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Lukashenko: come ti destabilizzo l’Europa coi migranti

Ah, Lukashenko, quel simpaticone del panorama politico europeo, che qualcuno osa ancora definire “l’ultimo dittatore d’Europa”. Ironia della sorte, però, il suo nuovo ruolo sembra quello di primo destabilizzatore dell’Unione Europea. E come? Con una genialata che, a confronto, la saga delle fake news sembra roba da boy scout: usare i migranti come arma geopolitica.

Una vendetta fredda servita calda

Tutto parte nel 2021, anno di grazia per i regimi autoritari. Le elezioni in Bielorussia, che fanno sembrare i plebisciti di Kim Jong-un un modello di trasparenza, consegnano a Lukashenko l’ennesimo mandato. L’Europa, scandalizzata (ma non troppo, ci mancherebbe), gli serve un piatto di sanzioni ben guarnito. E lui, invece di ingoiare il boccone amaro, decide di rispondere con uno chef-d’œuvre: aprire le porte del suo Paese a flussi migratori diretti verso i confini europei.

Il piano è semplice quanto diabolico: far arrivare migranti da ogni dove – Iraq, Siria, Africa – promettendo una comoda scorciatoia verso l’Europa. Arrivati in Bielorussia, i nuovi arrivati non trovano né lavoro né futuro, ma un biglietto di sola andata verso le recinzioni della Polonia e dintorni. Un traffico umanitario confezionato con il fiocco: documenti falsi, accompagnamento al confine e, per i più fortunati, istruzioni su come scavalcare un muro o affrontare i droni di sorveglianza.

“Portatemi le prove!”

Davanti alle accuse, Lukashenko si atteggia a martire della trasparenza: «Portatemi le prove», dice con la stessa innocenza di chi tiene un cerino acceso accanto a una tanica di benzina. Peccato che le prove ci siano, eccome. Secondo Politico, il regime ha messo in piedi una rete ben oliata di intermediari, agenzie e funzionari statali. Non solo: i migranti vengono ospitati in hotel di lusso (della serie, vacanza all-inclusive prima dell’incubo) e poi smistati verso l’Europa. Insomma, un sistema più organizzato di un Black Friday.

Polonia, il muro e la nuova Cortina di Ferro

Dall’altra parte del confine, la Polonia reagisce come può. Un muro di acciaio alto cinque metri, droni e soldati pronti a tutto. Ma il problema è più grande di una semplice recinzione: con una media di 100 tentativi di attraversamento al giorno, la tensione è alle stelle. E, per chi se lo chiedesse, no, non si tratta solo di “poveri migranti in cerca di una vita migliore”. No, ci sono anche individui armati di spray al peperoncino, pietre e – a volte – coltelli. La guerra ibrida di Lukashenko è reale e minacciosa.

L’Europa? Immobile come sempre

E l’Europa, in tutto questo? Beh, l’Europa osserva, si indigna, discute. Qualcuno alza un sopracciglio, qualcun altro si stringe nelle spalle. Mentre Lukashenko gioca a Risiko con i migranti, Bruxelles si perde in trattative infinite su come spartire le quote di chi riesce a passare il confine. Un teatrino che sa di déjà-vu, perché se c’è una cosa che l’Ue sa fare bene è non agire.

L’arma migratoria: un capolavoro della disinformazione

Dietro a tutto, c’è lui: Vladimir Putin. Il mentore, l’amico fidato, il burattinaio. Perché sì, Lukashenko sarà pure un dittatore, ma è anche un bravo studente. E il piano migratorio non è solo una vendetta per le sanzioni: è una strategia per seminare il caos in Europa, per testare la tenuta politica di un’Unione già fragile. Un capolavoro di cinismo che dimostra, ancora una volta, che in certi regimi la morale è solo un optional.

Morale della favola?

Lukashenko non è solo il dittatore che ci meritiamo, ma quello di cui avevamo bisogno per ricordarci quanto sia sottile il confine tra ordine e caos. Il suo piano è diabolico, efficace e terribilmente reale. E noi, come al solito, ci sveglieremo troppo tardi. Magari davanti a un muro, magari mentre discutiamo ancora su come spartire le colpe.

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Pubblicato inGeopolitica

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