Eccoci qua, siamo arrivati all’ennesimo capitolo della saga infinita del conflitto tra Russia e Ucraina. Oggi – ancora una volta – il protagonista è Volodymyr Zelensky, l’ex clown e ora leader ucraino, il quale non si accontenta più di aiuti, armi, pacche sulle spalle, lustrini e fanfare: no, ora vuole proprio i soldi. E non bruscolini, attenzione, ma 300 miliardi di dollari. Trecento miliardi, capite? Non trecentomila euro, che già non sono pochi, e neppure tre milioni. Trecento miliardi. Praticamente vuole un assegno firmato da Putin, ma che a pagarlo siano gli europei, come sempre. È troppo chiedere un minimo di decenza?
Ma cosa spinge il presidente ucraino a avanzare una richiesta così spettacolare, così smaccatamente sfacciata, così straordinariamente assurda? Cosa lo fa pensare che questi soldi, congelati – attenzione, congelati, non regalati – dalle sanzioni occidentali contro la Russia, possano in qualche modo finire nelle sue casse? Zelensky sostiene che questi miliardi spettino di diritto all’Ucraina perché, dice, “ne abbiamo bisogno per difenderci”. Semplice no? Ma siamo sicuri che il concetto di “difesa” comprenda una somma del genere, quando i finanziamenti di Unione Europea e Stati Uniti sono già da record? Forse la difesa a questo punto è una scusa, e chiunque con un po’ di buon senso lo capisce.
I “300 miliardi che ci spettano”: una richiesta o una pretesa?
Questa nuova idea di Zelensky sembra nata direttamente da un libro di favole: si alza un giorno, si specchia, e dice all’Europa “Voglio 300 miliardi!” Ma chi crede di essere? Forse un imperatore, magari un dittatore, visto che ormai da mesi sembra pensare che l’Europa debba solo aprire il portafoglio ogni volta che lui schiocca le dita. Ma la verità è che quei soldi non sono dell’Ucraina: sono denaro appartenente allo Stato russo, congelato dalle sanzioni come misura punitiva. La differenza dovrebbe essere chiara: congelare non significa regalare. Congelare non significa “questi soldi sono tuoi, basta chiedere”. Congelare significa che sono soldi di qualcun altro che restano lì, come strumento di pressione.
Ma Zelensky, con il suo consueto aplomb, si sente in diritto di fare richieste di questo tipo. In fin dei conti, l’Occidente ha concesso all’Ucraina miliardi su miliardi di aiuti militari, civili, infrastrutturali. Un flusso di denaro praticamente senza precedenti. Eppure, per lui non basta. Sembra quasi che Zelensky abbia alzato l’asticella, e ora voglia convincere l’Europa che i miliardi russi gli spettano per “proprietà acquisita”. Ma su quali basi?
Zelensky si è persino lanciato in una piccata retorica, come se questo “mancato sblocco” dei miliardi fosse un affronto alla sua dignità nazionale, insinuando che l’Europa, senza questi soldi, dipenderebbe ancora dagli Stati Uniti. Così, dall’alto del suo pulpito, ammonisce: “Se non me li date, se ne parlerà in tutta Europa. L’Europa sarà debole”. Insomma, non basta che l’Ucraina sia difesa a oltranza da gran parte del blocco occidentale: adesso deve essere pure “forte” perché Zelensky lo richiede?
Il pericolo delle ritorsioni russe
La risposta russa, prevedibilmente, non si è fatta attendere. Mosca ha fatto sapere chiaramente che, se quei fondi venissero “congelati” in favore dell’Ucraina, la Russia risponderebbe colpo su colpo. Confischerebbe i beni occidentali sul proprio territorio, e lo farebbe senza pensarci due volte. Il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, ha avvertito senza mezzi termini che se gli Stati Uniti o l’Europa toccassero quei 300 miliardi, la Russia procederebbe “simmetricamente”. Per dirlo in parole povere: uno schiaffo da una parte, uno schiaffo dall’altra. Una mossa che potrebbe portare alla confisca di beni europei e americani in Russia, e alla probabile escalation della crisi diplomatica ed economica già in atto.
