A più di quattro anni dall’inizio dell’operazione militare russa del 24 febbraio 2022, la guerra tra Russia e Ucraina non è vicina a una conclusione. Nonostante proclami, vertici, ultimatum, piani di pace annunciati e subito accantonati, a determinare il corso degli avvenimenti continua a essere soprattutto il rapporto di forza sul terreno.
Il dato politico e strategico più evidente è che Mosca conserva l’iniziativa, mentre Kiev combatte per impedirle di trasformare il vantaggio accumulato in una svolta decisiva. Tuttavia, parlare di una Russia lanciata verso un’imminente vittoria totale sarebbe semplicistico quanto ripetere la vecchia favola occidentale di un Cremlino sul punto di crollare sotto il peso delle sanzioni.
La realtà è più complessa. La Russia avanza lentamente, sostiene costi elevati, subisce attacchi in profondità e deve adattarsi continuamente alle innovazioni ucraine. Ma possiede ancora ciò che in una guerra di logoramento conta più delle dichiarazioni televisive: maggiore profondità strategica, una base demografica più ampia, una produzione militare superiore e una capacità politica di sopportare tempi lunghi.
L’Ucraina, al contrario, continua a dimostrare capacità tecnologiche e operative tutt’altro che trascurabili, ma dipende in misura decisiva dall’estero per armamenti, difesa aerea, finanziamenti e intelligence. Questo significa che il suo destino militare non dipende soltanto dai soldati al fronte, bensì anche dalle decisioni prese a Washington, Bruxelles, Londra, Berlino e Parigi.
Ed è precisamente qui che la guerra si trasforma in qualcosa di più vasto: non soltanto uno scontro russo-ucraino, ma una prova di resistenza tra Mosca e l’intero sistema occidentale che sostiene Kiev.
Un’avanzata lenta, non una passeggiata
La Russia continua a ottenere guadagni territoriali, ma non siamo di fronte a una marcia trionfale. Secondo una valutazione basata sui dati del gruppo ucraino DeepState, tra il 23 giugno e il 21 luglio 2026 le forze russe avrebbero conquistato un saldo di circa 15 miglia quadrate, poco meno di 39 chilometri quadrati. Nell’intero anno precedente il guadagno netto russo sarebbe stato pari a circa lo 0,5 per cento del territorio ucraino riconosciuto nel 1991. Sono avanzamenti reali, ma mostrano anche quanto il fronte sia diventato difficile da spezzare.
La guerra, ormai, non si misura più soltanto attraverso la conquista di città importanti. Si combatte per piccoli centri abitati, strade, alture, linee ferroviarie, nodi logistici e fasce di terreno che consentono di avvicinarsi alle retrovie nemiche. Pochi chilometri possono richiedere settimane di combattimenti, centinaia di droni, migliaia di colpi d’artiglieria e un prezzo umano pesantissimo.
Mosca sembra aver abbandonato da tempo l’idea di ottenere risultati spettacolari attraverso una sola grande offensiva. La sua strategia appare più metodica: pressione continua, ricognizione, bombardamento, infiltrazione di piccoli reparti e progressivo deterioramento delle difese ucraine.
Non è la guerra cinematografica delle colonne corazzate che corrono verso la capitale. È una guerra di officine, depositi, turni industriali, reclutamento, rotazione delle unità e capacità di sostituire rapidamente ciò che viene distrutto.
Da questo punto di vista, il tempo continua ad apparire più favorevole alla Russia che all’Ucraina, anche se la velocità dell’avanzata russa si è ridotta nella prima metà del 2026. Una valutazione dell’Institute for the Study of War, organizzazione tutt’altro che filorussa, ha riconosciuto che le forze ucraine sono riuscite a dimezzare il ritmo delle avanzate russe nei primi sei mesi dell’anno.
Ciò significa che Kiev non è sul punto di dissolversi. Significa però anche che, per fermare una Russia più grande e industrialmente meglio attrezzata, l’Ucraina è costretta a impiegare una quantità crescente di risorse che non può produrre completamente da sola.
La logica russa: vincere consumando l’avversario
La strategia di Vladimir Putin non sembra fondata sulla necessità di ottenere una vittoria rapida. Il Cremlino punta piuttosto a convincere l’Ucraina e l’Occidente che la prosecuzione della guerra costerà più di un accordo fondato sulle condizioni russe.
