Avete presente quando al bar il solito sapientone alza il gomito e inizia a raccontare storie incredibili che non stanno né in cielo né in terra? Ecco, sembra che il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ultimamente abbia preso spunto proprio da quei racconti per la sua narrativa internazionale. Solo che questa volta la storia non ha fatto ridere tutti. Anzi, ha fatto infuriare la Russia. E gli hacker filorussi hanno risposto a modo loro, mandando in tilt qualche sito di aeroporti e banche italiane. Ma tranquilli, ci dicono dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale: tutto sotto controllo! Nessun impatto! Solo un piccolo blackout digitale per ricordarci che la geopolitica non è un talk show della domenica sera.
Ma partiamo dall’inizio. Mattarella, in un raro momento di ispirazione oratoria, a Marsiglia ha pensato bene di paragonare la Russia al Terzo Reich. Sì, avete letto bene. Ora, al di là delle legittime critiche che si possono fare a Putin e alla sua politica, serviva proprio questo paragone storico da osteria? Perché diciamocelo: non c’è niente di più assurdo che sentirsi fare la lezione di storia da un Paese come il nostro, che ogni volta che si tratta di prendere una posizione chiara sulla scena internazionale si trasforma in un camaleonte impaurito.
Ed ecco che dalla Russia parte l’indignazione. Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli Esteri russo, risponde seccata definendo le parole di Mattarella “invenzioni blasfeme” e avvertendo che non rimarranno senza conseguenze. Apriti cielo! L’Italia intera, dal governo ai media mainstream, esplode in un coro di sdegno unanime: “Un’offesa all’intera nazione!”.
Ora, per carità, difendere l’onore del nostro Capo dello Stato ci sta. Ma la domanda è: perché siamo sempre così veloci a scandalizzarci quando qualcuno tocca un nostro esponente politico, mentre siamo altrettanto rapidi nel chiudere gli occhi quando certe uscite offensive partono proprio da casa nostra? Forse sarebbe il caso di ripassare la coerenza prima di brandire lo scudo della dignità nazionale.
E poi ci sono loro, i paladini della cybersicurezza, che minimizzano gli attacchi hacker russi come se fossero poco più di un raffreddore informatico. “Nessun impatto!”, dicono. Ma allora perché ogni volta che un attacco parte da Mosca si scatena il panico e si grida all’atto di guerra digitale? Se questi hacker sono così innocui, allora perché perdere tempo a parlarne? E se invece sono pericolosi, non sarebbe il caso di ammettere che stiamo giocando col fuoco senza nemmeno avere un estintore?
La verità è che in Italia ci piace fare i duri solo quando conviene. Prendiamo di mira la Russia con dichiarazioni avventate, poi ci stupiamo se da Mosca arriva una reazione. A questo punto viene il dubbio che a certi politici piaccia fare i provocatori da salotto, tanto a pagare le conseguenze sono sempre gli altri. Magari la prossima volta, prima di lanciarsi in dichiarazioni roboanti, qualcuno dovrebbe fermarsi un attimo e chiedersi: “Ma ne vale davvero la pena?”.
Perché una cosa è certa: la politica estera non è un talk show e le parole, a certi livelli, pesano più di quanto si voglia far credere. Chiedetelo agli hacker.

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