L’Università, tempio del sapere e della cultura, è stata trasformata in un campo di battaglia da un manipolo di pseudo-studenti che sembrano aver trovato una nuova vocazione: l’attivismo politico mascherato da protesta per la giustizia sociale. Torino, culla di grandi pensatori, si trova ora ostaggio di una frangia rumorosa di sostenitori pro-Hamas, la cui utilità nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese è paragonabile a quella di una zanzara nel deserto del Negev.
Il 19 giugno, con gran sollievo di molti, Palazzo Nuovo (foto sotto) e Fisica sono stati liberati dopo 39 giorni di occupazione. Ma non esultiamo troppo presto: l’occupazione prosegue al Politecnico (foto in primo piano), dove l’aula magna e il cortile sono presi in ostaggio dal 15 maggio. Il 27 giugno hanno bloccato l’accesso al Rettorato e il giorno successivo ai laboratori della Fondazione Links. Come se non bastasse, il 28 giugno hanno invaso Avio Aero e Ithaca, impedendo l’ingresso ai dipendenti e macchiando le mura con vernice rossa per simboleggiare il sangue. Perché, ovviamente, la libertà di studio e lavoro è un concetto troppo borghese per i paladini dell’Intifada torinese.
Chi paga? Sempre il solito Pantalone
Il professor Giuseppe Martino di Giuda, vice-rettore per la digitalizzazione e lo sviluppo patrimoniale, ha minimizzato i danni (foto sotto): “A Palazzo Nuovo non sono passati gli Unni, bisogna mettere da parte l’ideologia”. Certo, professor Giuda, perché dover ritinteggiare e sistemare qualche maniglia divelta è un intervento insignificante. Saranno solo qualche decina di migliaia di euro. Ah, l’ingenuità dei professori! Ma chi paga? Ovviamente noi, il solito Pantalone. Il denaro pubblico, che non esiste, come ci insegnò Margaret Thatcher, è solo il denaro dei contribuenti. E l’università statale torinese vive dei soldi che la gente guadagna, non dimentichiamolo.
Il rettore Stefano Geuna, dopo una visita a Palazzo Nuovo il 1° luglio, ha riconosciuto che i danni sono ingenti e ha parlato di possibili risarcimenti. Nelle settimane precedenti aveva vantato la sua linea “ferma e aperta al confronto” con l’Intifada studentesca. Ferma? Ma dove? Gli studenti pro-Palestina hanno fatto tutto quello che volevano, indisturbati, per tutto il tempo che hanno voluto. L’unica fermezza mostrata è stata nel non interrompere i rapporti con gli atenei israeliani, anche se due dipartimenti hanno già ceduto alle pressioni degli studenti.
I danni sottostimati e l’Intifada indisturbata
Quando gli occupanti hanno deciso di lasciare Palazzo Nuovo, l’hanno fatto in corteo, raggiungendo via Po (foto sotto) e imbrattando i portici con scritte e spray neri, appena ripuliti dai commercianti della zona a loro spese. Hanno anche affisso volantini con la scritta: “Intifada ovunque, non finisce qua”. Una vera e propria manifestazione di arroganza e impunità.
E poi c’è il comunicato degli occupanti, che vantano di aver gestito “una manifestazione così grande” e di credere “profondamente nella lotta intrapresa e nei metodi adottati”. Metodi che hanno coinvolto poche centinaia di studenti su oltre 120 mila iscritti all’Università e al Politecnico di Torino. Una percentuale insignificante, ma con conseguenze devastanti: biblioteche chiuse, esami e sessioni di laurea rimandati, e chissà cos’altro ancora.
Il boicottaggio ipocrita
Il 1° luglio, una rappresentanza degli studenti ha indetto un’assemblea presso il Campus Luigi Einaudi, sede del Dipartimento di Culture, Politica e Società, il primo ad approvare la mozione per il boicottaggio degli atenei israeliani. Gli studenti chiedono che gli atenei torinesi interrompano ogni rapporto scientifico e didattico con quelli israeliani e attuino il boicottaggio totale del sistema accademico israeliano, definito “complice dell’apparato di occupazione coloniale e base di supporto del complesso politico-militare israeliano nei Territori Palestinesi Occupati”.
Ma che grande coerenza! Occupano le università, causano danni, impediscono a migliaia di studenti di proseguire i propri studi, e poi pretendono di dettare legge su come le istituzioni accademiche dovrebbero comportarsi. E intanto, mentre loro giocano alla rivoluzione, gli studenti seri, quelli che vogliono studiare e laurearsi, restano bloccati. Chi risarcirà questi giovani per il tempo perso, per gli esami rinviati, per le opportunità mancate?
Professori conniventi e autorità inermi
La connivenza di alcuni professori è altrettanto scandalosa. Come possono dei docenti universitari, con la responsabilità di formare le menti del futuro, sostenere tali azioni? Come possono tollerare che gli spazi accademici vengano trasformati in campi di battaglia per cause politiche? E le autorità accademiche, dove sono? Il Magnifico Rettore Gauna sembra più preoccupato di mantenere un’immagine di tolleranza e apertura al dialogo che di proteggere l’integrità delle istituzioni che è chiamato a dirigere.
Una distorsione della realtà
Gli studenti pro-Palestina parlano di “lotta” e “metodi adottati” come se fossero dei guerriglieri in prima linea. In realtà, sono solo una piccola minoranza che cerca di imporsi con la forza, causando disagi a tutti gli altri. La loro “lotta” non ha niente a che vedere con la giustizia o la libertà, ma è solo un pretesto per imporre le proprie idee e causare caos.
È ora di dire basta a questa arroganza. Le università sono luoghi di studio e crescita, non teatri per dimostrazioni politiche. È tempo che le autorità accademiche riprendano il controllo e garantiscano che le università tornino a essere spazi sicuri e dedicati all’apprendimento. Gli studenti che vogliono protestare sono liberi di farlo, ma non a scapito degli altri e non danneggiando le strutture pubbliche che tutti noi paghiamo. Basta con l’Intifada studentesca, basta con l’arroganza di pochi che penalizza i molti.

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