Mosca non deve necessariamente conquistare tutta l’Ucraina per ottenere un successo politico. Potrebbe considerare sufficiente consolidare il controllo sui territori occupati, impedire l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, ridurne stabilmente la capacità militare e ottenere il riconoscimento di una nuova architettura di sicurezza europea.
Per la Russia, dunque, il campo di battaglia è soprattutto uno strumento negoziale. Ogni territorio conquistato, ogni brigata ucraina logorata e ogni infrastruttura militare colpita servono a migliorare la futura posizione di Mosca al tavolo delle trattative.
Il ragionamento del Cremlino può essere riassunto così: perché concedere oggi ciò che il tempo potrebbe consegnare domani a condizioni migliori?
È questo il principale motivo per cui le aperture diplomatiche russe non devono essere confuse con la disponibilità ad accettare un compromesso occidentale. Mosca è disposta a trattare, ma ritiene che la trattativa debba partire dai risultati raggiunti sul terreno, non dalla situazione territoriale precedente alla guerra.
Kiev non è sconfitta, ma vive appesa agli aiuti
L’Ucraina conserva un esercito esperto, una forte cultura di mobilitazione nazionale e un settore tecnologico capace di produrre innovazioni rapide. In particolare, i droni sono diventati uno degli strumenti principali attraverso cui Kiev cerca di compensare l’inferiorità numerica e industriale.
Le forze ucraine colpiscono depositi, raffinerie, centri logistici, aeroporti e infrastrutture russe anche a centinaia o migliaia di chilometri dal fronte. Il 20 luglio 2026, secondo le autorità russe, una vasta operazione avrebbe diretto più di 400 droni verso Mosca e altre aree russe. Molti sarebbero stati intercettati, ma alcuni avrebbero provocato incendi, danni e feriti.
Questi attacchi non sono semplici azioni dimostrative. Mirano a costringere Mosca a disperdere la difesa aerea su un territorio immenso, a creare problemi economici e a dimostrare alla popolazione russa che la guerra non è confinata al Donbass.
L’Ucraina ha ottenuto risultati significativi anche contro il settore petrolifero russo. Secondo fonti industriali raccolte da Reuters, all’inizio di luglio gli attacchi ucraini avrebbero contribuito a ridurre la produzione interna di benzina russa a circa il 65 per cento della capacità, inducendo Mosca a limitare le esportazioni di diesel per proteggere il mercato interno.
È un colpo importante, ma non equivale ancora alla paralisi dell’economia russa. Mosca dispone di un territorio vastissimo, di numerosi impianti, di una rete energetica articolata e della possibilità di riparare, spostare o proteggere le strutture più sensibili.
La guerra dei droni, pertanto, crea danni, costi e vulnerabilità, ma non ha ancora prodotto una svolta strategica. Kiev può ferire la Russia; assai più difficile è costringerla alla resa.
La rivoluzione dei droni
Il conflitto ha trasformato radicalmente il modo di combattere. Il cielo sopra il fronte è saturo di piccoli velivoli senza pilota: droni da ricognizione, droni kamikaze, apparecchi a fibra ottica, sistemi da bombardamento e velivoli destinati alla guerra elettronica.
Quella che un tempo veniva chiamata “terra di nessuno” è oggi una fascia controllata da telecamere, sensori e operatori che possono individuare un soldato, un automezzo o un pezzo d’artiglieria in pochi minuti.
Concentrarsi in grandi formazioni è diventato pericolosissimo. Muoversi di giorno è spesso suicida. Trasportare munizioni o evacuare un ferito può trasformarsi in una missione ad altissimo rischio.
Le forze russe cercano di ridurre la vulnerabilità dei propri convogli camuffando i carichi, disperdendo i depositi e impiegando potenti sistemi di disturbo elettronico. Kiev, a sua volta, tenta di aggirare le contromisure sviluppando droni più autonomi e collegamenti meno esposti alle interferenze.
Questa trasformazione rende ancora meno probabili le grandi avanzate del passato. Il campo di battaglia è diventato trasparente e letale, e proprio per questo il conflitto avanza lentamente, divorando uomini e materiali.
