Per decenni Amnesty International è stata considerata una delle organizzazioni non governative più autorevoli nella difesa dei diritti umani. La sua forza risiedeva nell’essere percepita come indipendente dagli schieramenti politici, pronta a denunciare torture, persecuzioni e violazioni ovunque si verificassero. Oggi, però, quell’immagine appare profondamente incrinata. Non soltanto agli occhi dei governi da essa criticati, ma anche di numerosi osservatori, studiosi e perfino di ex collaboratori.
L’impressione, sempre più diffusa, è che l’organizzazione abbia progressivamente abbandonato la neutralità per trasformarsi in un soggetto apertamente ideologico, selettivo nelle proprie campagne e spesso indulgente nei confronti di realtà che, almeno in teoria, dovrebbe denunciare con la stessa severità riservata alle democrazie occidentali.
L’articolo “Come Amnesty International si è legata a islamisti e antisemiti“, pubblicato da Atlantico Quotidiano e firmato da Niram Ferretti, ricostruisce proprio questa evoluzione, sostenendo che Amnesty abbia ormai instaurato rapporti e collaborazioni con figure e organizzazioni accusate di vicinanza all’islamismo politico e caratterizzate da posizioni fortemente ostili a Israele. A tali ricostruzioni si aggiungono numerose polemiche internazionali che, negli ultimi anni, hanno investito l’organizzazione.
Da Peter Benenson a Agnès Callamard
Quando nel 1961 l’avvocato britannico Peter Benenson fondò Amnesty International, l’obiettivo era semplice quanto nobile: difendere i prigionieri di coscienza e denunciare ogni violazione dei diritti fondamentali senza guardare al colore politico dei governi responsabili.
Per decenni Amnesty costruì la propria reputazione proprio su questa imparzialità.
Molti osservatori ritengono però che il punto di svolta sia coinciso con la progressiva politicizzazione dell’organizzazione, culminata durante la gestione dell’attuale segretario generale Agnès Callamard. Sotto la sua guida Amnesty ha assunto posizioni sempre più nette su immigrazione, cambiamento climatico, identità di genere, conflitto israelo-palestinese e numerosi altri temi politici, ampliando enormemente il proprio raggio d’azione rispetto alla missione originaria.
Le accuse di vicinanza all’islamismo
Il lavoro di Niram Ferretti mette in fila episodi che, secondo l’autore, mostrerebbero una preoccupante contiguità tra Amnesty e ambienti riconducibili all’islamismo politico.
Le contestazioni riguardano soprattutto collaborazioni con attivisti accusati di simpatie verso organizzazioni islamiste, campagne che avrebbero minimizzato il ruolo dell’estremismo islamico e una crescente attenzione rivolta quasi esclusivamente alla denuncia dell’Occidente, mentre altre violazioni commesse in contesti diversi riceverebbero un’attenzione molto minore.
Naturalmente Amnesty respinge queste accuse e continua a sostenere di operare esclusivamente secondo il diritto internazionale e i principi universali dei diritti umani.
Il caso Israele
È probabilmente sul dossier Israele che la frattura è diventata più evidente.
Da anni Amnesty pubblica rapporti durissimi contro lo Stato ebraico, arrivando a sostenere che Israele pratichi un sistema assimilabile all’apartheid. Tesi che hanno ricevuto forti contestazioni da parte del governo israeliano, di numerosi studiosi di diritto internazionale e anche di parlamentari occidentali.
Nel 2022, ad esempio, diversi membri del Congresso degli Stati Uniti definirono un rapporto di Amnesty un tentativo di delegittimare Israele piuttosto che un’analisi equilibrata della situazione.
Le polemiche non riguardano soltanto i rapporti ufficiali. Nel corso degli anni alcuni dirigenti e rappresentanti dell’organizzazione sono stati coinvolti in controversie per dichiarazioni giudicate offensive nei confronti di Israele o comunque incompatibili con il principio di imparzialità che Amnesty rivendica.
Una credibilità sempre più contestata
Le contestazioni non arrivano soltanto dal mondo politico.
L’enciclopedia delle controversie dedicate ad Amnesty documenta numerosi episodi che hanno alimentato dubbi sulla qualità di alcune indagini, sulla selettività delle campagne e perfino sul clima interno dell’organizzazione, descritto da un’inchiesta indipendente del 2019 come caratterizzato da problemi di gestione e discriminazioni.
Uno degli episodi più discussi rimane il rapporto del 2022 sulla guerra in Ucraina, nel quale Amnesty accusò le forze ucraine di aver messo in pericolo civili utilizzando infrastrutture civili. Il documento provocò una durissima reazione internazionale, le dimissioni della direttrice di Amnesty Ucraina e critiche da parte di esperti di diritto bellico, che contestarono il modo in cui erano state contestualizzate le responsabilità dell’invasione russa.
Anche il caso Alexei Navalny, al quale Amnesty revocò temporaneamente lo status di “prigioniero di coscienza” per poi ripristinarlo, contribuì ad alimentare dubbi sulla coerenza delle procedure interne.
Dai diritti umani all’attivismo politico
Un’altra critica ricorrente riguarda il progressivo ampliamento dell’agenda dell’organizzazione.
Accanto alle tradizionali campagne contro torture, persecuzioni e repressioni, Amnesty dedica oggi grande spazio a temi come politiche climatiche, immigrazione, identità di genere, prostituzione, tecnologia, intelligenza artificiale e numerose altre questioni sociali e culturali. Lo dimostrano anche il rapporto mondiale 2025-2026 e le recenti prese di posizione sulla legislazione italiana in materia di sicurezza.
Per i sostenitori dell’organizzazione si tratta di una naturale evoluzione del concetto moderno di diritti umani.
Per i critici, invece, rappresenta la trasformazione di Amnesty in un soggetto politico impegnato a sostenere una precisa agenda ideologica, con il rischio di compromettere quella credibilità costruita in oltre sessant’anni di attività.
Il prezzo della perdita di neutralità
Le organizzazioni per i diritti umani vivono di una risorsa più preziosa di qualsiasi finanziamento: la credibilità.
Quando un’associazione viene percepita come imparziale, le sue denunce acquistano forza morale. Quando invece cresce il sospetto che utilizzi criteri differenti a seconda del contesto politico o ideologico, ogni rapporto finisce inevitabilmente per essere accolto con maggiore diffidenza.
Le critiche rivolte ad Amnesty International non dimostrano automaticamente la fondatezza di ogni singola accusa. Tuttavia mostrano come il dibattito sulla sua imparzialità sia ormai ampio e trasversale, coinvolgendo governi, studiosi, parlamentari ed ex dirigenti.
Per un’organizzazione nata con l’ambizione di rappresentare una voce universale dei diritti umani, questo rappresenta forse il danno più grave: non tanto essere contestata, quanto aver perso, agli occhi di una parte crescente dell’opinione pubblica, quell’immagine di arbitro indipendente che per decenni ne aveva costituito il principale patrimonio.

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