E vissero tutti felici e sabotati. L’aereo di Ursula von der Leyen atterra in Bulgaria con un ritardo di 9 minuti. Fine della storia? No, troppo banale. Meglio trasformarlo in un romanzo di spionaggio internazionale, con tanto di russi cattivi, radar in tilt e navigatori impazziti. Nell’era della post-verità basta una piccola turbolenza per costruire un caso mondiale: il GPS dell’aereo della presidente della Commissione europea sabotato da Mosca.
Dal giallo alla farsa
Secondo la narrazione ufficiale, il Falcon 900 di Ursula avrebbe perso il segnale GPS proprio mentre si avvicinava all’aeroporto di Plovdiv. Panico! Niente più indicazioni satellitari. I piloti, raccontano i coristi di Bruxelles, sono stati costretti a tirare fuori le mappe cartacee. Un tocco vintage che fa molto Indiana Jones, peccato che i dati di Flightradar24 raccontino tutt’altro: segnale GPS limpido, nessuna anomalia, volo tracciato dall’inizio alla fine.
E il ritardo? Nove minuti. Roba da autobus cittadino, non da guerra elettronica. Ma vuoi mettere il titolo: “Mosca attacca l’aereo della von der Leyen”?
La Russia c’è sempre, anche quando non c’è
Come nel gioco del “dov’è Wally?”, in Europa la risposta è sempre la stessa: se qualcosa va storto, “Putin!”. Se piove, è colpa di Mosca. Se il treno arriva tardi, è il Cremlino. Se Ursula perde il GPS per nove minuti, è guerra elettronica. Lo schema è vecchio ma funziona: trasformare un piccolo intoppo in un attentato geopolitico.
Peccato che il governo bulgaro, cioè il Paese dove l’aereo è atterrato, abbia smentito tutto. “Non c’è stato alcun attacco informatico”, hanno dichiarato il ministro dell’Interno e il premier. Eppure i media occidentali hanno preferito la versione più “cinematografica”. Perché il realismo non fa notizia, la paranoia sì.
Ursula contro Ursula
Il caso diventa ancora più interessante se si guarda al tempismo. Lo stesso giorno, la Germania prende le distanze da Ursula e dalle sue sparate su un ipotetico invio di truppe europee in Ucraina. Pistorius, ministro della Difesa tedesco, l’ha gelata: “L’UE non ha né il mandato né la competenza per farlo”. Uno schiaffo istituzionale. Ma i giornali, invece di sottolineare la frattura, preferiscono il dramma del GPS. Perché criticare la presidente europea non si può, ma inventarsi un attacco russo sì.
Hollywood a Bruxelles
In realtà, il Falcon 900 non aveva bisogno del GPS: possiede sistemi inerziali, controlli radar e strumenti di backup. Per abbatterlo ci sarebbe voluto ben più di un “jammer”. Ma a Bruxelles il realismo non piace. Meglio la sceneggiatura: Ursula che lotta eroicamente contro i fantasmi elettronici del Cremlino. Una novella eroina della NATO con la mappa cartacea in mano.
Donald Trump ci ha messo il carico da undici: “Se Ursula non riesce a usare il telefono per un po’, meglio così”. Ironico, ma perfettamente calzante: a volte il silenzio è d’oro, anche a 10.000 metri d’altitudine.
La morale della favola
Alla fine rimane un dato: nove minuti di ritardo. Non un attacco ibrido, non un complotto globale, non un nuovo capitolo di Guerra Fredda. Solo nove minuti. Ma in un’Europa che vive di narrazioni gonfiate e di nemici prefabbricati, anche un piccolo disguido diventa arma di propaganda.
Il Titanic non è affondato, il Falcon non è caduto, ma i media sono precipitati dritti nella solita trappola: quella di raccontare la fiction al posto della realtà.

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