Il problema degli uomini
La vera difficoltà dell’Ucraina non è soltanto ottenere missili o mezzi corazzati. È trovare, addestrare e mantenere al fronte un numero sufficiente di soldati.
Dopo anni di combattimenti, le unità ucraine devono affrontare perdite, stanchezza, difficoltà di rotazione e una mobilitazione sempre più controversa. I metodi utilizzati per reclutare nuovi militari hanno provocato tensioni, accuse di abusi e un deterioramento del rapporto tra una parte della popolazione e le autorità.
Recentemente, Zelensky ha sostituito il comandante in capo Oleksandr Syrskyi con il generale Mykhailo Drapatyi, considerato più vicino alle esigenze dei soldati e più aperto all’innovazione tecnologica. Il nuovo vertice militare eredita però problemi strutturali: carenza di reclute, necessità di riformare il comando, corruzione, abusi interni e difficoltà nel garantire uomini sufficienti alle brigate schierate. (Reuters)
Un generale può modificare procedure, migliorare la comunicazione e accelerare l’introduzione di nuove tecnologie. Non può però fabbricare dal nulla una riserva demografica che l’Ucraina non possiede.
La Russia, dal canto suo, non è immune da perdite e difficoltà. Tuttavia dispone di una popolazione molto più numerosa e può ricorrere a incentivi economici, contratti militari e reclutamento regionale senza essere costretta, almeno per ora, a una mobilitazione generale politicamente rischiosa.
La crisi politica di Zelensky
Il rimpasto ai vertici militari e della difesa non è un dettaglio burocratico. Rivela un Paese sottoposto a una tensione crescente.
La rimozione di personalità popolari e i contrasti tra esponenti del comando hanno provocato proteste e malumori. Il presidente Volodymyr Zelensky deve mantenere contemporaneamente la fiducia dell’esercito, il sostegno della popolazione, l’appoggio occidentale e il controllo di un apparato statale inevitabilmente segnato da anni di legge marziale.
La difficoltà è evidente: ogni insuccesso al fronte viene attribuito ai comandanti, ogni richiesta di maggiore mobilitazione suscita resistenze e ogni rallentamento degli aiuti occidentali rischia di trasformarsi in una crisi militare.
Il potere di Zelensky appare quindi forte dal punto di vista formale, ma vulnerabile sul piano politico. Egli continua a essere il volto internazionale dell’Ucraina, tuttavia non può nascondere all’infinito una domanda sempre più scomoda: qual è l’obiettivo realistico della guerra?
La riconquista completa dei territori perduti continua a essere la posizione ufficiale di Kiev. Ma dopo quattro anni di conflitto, quell’obiettivo appare sempre più difficile da trasformare in un piano militare concretamente realizzabile.
Il sostegno occidentale non è beneficenza
L’Occidente continua a fornire all’Ucraina denaro, armamenti, addestramento, intelligence e copertura diplomatica. Al vertice NATO del luglio 2026, gli alleati avrebbero promesso circa 70 miliardi di euro di assistenza militare per il solo 2026.
Senza questo sostegno, la capacità di resistenza ucraina sarebbe seriamente compromessa. È dunque comprensibile che Mosca consideri la NATO non come un osservatore esterno, ma come una parte sostanziale del conflitto.
Naturalmente, i Paesi dell’Alleanza respingono questa interpretazione e definiscono la guerra russa un’aggressione illegale, chiedendo il ritiro completo delle forze di Mosca dal territorio ucraino. La posizione ufficiale della NATO resta quella di sostenere Kiev e difendere il principio secondo cui i confini non possono essere modificati con la forza.
Ma la questione geopolitica non si esaurisce nelle formule giuridiche. Le armi occidentali colpiscono forze russe, l’intelligence occidentale contribuisce alla selezione degli obiettivi e le economie europee finanziano la sopravvivenza dello Stato ucraino.
Si può discutere se l’Occidente sia formalmente in guerra. È molto più difficile sostenere che sia realmente neutrale.
La Russia non si fida più degli Stati Uniti
Il nodo centrale della diplomazia è la profonda sfiducia russa verso Washington.
Mosca non considera gli Stati Uniti un arbitro imparziale. Li considera al tempo stesso interlocutore indispensabile e principale avversario strategico. È una contraddizione solo apparente: proprio perché Washington guida il sistema politico e militare che sostiene Kiev, è anche l’unica capitale occidentale che potrebbe garantire o rendere possibile un accordo.
