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Speranza, assolto da Speranza

Ha chiuso l’Italia. E non ha niente da rimproverarsi

Cercasi disperatamente un errore di Roberto Speranza. Uno soltanto. Niente da fare: Roberto Speranza non lo trova. Dopo aver contribuito a chiudere l’Italia, tenuto gli studenti lontani dalle aule, sostenuto coprifuoco, Green Pass e obblighi vaccinali, accettato che migliaia di lavoratori venissero sospesi perché privi della certificazione richiesta, l’ex ministro della Salute arriva davanti alla Commissione Covid e compie il miracolo definitivo: processa politicamente se stesso e si assolve con formula piena.

Neppure il beneficio del dubbio. Neppure quel modestissimo «col senno di poi qualcosa avremmo potuto fare diversamente» che sarebbe normale attendersi da chi ha avuto tra le mani un potere enorme sulla vita quotidiana di milioni di persone. Macché. Speranza rivendica. Rivendica la linea seguita e arriva a sostenere che, davanti a un’altra emergenza, bisognerebbe mantenere sostanzialmente lo stesso indirizzo di fondo.

E allora almeno una cosa è finalmente chiara: durante il Covid gli italiani potevano sbagliare tutto, Roberto Speranza niente. Poteva sbagliare chi usciva di casa, chi apriva il negozio, chi voleva lavorare, chi contestava il Green Pass, chi poneva domande sui vaccini, chi dubitava dell’utilità di una restrizione. Potevano sbagliare medici, cittadini, commercianti, genitori, studenti. Tutti. Tranne lui.

Dopo anni di lockdown, divieti, certificazioni, controlli e decreti, l’ex ministro non porta davanti alla Commissione un’autocritica. Porta il certificato di garanzia della propria infallibilità. Firmato, naturalmente, Roberto Speranza. Ed è forse questo il passaggio più inquietante della sua deposizione. Non che difenda le decisioni prese nel pieno di un’emergenza drammatica: sarebbe persino comprensibile. È che, a distanza di anni, sembra ancora incapace di pronunciare la parola più semplice e più umana per chiunque abbia governato durante una crisi senza precedenti: «abbiamo sbagliato». Neppure una volta. Perché Speranza, a quanto pare, non sbaglia. Al massimo sbagliano gli italiani a fargli ancora domande.

I danni? «Riparabili»

La frase capolavoro arriva parlando delle conseguenze economiche: «I danni economici sono riparabili». Magnifico. Ditelo al commerciante che ha chiuso, al ristoratore che ha bruciato i risparmi, all’artigiano che ha perso clienti e attività, al lavoratore rimasto senza stipendio. Riparabili. Del resto, quando il conto lo pagano gli altri, riparare diventa sempre più semplice.

Peccato che non tutto abbia un prezzo. Come si riparano mesi di scuola perduti? Come si restituisce la normalità a ragazzi chiusi in casa durante un periodo fondamentale della crescita? Come si cancellano solitudine, paura e isolamento? Qui non si tratta di negare la gravità del Covid. Si tratta di pretendere che chi esercitò poteri eccezionali abbia almeno l’umiltà di interrogarsi sulle conseguenze. Invece arriva l’autoassoluzione.

Il lasciapassare dei buoni

Poi c’è il Green Pass. Per mesi un certificato sanitario stabilì chi poteva partecipare pienamente alla vita sociale e chi no. Potevi essere perfettamente sano, ma senza quel codice molte porte restavano chiuse. E guai a protestare. Il dissenso veniva troppo spesso stipato nel comodo scatolone dei «no vax», degli irresponsabili e degli antiscientifici. Una trovata formidabile: se non puoi convincere chi ti critica, delegittimalo.

Oggi sarebbe lecito domandarsi se quella pressione sociale fosse proporzionata, se fosse necessario arrivare fino a quel punto, se alcune misure abbiano prodotto più divisioni del necessario. Speranza, invece, rivendica. Sempre quella parola: rivendica.

Gli effetti avversi e i cittadini invisibili

Sui vaccini l’ex ministro riconosce l’ovvio: come tutti i farmaci, possono avere effetti avversi. Naturalmente questo non significa attribuire automaticamente al vaccino qualunque problema sanitario verificatosi dopo l’inoculazione: il rapporto causale deve essere accertato. Ma proprio per questo esiste una questione che non può essere liquidata.

Quando lo Stato promuove massicciamente un trattamento e per alcune categorie lo rende obbligatorio, ha un dovere ancora maggiore verso chi subisce un danno causalmente riconosciuto. Non sono numeretti fastidiosi in fondo a una tabella. Sono persone. E meritano ascolto, assistenza e rispetto.

