L’intervista firmata da Luigi Iannone per Il Giornale affonda subito il colpo su una delle grandi illusioni moderne: la pretesa che la felicità sia un diritto garantibile per legge. L’intervistato lo dice senza giri di parole: «La felicità è uno stato d’animo, non può essere un diritto garantito dalla legge». Non a caso, ricorda che il latino conosce contentus, ma non il suo contrario: segno che la civiltà antica puntava all’equilibrio, non all’euforia obbligatoria. La felicità è fugace, personale, quasi mistica; la contentezza invece è più solida, meno esaltante ma più vera. Lo scontento nasce quando tra aspettative e realtà si apre una frattura che non sappiamo più ricomporre.
Lo scontento come maschera della gioia
Il punto più inquietante è che oggi lo scontento non si mostra per quello che è. «A suscitare lo scontento è il paragone con un prototipo ideale e globale», spiega l’intervistato, e così accade che la frustrazione venga travestita da felicità ostentata. Da qui nascono rancore, odio, narcisismo: non cause prime, ma effetti. Prima viene sempre lo scontento, la sensazione di un torto subito, di una vita non riconosciuta.
Scontento sano e scontento patologico
C’è però una distinzione decisiva, che richiama il dubbio cartesiano. «C’è uno scontento metodico e uno scontento sistematico». Il primo è fecondo: spinge a cercare, creare, migliorare. Il secondo è sterile: diventa alibi permanente, lamento cronico, rifiuto della responsabilità personale. È lo scontento che non costruisce nulla e sfocia nell’“incontentabilità”.
Il potere che vuole cittadini infelici
Qui l’analisi si fa politica. A differenza di quanto sosteneva la scuola di Francoforte, oggi il potere non reprime i desideri: li moltiplica. «Il nuovo potere vuole cittadini insoddisfatti, scontenti di se stessi, del proprio corpo, di ciò che sono». Perché solo chi è insoddisfatto consuma, dipende, obbedisce. Il paradosso è che questa scontentezza privata, prima o poi, sfugge di mano e diventa malcontento sociale.
Il debito come peccato originale
In questo quadro si inserisce il tema del debito pubblico. L’intervistato lo definisce senza mezzi termini «il nuovo peccato originale della neoreligione economicista». Nasciamo già debitori e quindi ricattabili, chiamati a espiare non colpe personali ma un sistema che ci chiede di cedere sovranità e libertà in nome di un debito astratto.
Città brutte, anime stanche
Lo scontento ha anche una geografia precisa: le città occidentali. «Le città sono diventate focolai di scontento», schiacciate dal brutto, dall’iper-consumo, dall’alienazione dei luoghi e dall’invasione incontrollata che spezza ogni senso di appartenenza. Vivere in questi spazi genera un rapporto ostile con il proprio ambiente, e dunque con se stessi.
Vergogna dell’identità e rimozione dei simboli
Il passaggio più radicale riguarda l’identità occidentale. Crocifissi, presepi, tradizioni: tutto viene vissuto come colpa. «Dobbiamo essere scontenti della nostra identità, dei nostri simboli e delle nostre tradizioni». Non è solo decadenza, ma la convinzione che non esista via d’uscita. È qui che l’intervistato parla apertamente di “eutanasia” dell’Occidente: denatalità, fuga dei giovani, pensionati in esilio fiscale. Tutto nasce da «un’incessante desiderio di altrove».
I pensatori dello scontento
Tra gli interpreti di questo disagio radicale compaiono Slavoj Žižek e Aleksandr Dugin. Il primo stimola ma non convince nelle soluzioni; il secondo critica con coerenza la modernità occidentale, ma resta prigioniero di una visione russocentrica. Più fecondi, secondo l’intervistato, sono riferimenti come Alain de Benoist, Byung-Chul Han, Fabrice Hadjadj, Michel Houellebecq e perfino Federico Faggin, segno che la risposta non è solo politica, ma antropologica e spirituale.
La via d’uscita esiste
L’intervista si chiude con una frase che suona come un ammonimento: «Se non sei contento della tua vita, non pretendere di cambiarla alla radice». Non è resa, ma realismo. L’omologazione globale avanza, sì, ma la realtà resiste. «Nella realtà c’è l’esperienza della vita vera, la forza dei legami, l’innata disposizione religiosa». Da qui può nascere una svolta, persino una rivoluzione conservatrice. Perché, conclude l’intervistato, «se pensassimo che non ci sia più niente avremmo smesso di essere umani».
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