Secondo la lettura russa, gli Stati Uniti hanno accumulato negli ultimi decenni una lunga serie di comportamenti che hanno distrutto la fiducia reciproca: l’allargamento della NATO, il ritiro da importanti accordi sul controllo degli armamenti, il sostegno ai cambiamenti politici nello spazio ex sovietico, il riarmo dell’Ucraina e le sanzioni economiche.
A ciò si aggiunge la memoria degli accordi di Minsk, che avrebbero dovuto regolare il conflitto nel Donbass dopo il 2014. Mosca ritiene che quegli accordi non siano stati applicati e che l’Occidente li abbia utilizzati soprattutto per guadagnare tempo e rafforzare militarmente Kiev. Tale interpretazione è diventata, nella visione del Cremlino, la prova che una firma occidentale, da sola, non offre alcuna garanzia.
La sfiducia non riguarda soltanto le amministrazioni democratiche. Anche nei confronti di Donald Trump, percepito come più disposto al dialogo rispetto ai suoi predecessori, Mosca mantiene prudenza.
Il 24 luglio 2026, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha affermato che la Russia attende nuove proposte americane e considera sinceri gli sforzi di Trump e dei suoi negoziatori. Allo stesso tempo, ha definito ambigua la politica statunitense, poiché Washington cerca una soluzione diplomatica mentre continua a favorire le forniture di armi all’Ucraina.
Questo è il punto essenziale: Mosca può fidarsi delle intenzioni personali di Trump senza fidarsi dell’apparato americano, del Congresso, della NATO, dei servizi di sicurezza e delle future amministrazioni.
Un accordo firmato oggi potrebbe essere rimesso in discussione domani. Per questo la Russia non vuole semplici promesse, ma clausole precise, meccanismi verificabili e condizioni che non dipendano dalla buona volontà temporanea di un presidente.
Washington: mediatore e fornitore d’armi
Gli Stati Uniti si trovano in una posizione inevitabilmente ambigua.
Da un lato, l’amministrazione Trump sostiene di voler porre fine a una guerra definita inutile e sanguinosa. Il segretario di Stato Marco Rubio, dopo un incontro con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ha ribadito la disponibilità americana a cercare nuove idee, ammettendo tuttavia che non esiste una soluzione rapida.
Dall’altro lato, Washington continua ad appoggiare militarmente Kiev, anche attraverso forniture organizzate insieme agli alleati NATO.
Per gli Stati Uniti, questa doppia strategia serve a impedire che l’Ucraina venga costretta a negoziare da una posizione di completa debolezza. Per Mosca, invece, è la dimostrazione che l’America tenta di presentarsi come pompiere mentre continua a consegnare la benzina.
La contraddizione non è facilmente risolvibile. Se Washington sospendesse gli aiuti, perderebbe la fiducia di Kiev e dei partner europei. Se li aumentasse, renderebbe ancora meno credibile la propria pretesa di essere un mediatore accettabile per Mosca.
La diplomazia esiste, ma non comanda
Dire che la diplomazia non esiste sarebbe sbagliato. I canali sono rimasti aperti e hanno prodotto alcuni risultati concreti, soprattutto sul piano umanitario.
Nel febbraio 2026, colloqui tra delegazioni russe, ucraine e statunitensi ad Abu Dhabi hanno consentito un accordo per lo scambio di 314 prigionieri di guerra, il primo in cinque mesi.
Questi accordi dimostrano che Russia e Ucraina sono ancora in grado di trattare quando l’oggetto del negoziato è circoscritto, verificabile e non mette direttamente in discussione gli obiettivi strategici fondamentali.
Il problema emerge quando si passa dagli scambi di prigionieri alla cessazione delle ostilità, ai territori, alle garanzie di sicurezza e alla futura collocazione internazionale dell’Ucraina.
A metà luglio il Cremlino ha dichiarato che non esistevano prospettive immediate per la ripresa dei colloqui diretti con Kiev, pur ribadendo formalmente la disponibilità russa a negoziare e apprezzando l’offerta di mediazione della Turchia.
La diplomazia, dunque, sopravvive, ma gestisce alcuni effetti della guerra senza riuscire a risolverne le cause.