«Tachipirina e vigile attesa»? Tutta propaganda

Speranza respinge anche la celebre formula «Tachipirina e vigile attesa», definendola frutto di «propaganda becera». È corretto precisare che si tratta di una semplificazione polemica di indicazioni ministeriali più articolate. Ma il problema resta, perché nell’universo speranziano sembra funzionare una curiosa legge fisica: se una decisione ha funzionato, merito del governo; se viene contestata, colpa della propaganda; se qualcuno solleva dubbi, antiscienza; se la Commissione fa domande, attacco politico.

Manca soltanto una parola: errore. Possibile che nella più difficile emergenza sanitaria degli ultimi decenni il ministero non abbia commesso errori significativi? Sarebbe straordinario. Altro che Nobel per la Medicina: servirebbe quello per l’infallibilità.

«Lo diceva la scienza»

E poi arriva il grande ombrello sotto il quale riparare ogni decisione: la scienza. Le scelte furono adottate sulla base delle conoscenze disponibili. Certamente. Ma la scienza suggerisce, verifica, corregge e discute. Non firma decreti. I tecnici davano pareri, il governo decideva e il ministro della Salute si chiamava Roberto Speranza, non «La Scienza».

Altrimenti il giochetto diventa troppo facile: quando una decisione viene considerata positiva, il politico se ne prende il merito; quando viene criticata, la responsabilità evapora dentro un impersonale «ce lo chiedevano gli esperti». No. Chi esercita il potere deve assumersi anche il peso delle conseguenze.

La macchina del fango

Speranza denuncia quindi la «macchina del fango» e ricorda le minacce ricevute da lui e dalla sua famiglia. Le minacce sono vergognose e vanno condannate senza esitazioni, ma non diventano uno scudo contro le domande. Criticare un ex ministro non significa minacciarlo. Contestare il Green Pass non significa insultarlo. Chiedere conto delle chiusure non significa essere negazionisti.

Un ministro non è un martire perché qualcuno gli domanda conto delle proprie decisioni. È semplicemente un politico in una democrazia. E rispondere delle proprie scelte faceva parte del mestiere.

San Roberto dell’Infallibilità

Dopo anni di polemiche, studi, conseguenze economiche, sociali ed educative, sarebbe bastata una frase: «Qualcosa potevamo farlo meglio». Cinque parole. Niente. Speranza preferisce rivendicare. Ed è precisamente questo a rendere la sua deposizione politicamente irritante: non l’errore, ma l’incapacità di concepire l’errore.

Nessuno pretendeva che nel febbraio 2020 un ministro possedesse la sfera di cristallo. Si pretende però che nel 2026 sappia guardarsi indietro. Invece sembra quasi di assistere alla canonizzazione laica di San Roberto dell’Infallibilità sanitaria: patrono del lockdown, protettore del Green Pass e, soprattutto, infaticabile confessore di se stesso. Penitenza? Nessuna. Assoluzione? Piena.

Una domanda molto semplice

Alla fine rimane una domanda. Se lockdown, chiusure, Green Pass, obblighi e tutte le altre decisioni fondamentali furono sostanzialmente corrette; se le critiche sono propaganda; se i contestatori sono antiscientifici; se la Commissione sarebbe politica; se le conseguenze economiche sono riparabili e se, davanti a un’altra emergenza, bisognerebbe seguire lo stesso indirizzo, che cosa dovrebbe mai indagare la Commissione Covid? Secondo questa impostazione basterebbe un timbro: PRATICA ARCHIVIATA: ABBIAMO FATTO TUTTO BENE.

E invece la Commissione serve proprio perché uno Stato democratico ha il dovere di capire che cosa abbia funzionato e che cosa no. Non per vendicarsi, ma per non ripetere gli errori. E per imparare dagli errori occorre soddisfare una piccola condizione preliminare: ammettere che possano essere esistiti. Ed è qui che Speranza sembra incontrare la difficoltà maggiore. Ha deciso, ha chiuso, ha imposto, ha difeso quelle decisioni allora e continua a difenderle oggi.

Alla fine il verdetto sull’operato di Roberto Speranza è già arrivato. Lo ha pronunciato un giudice severissimo e soprattutto imparziale: Roberto Speranza. Imputato assolto. Caso chiuso.

E gli italiani? Quelli, evidentemente, possono continuare ad aspettare.

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Pubblicato inPandemia

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