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Il siluro mediatico e la retromarcia

La notizia fece il giro del mondo in pochi minuti, con l’effetto di un siluro lanciato nel mare già agitato della guerra in Ucraina. Un missile “russo” caduto in Polonia, due morti, la Nato sull’orlo di una risposta militare. Poi, il silenzio. E infine, la smentita. A pagare il conto è stato il giornalista che firmò il lancio iniziale.

Il licenziamento che fa rumore

L’Associated Press ha licenziato James LaPorta, il reporter che il 15 novembre 2022 attribuì alla Russia la responsabilità del missile caduto in un villaggio polacco vicino al confine ucraino. La notizia del licenziamento, notificato ufficialmente il lunedì successivo, è stata riportata dal Washington Post dopo aver consultato fonti interne alla testata.

LaPorta, 35 anni, ex Marine statunitense con un passato operativo in Afghanistan, non ha rilasciato commenti. Entrato in AP nel 2020 dopo anni da freelance, si è ritrovato improvvisamente fuori dalla redazione per una notizia che – col senno di poi – si è rivelata errata ma che, per qualche ora, ha fatto tremare le cancellerie occidentali.

La fonte anonima e la miccia accesa

Subito dopo l’esplosione, l’Associated Press diffuse un lancio che citava un “alto funzionario dell’intelligence statunitense” anonimo, secondo il quale “missili russi erano caduti in Polonia, membro della Nato, uccidendo due persone”. Parole pesantissime, perché la Polonia fa parte dell’NATO e un attacco diretto avrebbe potuto innescare l’ormai famigerato articolo 5, quello della difesa collettiva.

In altre parole: un passo dalla guerra diretta tra Nato e Russia. Non un dettaglio. Non una sfumatura. Un abisso.

La smentita e la correzione tardiva

Il giorno dopo, però, arrivò la doccia fredda. Varsavia e la stessa amministrazione americana smentirono la ricostruzione iniziale. L’Associated Press pubblicò una nuova versione, ammettendo che la fonte si era sbagliata e chiarendo che i missili, pur di fabbricazione russa, erano con ogni probabilità stati lanciati dall’Ucraina come parte della difesa aerea contro un attacco di Mosca.

La notizia corretta fece molto meno rumore di quella sbagliata. Classico. Il titolo allarmistico vola, la rettifica striscia.

Gli “standard editoriali” come foglia di fico

Ufficialmente, l’AP non ha attribuito pubblicamente a LaPorta la responsabilità esclusiva dell’errore. Ma le parole della portavoce Lauren Easton parlano chiaro:
«Quando i nostri standard vengono violati, dobbiamo adottare le misure necessarie per proteggere l’integrità della notizia». Nessun riferimento a “incidenti isolati”, nessuna indulgenza.

Tradotto dal burocratese: qualcuno doveva pagare. E ha pagato l’ultimo anello della catena, mentre resta sullo sfondo il tema più grande e più scomodo: l’uso disinvolto delle fonti anonime in tempo di guerra e la corsa allo scoop che può trasformarsi, in poche ore, in un boomerang geopolitico.

Una lezione (non imparata)

Questa vicenda lascia una domanda sospesa: chi controlla davvero le notizie quando il clima è quello della mobilitazione bellica permanente? Perché un errore del genere, se non fosse stato smentito in tempo, avrebbe potuto trascinare mezzo mondo in un conflitto aperto. Altro che fake news da social network: qui si parla di informazione “autorevole” che rischia di diventare benzina sul fuoco.

E il paradosso finale è tutto qui: la credibilità si difende licenziando un giornalista, ma non si ricostruisce senza una seria autocritica sull’intero sistema.

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Pubblicato inInformazione & Disinformazione

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