Perché un cessate il fuoco non basta
La richiesta occidentale più ricorrente consiste in un cessate il fuoco immediato. In teoria sarebbe il primo passo logico per fermare le vittime. Nella pratica, entrambe le parti temono che una tregua venga utilizzata dall’avversario per riarmarsi.
La Russia teme che una sospensione delle ostilità consenta alla NATO di rafforzare l’esercito ucraino, costruire nuove difese e accumulare munizioni. Kiev teme che Mosca utilizzi la pausa per ricostituire le proprie unità e lanciare una nuova offensiva.
Il problema, quindi, non è soltanto fermare i combattimenti, ma stabilire cosa accada durante e dopo la tregua.
Chi controllerebbe la linea del fronte? Chi verificherebbe le violazioni? Sarebbero ammesse nuove forniture di armi? La Russia potrebbe mantenere le proprie forze nei territori occupati? L’Ucraina riceverebbe garanzie militari occidentali? Le sanzioni sarebbero revocate subito o gradualmente?
Senza una risposta a questi interrogativi, il cessate il fuoco rischierebbe di diventare soltanto un intervallo tra due fasi della stessa guerra.
Le condizioni russe
Mosca continua a indicare alcuni punti che considera essenziali.
Il primo è il riconoscimento della situazione territoriale formatasi durante il conflitto. La Russia non sembra disposta a restituire volontariamente le regioni che considera annesse alla Federazione.
Il secondo è la neutralità strategica dell’Ucraina, cioè la rinuncia all’ingresso nella NATO e alla presenza stabile di infrastrutture militari occidentali sul suo territorio.
Il terzo riguarda la limitazione della capacità militare ucraina, soprattutto per quanto concerne sistemi a lungo raggio e armamenti che possano colpire in profondità il territorio russo.
Il quarto è la tutela della popolazione russofona e il riconoscimento di specifiche garanzie culturali e linguistiche.
Il quinto è la graduale eliminazione delle sanzioni occidentali e il ritorno a relazioni economiche più normali.
Dal punto di vista russo, queste richieste costituiscono la base minima per impedire che l’Ucraina torni a essere una piattaforma militare occidentale ai confini della Federazione. Per Kiev e i suoi sostenitori, invece, molte di esse equivarrebbero a limitare la sovranità ucraina e a premiare l’uso della forza.
Le condizioni ucraine
Kiev continua a chiedere il ripristino della propria integrità territoriale, la restituzione dei prigionieri, garanzie di sicurezza robuste e la possibilità di scegliere liberamente le proprie alleanze.
L’Ucraina teme che qualsiasi accordo privo di una protezione occidentale credibile si trasformi in una nuova versione delle intese precedenti: una pausa, seguita prima o poi da un altro attacco russo.
Per questo Zelensky insiste sulla necessità che l’Ucraina mantenga un esercito forte e riceva garanzie paragonabili, se non identiche, a quelle della NATO.
Ma è proprio qui che le posizioni diventano incompatibili. La garanzia richiesta da Kiev coincide con la minaccia che Mosca sostiene di voler eliminare.
L’Ucraina vuole una presenza occidentale sufficiente a scoraggiare la Russia. La Russia vuole un’Ucraina abbastanza neutrale da non rappresentare un avamposto occidentale.
Fino a quando questa contraddizione non verrà risolta, le trattative continueranno a girare intorno al problema senza affrontarlo davvero.
Il ruolo dell’Europa
L’Europa avrebbe potuto tentare di costruire una propria iniziativa diplomatica. Ha scelto invece, salvo alcune eccezioni, di identificarsi quasi completamente con la causa ucraina.
Dal punto di vista morale e politico, tale scelta è stata giustificata come difesa di un Paese aggredito. Dal punto di vista negoziale, però, ha avuto una conseguenza: Mosca non considera più l’Unione Europea un possibile mediatore.
Bruxelles è diventata finanziatrice di Kiev, promotrice delle sanzioni e sostenitrice del riarmo ucraino. Può influenzare la guerra, ma difficilmente può presentarsi come soggetto equidistante.
La diplomazia europea è inoltre indebolita dalle divisioni interne. Alcuni governi chiedono una linea durissima contro Mosca; altri sono più favorevoli alla ricerca di un compromesso. Il risultato è spesso una grande abbondanza di dichiarazioni e una scarsità di iniziative autonome.
