C’è stato un tempo in cui, al minimo segnale di pioggia, qualcuno mormorava: “Governo ladro”. Oggi quel mantra ha lasciato spazio a un altro più internazionale, più sofisticato, ma non meno automatico: “Sono stati i russi”. Qualunque sia l’accaduto – guasto tecnico, morte improvvisa, blackout informatico – la risposta è pronta, impacchettata e distribuita sui media come una verità di Stato. Non servono prove, solo la giusta narrazione.
Gli ultimi due episodi sono lampanti. Il primo riguarda il volo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, rimasto senza segnale GPS durante l’avvicinamento all’aeroporto bulgaro di Plovdiv. Il secondo, l’assassinio del politico ucraino Andriy Parubiy, avvenuto a colpi d’arma da fuoco in pieno giorno. In entrambi i casi, la spiegazione ha seguito un copione ormai collaudato: dietro c’è il Cremlino.
Il caso Von der Leyen: un sabotaggio senza prove ma con tutte le certezze
Il 31 agosto 2025 l’aereo con a bordo Ursula von der Leyen ha subito un’interferenza al sistema GPS. I piloti, seguendo i protocolli d’emergenza, hanno completato l’atterraggio con sistemi alternativi e mappe cartacee, evitando il peggio. Nessun ferito, nessun danno. Solo un disturbo tecnico, come quelli che avvengono regolarmente nei contesti ad alta tensione geopolitica.
Ma non c’è stato nemmeno il tempo di analizzare i dati di bordo che già l’ipotesi russa era diventata certezza mediatica. L’interferenza? Rientra perfettamente nella “guerra ibrida” condotta da Mosca. Il bersaglio? Ovvio: colpire la leader simbolo dell’Unione Europea.
Il fatto che l’incidente non abbia causato danni diventa paradossalmente un’aggravante. I commentatori sottolineano che Putin avrebbe “tentato e fallito”, come se anche il fallimento rientrasse nella sua strategia. Il problema è che mancano prove concrete. Non ci sono intercettazioni, né tracciamenti, né rivendicazioni. Solo un sospetto che diventa narrazione, e da lì, dogma.
L’omicidio Parubiy: un’esecuzione utile al racconto
Pochi giorni dopo, l’attenzione si sposta in Ucraina, dove Andriy Parubiy, ex presidente della Verkhovna Rada, figura chiave del movimento Maidan e personaggio controverso, viene ucciso da un uomo armato mentre si trova nella sua città natale, Leopoli. Il killer, secondo le autorità, era travestito da corriere e ha agito con precisione professionale. Una scena da film, subito inquadrata come una “firma” russa.
Il sospettato viene arrestato due giorni dopo. I media parlano di “pista russa” ancora prima che l’uomo apra bocca. Quando poi arrivano le prime confessioni, si parla di vendetta personale, forse in cambio di uno scambio di prigionieri. Una tesi che, però, non combacia perfettamente con l’ipotesi del delitto ordinato da Mosca. Ma ormai non importa più: la narrazione si è consolidata.
In fondo, la Russia ha tutto da guadagnare dall’eliminazione di un ex falco del parlamento ucraino. Eppure, anche qui, non c’è nulla di provato, nulla che leghi in modo definitivo i vertici del Cremlino all’omicidio. Il “movente geopolitico” resta una suggestione. Ma tanto basta.
Narrativa o realtà? La geopolitica come fiction seriale
Ciò che colpisce, più dei fatti in sé, è la rapidità con cui si passa dal sospetto all’accusa, e da questa alla verità condivisa. È un processo comunicativo che ormai prescinde dai fatti. La logica è semplice: se succede qualcosa di oscuro, e se c’è in gioco un personaggio europeo o ucraino, allora dev’esserci lo zampino russo.
In questo contesto, la figura di Putin non è più quella di un leader, ma quella di un antagonista narrativo, onnipresente e instancabile, capace di tutto ma raramente efficace. Si parla di attentati che falliscono sempre all’ultimo secondo, di piani letali che si concludono in ricoveri ospedalieri o in arresti da parte delle stesse autorità che dovrebbero essere messe in scacco.
Basti ricordare gli avvelenamenti di Skripal e Navalny: entrambi sopravvissuti a presunti tentativi di omicidio condotti con sostanze chimiche altamente letali. Navalny stesso, dopo la sua “miracolosa” guarigione in Germania, rientrò volontariamente in Russia, dove fu incarcerato e, secondo i media occidentali, ucciso con una tecnica da spia: un pugno al cuore, roba da manuale KGB anni ‘80. Anche in quel caso, come sempre, la Russia negò. E tempo dopo, addirittura le intelligence americana e ucraina ammisero che la morte era stata naturale. Ma ormai la notizia era passata, il mito si era rafforzato, e la smentita finì relegata nei trafiletti.
Quando la verità non serve più
Il problema non è la condotta della Russia, che resta discutibile su molti fronti. Il problema è la deriva comunicativa che porta a sostituire l’analisi con lo slogan, e la prova con il pregiudizio. Se tutto può essere colpa di Putin, allora nulla richiede davvero spiegazioni. Il rischio è duplice: da un lato si svilisce la verità, dall’altro si smette di indagare dove invece sarebbe necessario farlo davvero.
Dichiarare “sono stati i russi” non è più un’ipotesi investigativa, ma una scorciatoia emotiva, che trasforma ogni notizia in un episodio di una serie in cui i ruoli sono già assegnati, le battute già scritte, e la fine già nota.
E così, mentre la geopolitica si fa sempre più complessa, la narrazione resta ferma. Piove? Dev’essere stato Putin.

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