In un mondo in cui la tensione tra Est e Ovest è già esplosiva, Zelensky che fa? Aggiunge benzina sul fuoco. Il presidente ucraino non si cura delle potenziali conseguenze di questa sua richiesta. In fondo, per lui, i rischi di una crisi con la Russia sono pane quotidiano. Ma è anche giusto trascinare tutta l’Europa e i suoi assetti economici, già messi in ginocchio dalle sanzioni, in un ennesimo gioco di forza con Putin? Per Zelensky la risposta sembra ovvia, mentre per il cittadino medio europeo la questione è un po’ meno chiara.
I soldi congelati e la “difesa europea”
Non basta invocare la “difesa europea” per giustificare il trasferimento di una simile somma all’Ucraina. Per quanto la solidarietà possa essere un valore importante, qui siamo di fronte a una richiesta che ha dell’incredibile. Quando Zelensky parla di produrre armi più velocemente e in modo più economico, si chiede mai da dove dovrebbe arrivare questa fantomatica efficienza? Crede davvero che l’Europa possa solo sedersi e osservare mentre i suoi soldi vengono usati per uno scopo così bellico?
Ma la domanda che nessuno sembra fare è: cosa succederebbe se il denaro congelato venisse dato all’Ucraina? Che conseguenze avrebbe questo gesto? Le sanzioni occidentali sono già pesanti, e hanno avuto effetti devastanti sull’economia russa. Tuttavia, c’è sempre una linea di demarcazione tra una sanzione e la confisca vera e propria. Quel che chiede Zelensky, però, è che questa linea venga completamente eliminata. Vuole che quei soldi siano considerati non più congelati, ma confiscati e redistribuiti. Siamo sicuri che sia saggio?
Chi dovrebbe pagare il prezzo della guerra?
Forse è qui che sta il vero nodo della questione. Zelensky ci ha abituati, nel tempo, a richieste via via più pressanti, più dirette, più smaccatamente disinvolte. Ma è davvero compito dell’Europa sostenere interamente la ricostruzione di un Paese? Non dimentichiamo che stiamo parlando di un conflitto che ha radici lontane e complesse, e che si estende ben oltre il puro e semplice supporto alla difesa.
Se i 300 miliardi congelati dovessero essere girati a Kiev, l’Europa sarebbe trascinata in una posizione di ostilità diretta con la Russia come mai prima d’ora. Non si tratterebbe più solo di sanzioni: si tratterebbe di una presa di posizione drastica, per non dire bellicosa. La linea di confine tra sanzioni e “guerra economica” verrebbe abbattuta in un colpo solo. E se Mosca reagisse, chi pagherebbe il prezzo? La risposta è sempre la stessa: a pagarlo sarebbero i cittadini europei, quelli che stanno già sopportando il peso delle sanzioni e delle crisi economiche.
La retorica di Zelensky e il ruolo dell’Occidente
C’è poi da domandarsi se la retorica di Zelensky, questa continua escalation di richieste e pressioni, non faccia parte di una strategia precisa. Zelensky sa di avere l’opinione pubblica occidentale dalla sua parte, sa che il mondo guarda all’Ucraina come alla vittima dell’aggressione russa. Ma una vittima può pretendere di riscrivere le regole del gioco? Davvero possiamo accettare che ogni richiesta sia lecita, e che ogni “no” sia interpretato come un atto di insensibilità o di slealtà?
E, badate bene, Zelensky gioca tutto su questa leva. Ogni volta che chiede qualcosa e gli viene rifiutato, ecco che monta la retorica della “grande delusione europea”, della “mancanza di sostegno”, come se un intero continente potesse essere accusato di non fare abbastanza per sostenere Kiev. Ma, mi domando, non è mai abbastanza? Qual è il limite?
Un conto salato per l’Europa
La pretesa di Zelensky sui beni russi congelati è solo l’ultimo esempio di un atteggiamento sempre più smodato e audace. Vuole che l’Europa paghi, e che paghi tanto. Vuole che l’Europa si faccia carico, in modo aperto e senza mezzi termini, dei costi della guerra. Ma l’Europa, l’ha mai chiesto? Non sarebbe il caso di riflettere attentamente su questo nuovo atto, prima di spingere il continente in una guerra economica senza ritorno?
Forse, prima di rispondere a questa richiesta, sarebbe bene che le istituzioni europee ricordassero a Zelensky che la solidarietà e il sostegno hanno dei limiti. E che il conto di questa guerra, forse, non può essere pagato eternamente dall’Europa e dai suoi cittadini.

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