L’Europa appare così troppo coinvolta per mediare e troppo divisa per guidare.
Turchia, Cina e potenze non occidentali
La Turchia conserva un ruolo particolare. È membro della NATO, sostiene l’Ucraina in alcuni settori, ma mantiene relazioni economiche e politiche importanti con la Russia. Questa ambiguità, che in Europa verrebbe probabilmente bollata come incoerenza, costituisce in realtà la principale risorsa diplomatica di Ankara.
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan può parlare con Putin e con Zelensky, offrire sedi negoziali e favorire accordi circoscritti. La Turchia ha già svolto un ruolo negli scambi di prigionieri e negli accordi sul grano.
La Cina dispone di un peso economico e politico ancora maggiore, ma viene guardata con sospetto dall’Occidente a causa dei rapporti con Mosca. Pechino non vuole la sconfitta strategica della Russia, che rafforzerebbe l’egemonia americana, ma non ha interesse nemmeno a una guerra senza fine capace di destabilizzare commercio, energia e mercati.
India, Brasile e monarchie del Golfo possono facilitare contatti o ospitare colloqui, ma nessuno di questi attori possiede da solo la capacità di garantire un accordo di sicurezza europeo.
La pace, in ultima analisi, richiederà comunque un’intesa tra Russia e Stati Uniti, perché sono le due potenze capaci di influire realmente sugli aspetti militari e strategici fondamentali.
Il costo umano continua a crescere
Mentre governi e diplomatici discutono di condizioni, garanzie e sfere d’influenza, la guerra continua a uccidere.
Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, nei primi sei mesi del 2026 sono stati documentati in Ucraina 1.396 civili uccisi e 7.978 feriti, con un aumento del 37 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dall’inizio dell’invasione su larga scala, l’ONU aveva verificato almeno 16.431 civili uccisi e 48.613 feriti, precisando implicitamente che i numeri reali potrebbero essere superiori.
Il solo mese di giugno 2026 ha registrato almeno 293 morti e 1.990 feriti civili, il bilancio mensile complessivo più grave dall’aprile 2022.
Le vittime si trovano su entrambi i lati della linea del fronte. Gli attacchi russi colpiscono città, infrastrutture e impianti militari ucraini; quelli ucraini raggiungono territori controllati dalla Russia e regioni della Federazione.
Il 25 luglio sono state riportate nuove vittime sia in aree occupate dai russi nella regione di Zaporižžja, sia nella regione ucraina di Sumy.
La guerra moderna ama definirsi precisa, tecnologica e intelligente. I cimiteri continuano però a riempirsi con metodi assai tradizionali.
Le sanzioni non hanno piegato Mosca
Uno degli errori più vistosi compiuti dall’Occidente è stato presentare le sanzioni come uno strumento capace di provocare in tempi brevi il collasso dell’economia russa.
Le sanzioni hanno certamente imposto costi. Hanno limitato l’accesso a tecnologie, aumentato la dipendenza da intermediari, complicato i pagamenti e costretto Mosca a riorientare commerci e filiere.
Tuttavia, non hanno costretto Putin a interrompere la guerra. La Russia ha ampliato i rapporti con Cina, India e altri Paesi, ha utilizzato circuiti commerciali alternativi e ha aumentato la spesa pubblica destinata all’apparato militare.
L’economia di guerra presenta problemi evidenti: inflazione, carenza di manodopera, squilibri tra settori civili e militari, dipendenza dalle entrate energetiche. Ma il punto politico è un altro: le sanzioni non hanno ottenuto l’obiettivo strategico dichiarato.
Anzi, hanno contribuito ad accelerare la separazione economica tra Russia e Occidente, spingendo Mosca verso l’Asia e rendendo più difficile un futuro ritorno alla situazione precedente.
La guerra può ancora allargarsi
Il rischio più grave resta l’estensione involontaria del conflitto.
Droni entrati nello spazio aereo di Paesi NATO, incidenti nel Mar Nero, attacchi contro infrastrutture vicine ai confini, errori di identificazione o l’impiego di armi occidentali contro obiettivi profondi in Russia potrebbero produrre una reazione a catena.
