlo: devono pagarlo.

Sia chiaro: se determinate somme sono dovute per legge, il problema giuridico esiste e va affrontato. Ma risparmiateci almeno la parte delle vittime. Qui non parliamo di un’infermiera che aspetta il rinnovo del contratto o di un pensionato che conta gli euro della spesa. Parliamo di una delle categorie meglio retribuite dello Stato.

E allora la domanda è inevitabile: se piangono loro, che cosa dovrebbero fare tutti gli altri?

Gli stipendi delle toghe

I dati citati da La Verità, sulla base della Ragioneria generale dello Stato, parlano di una retribuzione media della magistratura ordinaria di circa 154.000 euro lordi l’anno. La magistratura contabile arriva a circa 174.300 euro, quella amministrativa a 188.500, mentre quella tributaria supera i 200.000 euro annui.

Non esattamente salari da fame.

L’ANM precisa che non si tratterebbe propriamente di un “aumento”, bensì di differenze retributive derivanti dall’applicazione della legge e dalle decisioni intervenute sul metodo di calcolo. Precisazione corretta: non è una mancia inventata oggi dal governo.

Ma resta il conto. E a saldarlo è sempre il contribuente.

L’ascensore automatico

Le retribuzioni dei magistrati seguono inoltre un particolare meccanismo di adeguamento triennale, collegato alla dinamica delle retribuzioni del pubblico impiego. La Ragioneria generale dello Stato ricorda anche l’esistenza di progressioni stipendiali legate all’anzianità.

Il contenzioso riguarda proprio il calcolo degli adeguamenti. Secondo la ricostruzione di RaiNews, il vecchio metodo portava a incrementi del 4,85% per il triennio 2018-2020 e del 6,69% per il 2021-2023. Dopo i ricorsi accolti dalla giustizia amministrativa, le percentuali arriverebbero rispettivamente al 6,22% e al 12,32%.

Ed ecco il cortocircuito che il cittadino fatica a digerire: i magistrati ricorrono, la giustizia amministrativa decide e alla fine lo Stato paga.

Tutto previsto dall’ordinamento. Ma provate a raccontarlo all’artigiano che aspetta anni per recuperare un credito.

La “gogna” dei ben pagati

Il presidente dell’ANM Giuseppe Tango respinge l’immagine dei magistrati privilegiati e sostiene che la categoria sia stata trasformata in bersaglio politico. L’associazione ribadisce che non si tratta di “regali” o “bonus”, ma dell’applicazione di norme e sentenze.

È giusto riportarlo. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se una categoria con retribuzioni di questo livello possa presentarsi all’opinione pubblica usando il linguaggio della persecuzione quando sul tavolo ci sono centinaia di milioni di denaro pubblico.

Un magistrato deve essere pagato bene: la delicatezza della funzione e la sua indipendenza lo giustificano. Essere pagati bene, però, non significa essere sottratti alla critica.

Esistono inoltre trattamenti particolari per determinate condizioni di servizio, come specifiche indennità per alcuni trasferimenti verso sedi disagiate. Non serve invece inventare privilegi inesistenti: non tutti i magistrati dispongono automaticamente di casa, automobile di servizio o particolari agevolazioni fiscali.

I numeri veri sono già abbastanza eloquenti.

Toghe rosse e senso della misura

L’espressione “toghe rosse” è  volutamente polemica e non può essere applicata indistintamente a tutti i magistrati. Ma è difficile negare che una parte della magistratura associata sia diventata negli anni protagonista dello scontro pubblico con governi e maggioranze politiche, preferibilmente di centrodestra.

Proprio per questo servirebbe una virtù ormai rara: il senso della misura.

La magistratura deve essere indipendente dalla politica. Ma indipendenza non significa intoccabilità, né può significare che discutere degli stipendi delle toghe equivalga a delegittimare la giustizia.

Altrimenti il principio diventa curioso: quando la magistratura critica la politica esercita una libertà; quando politica e cittadini criticano la magistratura sarebbe un’aggressione.

Troppo comodo.

La giustizia viene amministrata “in nome del popolo italiano”. Sarebbe opportuno ricordarsi anche di come vive quel popolo.

Milioni di italiani sperano magari in cento euro in più al mese mentre pagano mutuo, spesa, benzina, tasse e bollette. E quando quei cento euro non arrivano non possono denunciare la “gogna”.

Stringono la cinghia.

Per questo, prima di presentarsi come vittime, dalle parti dell’ANM converrebbe guardare fuori dalle finestre dei palazzi di giustizia.

Perché alla fine, davanti a questa storia, al contribuente rimane in testa soprattutto la celebre battuta di Totò: “E io pago”.

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Pubblicato inGiustizia & Ingiustizia

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