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No Meloni Day: la farsa dell’indignazione a senso unico

Eccoli di nuovo, i paladini del caos. Gli intellettuali col passamontagna, i rivoluzionari col Wi-Fi, gli anarchici da centro commerciale: i delinquenti protagonisti del secondo atto del “No Meloni Day”, una tragicommedia che insulta la democrazia con lo stesso entusiasmo con cui imbratta muri e polmoni.

“Il governo si chiude col fuoco, coi ministri dentro sennò è troppo poco”.
Slogan da far accapponare la pelle, coniato forse da un aspirante poeta che ha barattato il cervello con un fumogeno. Questo sarebbe il livello della protesta? Minacce incendiarie e giochetti macabri con fantocci bruciati, come se il teatro dell’orrore non fosse già abbastanza affollato? Ma la cosa peggiore non è nemmeno questa. È che qualcuno osa ancora chiamare tutto questo “dissenso legittimo”.

Sassi e cloro: la nuova grammatica della “lotta”

A Torino, tra lanci di ordigni urticanti e sassate sugli agenti, abbiamo contato 19 poliziotti intossicati da cloro. Sì, avete capito bene: cloro. Forse la prossima volta porteranno direttamente l’acido solforico, così la narrativa del “bravo-studente-contestatore-che-poverino-ha-diritto-di-esprimere-il-proprio-dissenso” potrà essere definitivamente sepolta. Che importa della salute degli agenti? Per i manifestanti non sono persone, ma “bersagli mobili”. Parole del segretario del Coisp, Domenico Pianese, che ha giustamente definito queste azioni “irresponsabili e pericolose”. Ma tanto sappiamo già come funziona: la colpa è della polizia, che si ostina a stare al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Fantocci bruciati e nostalgia del passato (sbagliato)

A Torino hanno dato alle fiamme un fantoccio raffigurante il ministro Valditara. Che creatività! Forse era un omaggio ai roghi medievali, o forse l’ennesimo tentativo di rinverdire il mito della lotta di classe con un tocco macabro. E non potevano mancare i cori anni ’70, quelli delle Brigate Rosse, tirati fuori come vecchi dischi impolverati da qualche scantinato ideologico. “Meloni fascista sei la prima della lista”. Ah, la poesia dell’odio, il fascino della minaccia, il romanticismo del disordine. Un po’ come il manifesto della sinistra.

Il fast food della rivolta

A proposito di creatività, a Torino i manifestanti hanno invaso Burger King e McDonald’s, facendo scappare i clienti. Un geniale atto di protesta contro… le patatine fritte? Ragazzine con le immancabili kefiah e bandiere palestinesi arrampicate sui tavoli, urlando slogan che avrebbero fatto rabbrividire persino Che Guevara. La rivoluzione spiegata male, insomma: distruggiamo gli arredi per combattere il capitalismo, ma poi torniamo a casa a caricarne i video su TikTok con l’iPhone.

Rovesciare il governo, ma con la vernice rossa

A Milano, i soliti palloncini pieni di vernice rossa. Stavolta hanno colpito un negozio Carrefour e uno scooter. Complimenti! Qualcuno spieghi loro, però, che non basta un po’ di tempera per dipingere una rivoluzione. Il titolare del negozio, esasperato, ha commentato amaramente: “Ogni volta è la stessa storia”. È la storia di un’Italia che subisce, dove il diritto di protesta diventa il diritto di distruggere, mentre chi paga le conseguenze resta sempre lo stesso: i cittadini comuni, i lavoratori, quelli che non hanno tempo di fare i ribelli a ore.

Le responsabilità (che nessuno vuole prendersi)

Dietro questi episodi c’è una regia ben chiara, e non è nemmeno così segreta. Sono i soliti collettivi studenteschi, animati da gruppi come Cambiare Rotta e Askatasuna, che vivono di nostalgia per un’epoca che nessuno rimpiange, fin troppo ben tollerati da certi sindaci compiacenti (vero Lo Russo?). Ma la domanda vera è: dove sono gli adulti? Dove sono le condanne ferme? Chi si alza in piedi per dire che no, questo non è accettabile? Facile giustificare tutto con il disagio giovanile o con la crisi economica. Ma è ora di dirlo chiaro: chi istiga alla violenza, chi legittima il disordine, è corresponsabile di ogni agente ferito, di ogni negozio vandalizzato, di ogni muro imbrattato.

E le famiglie? Assenti ingiustificate

Ma la domanda più ovvia eppure meno discussa è questa: dove sono le famiglie? Dove sono i genitori di questi delinquentelli da strapazzo che saltano scuola per andare a lanciare ordigni e spaccare vetrine? Possibile che nessuno si accorga che il proprio figlio sta trasformando uno zaino scolastico in una bisaccia per fumogeni? Mamma e papà sono troppo occupati a scorrere i feed di Instagram per accorgersene, o forse preferiscono pensare che il proprio pargolo sia un piccolo Che Guevara? È facile dare sempre la colpa alla società, al governo, al sistema educativo. Ma la verità è che molti genitori hanno smesso di educare, di controllare, di insegnare che le proprie idee non si impongono con la violenza.

Se ci fossero ancora le care, vecchie ramanzine di un tempo, forse questi eroi da corteo non avrebbero il tempo di tirare sassi: sarebbero occupati a spiegare le assenze ingiustificate ai presidi.

Una protesta che offende l’intelligenza

Il “No Meloni Day” non è una protesta politica, è una farsa. Una mascherata grottesca popolata da delinquenti-burattini che insulta non solo il governo, ma anche chi crede nella democrazia e nella possibilità di un dialogo civile. Perché in Italia puoi anche criticare il governo – è un tuo diritto – ma farlo lanciando sassi e cloro, incendiando fantocci ti rende solo l’ennesimo figlio ingrato di una libertà che non hai mai capito davvero.

E adesso scusate, ma devo andare a riprendermi dall’odore di cloro.

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Pubblicato inCriminalità

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