A luglio la Romania ha segnalato e intercettato nuovi droni entrati nel proprio spazio aereo, ricordando quanto sia sottile il confine tra guerra confinata e incidente internazionale. (AP News)
Nessuna delle principali potenze sembra desiderare uno scontro diretto tra Russia e NATO. Ma le guerre non si allargano sempre perché qualcuno lo vuole. Talvolta si allargano perché qualcuno sbaglia, interpreta male un segnale o ritiene di non poter arretrare senza perdere la faccia.
La pace possibile non sarà una pace perfetta
Una soluzione diplomatica realistica difficilmente potrà soddisfare tutte le richieste di entrambe le parti.
La Russia non restituirà facilmente territori conquistati a costo di anni di guerra. L’Ucraina non riconoscerà volentieri la perdita di quelle regioni. Gli Stati Uniti non vorranno apparire sconfitti; l’Europa non vorrà ammettere l’insuccesso della propria strategia; Putin non firmerà un accordo che possa essere presentato come una ritirata.
La pace possibile, dunque, sarà probabilmente imperfetta, sgradevole e fondata su un compromesso che tutti cercheranno di vendere come una vittoria.
Potrebbe prevedere un congelamento della linea del fronte, il rinvio della questione territoriale, forme di neutralità ucraina, garanzie internazionali, limitazioni agli armamenti in determinate aree e una revoca graduale delle sanzioni collegata al rispetto degli accordi.
Non sarebbe la soluzione ideale di Kiev né quella massima desiderata da Mosca. Ma la diplomazia non serve a produrre mondi perfetti. Serve a evitare che uomini reali continuino a morire per obiettivi diventati irraggiungibili.
La verità che l’Occidente fatica ad ammettere
Dopo anni di propaganda, l’Occidente deve riconoscere che la Russia non è stata isolata, l’economia russa non è crollata, Putin non è stato rovesciato e l’Ucraina non ha riconquistato i territori perduti.
Ciò non significa che Mosca abbia già vinto. Significa che la strategia fondata sulla sconfitta totale della Russia non ha raggiunto i risultati promessi.
Anche Mosca deve però fare i conti con una realtà scomoda: l’Ucraina non si è arresa, l’Occidente non ha abbandonato Kiev e l’avanzata russa resta lenta e costosa.
Per uscire dalla guerra occorre che ciascuno rinunci alla propria favola.
L’Occidente deve abbandonare l’illusione di poter riportare la Russia ai confini desiderati senza rischiare un’escalation gigantesca. Kiev deve distinguere tra ciò che considera moralmente giusto e ciò che è militarmente possibile. Mosca deve comprendere che una pace stabile non può essere costruita soltanto sulla paura e sull’imposizione.
Putin ritiene di avere il tempo dalla sua parte
Ad oggi il quadro può essere così riassunto senza giri di parole.
La Russia mantiene l’iniziativa e ritiene che il tempo lavori a suo favore. L’Ucraina continua a resistere, innova e colpisce in profondità, ma dipende strutturalmente dagli aiuti occidentali. Gli Stati Uniti cercano di conciliare il ruolo di sostenitore militare di Kiev con quello di negoziatore, attirandosi la diffidenza di Mosca. L’Europa finanzia la guerra ma non dispone di una strategia diplomatica autonoma. La Turchia e le potenze non occidentali possono facilitare il dialogo, ma non garantire da sole la sicurezza futura.
La diplomazia non è morta. È semplicemente prigioniera del campo di battaglia e della sfiducia accumulata in decenni di promesse, espansioni, accordi falliti e reciproche accuse.
Putin non si fida più degli Stati Uniti come garante, ma sa di non poter costruire una pace europea senza parlare con Washington. Trump può aprire un canale, ma non cancellare con una stretta di mano la storia degli ultimi trent’anni.
Per questo la pace non nascerà da una conferenza stampa, da una telefonata spettacolare o dall’ennesimo vertice con fotografia di famiglia. Nascerà soltanto quando Russia, Ucraina e Stati Uniti riterranno più conveniente garantire un compromesso che continuare a cercare una vittoria totale.
Fino a quel momento, Mosca continuerà a premere, Kiev a resistere, l’Occidente a pagare e i soldati a morire. Tutto il resto è scenografia diplomatica.

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