Vai al contenuto

Landini e il rito dello sciopero del venerdì

C’è un’Italia che lavora e un’Italia che sciopera. E purtroppo, sempre più spesso, la seconda ostacola la prima. È la solita sceneggiata sindacale, con Landini in prima fila, pugno alzato e slogan d’antan a spianarsi la strada verso la segreteria Pd, mentre il Paese reale arranca tra tasse, mutui e inflazione. Otto scioperi generali in un solo anno, cinque dei quali proclamati di venerdì: serve altro per capire che più che una protesta sociale, è una vacanza mascherata da rivoluzione?

Il solito copione, la solita CGIL

Maurizio Landini, il tribuno rosso dei microfoni, continua a interpretare il suo ruolo preferito: l’uomo contro il governo, qualunque esso sia. Non importa se l’esecutivo abbia ottenuto consenso popolare, non importa se il mondo del lavoro stia cercando un fragile equilibrio dopo anni di pandemia e crisi energetica: per lui, scioperare è un fine, non un mezzo. Ogni occasione è buona per accendere il megafono, sventolare bandiere e bloccare i treni.

E così, tra un comizio e una diretta televisiva, arrivano le chiamate alle armi. Contro la “manovra ingiusta”, contro il “caro vita”, contro il “riarmo”, contro “le privatizzazioni”. Ma anche Contro tutto, insomma. Peccato che nessuno capisca più per cosa si sciopera davvero.

Le “grandi cause” di cartone

Prendiamo infatti le motivazioni: “aumenti salariali contro il caro vita”. Chi non li vorrebbe? Ma è dal ’68 che i sindacati lo ripetono come un disco rotto, senza mai spiegare come ottenerli senza far fallire le imprese. Poi c’è la “riduzione della precarietà”, un mantra buono per ogni stagione, anche se i sindacati stessi spesso ostacolano la flessibilità che permetterebbe a tanti giovani di entrare nel mondo del lavoro.

Non mancano le cause più fumose e ideologiche: “opposizione al riarmo e alle spese militari”, come se un fabbro di Torino o un impiegato di Napoli dovessero decidere il bilancio della NATO; “solidarietà con la Palestina”, che in un Paese dove la metà dei treni non arriva in orario suona come un lusso retorico. C’è persino lo sciopero “a sostegno della Global Sumud Flotilla verso Gaza”, roba da attivisti internazionali travestiti da operai.

E non potevano mancare le battaglie d’altri tempi: “opposizione alle privatizzazioni”, “lotta contro la precarizzazione”, “investimenti nella sanità e nella scuola”. Tutte nobili intenzioni, certo, ma prive di un minimo di concretezza. Nessuna proposta, nessun piano, nessuna analisi. Solo slogan. E intanto chi deve portare avanti un’azienda o un negozio si ritrova i dipendenti a casa, i trasporti fermi, i clienti infuriati.

Scioperi a orologeria

Così, con quello programmato per venerdì 12 dicembre, arriviamo a otto scioperi generali nel 2025. Cinque di venerdì. Uno di sabato. Uno di lunedì (per non smentirsi). E qualcuno perfino in coincidenza con il Primo Maggio, come se non bastasse la festa già prevista. È difficile non notare il tempismo sospetto: sempre a ridosso del weekend, mai di martedì o di mercoledì, quando l’impatto produttivo sarebbe reale e il disagio personale altrettanto. Ma si sa, la coerenza non è il forte del sindacalismo moderno.

La premier Giorgia Meloni, ironica ma precisa, ha parlato di “weekend lungo garantito”. E come darle torto? Il vicepremier Salvini ha rincarato la dose invitando Landini “a rinunciare al ponte” e a scegliere un giorno qualsiasi. Ma no, il capo della CGIL non ci sta: la data è “simbolica”, dice. Certo, simbolica come l’ennesimo venerdì libero prima di Natale.

Lo sciopero come spettacolo

Un tempo lo sciopero era una cosa seria. Si rischiava il posto, ci si metteva la faccia. Oggi invece è una performance rituale, una passerella per capi sindacali in cerca di visibilità. Le motivazioni cambiano, i cartelli restano gli stessi. La piazza si riempie di bandiere, ma non di idee. Il lavoratore, quello vero, è sempre più confuso: da una parte il caro vita, dall’altra un sindacato che sembra l’eco di un’epoca finita.

Landini continua a parlare come se fossimo negli anni ’70, ma l’Italia del 2025 non è più quella della Fiat di Valletta o della Marcia dei 40mila. Oggi l’operaio è un libero professionista, un rider, un tecnico informatico, un artigiano che si alza alle sei. E quando sente parlare di sciopero, pensa solo che dovrà fare straordinari per recuperare le ore perse.

Il paradosso finale

Alla fine resta una domanda: a chi giova tutto questo? Non ai lavoratori, che perdono giornate di paga e pazienza. Non alle imprese, che arrancano. Non al Paese, che si ferma per protesta ma non progredisce mai. Resta solo la retorica: quella di Landini e compagni, che continuano a sventolare la bandiera della “lotta di classe” mentre il mondo è già passato all’intelligenza artificiale.

Forse è tempo che qualcuno lo dica chiaramente: scioperare il venerdì non è un diritto, è un alibi. E Landini, invece di guidare la riscossa dei lavoratori, sembra ormai il capogruppo del partito dei weekend lunghi.

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere le ultime notizie nella tua casella di posta, ogni settimana.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Ti è piaciuto questo post? Allora condividilo!
Pubblicato inSciopero

Sii il primo a commentare

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    PHP Code Snippets Powered By : XYZScripts.com