Il 15 agosto 2021 i talebani entrarono a Kabul quasi senza combattere. Il presidente Ashraf Ghani era fuggito, l’esercito afghano costruito e finanziato dall’Occidente si era dissolto nel giro di poche settimane e migliaia di persone si accalcavano all’aeroporto nel disperato tentativo di salire su uno degli ultimi voli diretti fuori dal Paese. Il 30 agosto, con la partenza dell’ultimo aereo militare americano, si concludeva ufficialmente la più lunga guerra combattuta dagli Stati Uniti. Il Pentagono annunciò quel giorno il completamento dell’evacuazione e ricordò i 13 militari americani uccisi nell’attentato all’aeroporto di Kabul pochi giorni prima.
Cinque anni dopo, la domanda è inevitabile: che cosa resta di vent’anni di guerra, migliaia di morti e centinaia di miliardi di dollari spesi?
La risposta non è semplice, perché l’Afghanistan di oggi presenta due volti. Da una parte è terminata la guerra su vasta scala che per decenni aveva insanguinato il Paese e diversi afghani riconoscono che le strade sono più sicure. Dall’altra, però, si è consolidato un regime islamista che ha progressivamente cancellato soprattutto i diritti delle donne, mentre povertà, malnutrizione e isolamento internazionale continuano a strangolare una popolazione già stremata.
Il grande fallimento occidentale
Come ricorda Fulvia Degl’Innocenti nell’articolo “Diritti negati e mortalità infantile: cosa succede nell’Afghanistan dimenticato a cinque anni dal ritiro americano”, pubblicato da Famiglia Cristiana, le forze internazionali erano arrivate promettendo di sconfiggere il terrorismo e contribuire alla costruzione di un Afghanistan diverso. Vent’anni dopo, se ne andarono mentre i talebani tornavano esattamente nel luogo dal quale erano stati cacciati nel 2001.
Questo rimane il dato politico più difficile da aggirare. Gli Stati Uniti e la NATO vinsero militarmente la prima fase della guerra, ma persero quella politica. Crearono istituzioni che non furono capaci di sopravvivere senza la presenza occidentale, un esercito che sulla carta disponeva di centinaia di migliaia di uomini ma che collassò rapidamente e uno Stato largamente dipendente dagli aiuti esteri.
Il ritiro fu il punto finale di un processo iniziato con gli accordi di Doha del febbraio 2020, sottoscritti dall’amministrazione Trump con i talebani, ma fu l’amministrazione Joe Biden a portarlo materialmente a termine nell’estate del 2021. La conclusione fu quella che il mondo ricorda: Kabul caduta, l’aeroporto assediato da una folla disperata, persone aggrappate agli aerei e collaboratori afghani dell’Occidente rimasti indietro.
Un’immagine difficilmente compatibile con la parola “vittoria”.
I talebani festeggiano
A Kabul, invece, il quinto anniversario è stato celebrato come una vittoria. Il 15 agosto scorso veicoli blindati e bandiere talebane sono comparsi davanti alla vecchia ambasciata americana (nella foto). Il ministro dell’Interno Sirajuddin Haqqani ha attribuito la riconquista del Paese al coraggio dei combattenti e all’aiuto divino, pur ammettendo l’esistenza di problemi ancora irrisolti.
Ed è proprio qui che occorre distinguere i fatti dalla propaganda.
È vero che l’Afghanistan è oggi meno attraversato dalla guerra convenzionale rispetto agli anni precedenti al 2021. Anche l’ONU riconosce che la riduzione del conflitto ha prodotto benefici concreti e aperto qualche possibilità di ricostruzione e cooperazione economica regionale. Alcuni abitanti di Kabul intervistati dall’Associated Press affermano di sentirsi più sicuri rispetto al passato.
Ma sicurezza non significa libertà. E soprattutto assenza della guerra non significa automaticamente pace. Continuano gli attentati dello Stato Islamico-Khorasan (ISIS-K) e proprio nelle ultime settimane alcuni funzionari talebani sono stati uccisi nel nord-est del Paese.
Il paradosso afghano è dunque questo: i talebani hanno sconfitto la Repubblica sostenuta dall’Occidente, hanno ridotto drasticamente il conflitto armato interno, ma hanno edificato uno Stato rigidamente teocratico nel quale il prezzo della stabilità viene pagato soprattutto da chi ha meno possibilità di difendersi.
Donne cancellate dalla società
Ed eccoci alla ferita più evidente. Le donne afghane sono progressivamente scomparse dalla vita pubblica.
Le promesse iniziali dei talebani di un governo più moderato rispetto all’Emirato degli anni Novanta sono state rapidamente smentite. Alle ragazze è proibito frequentare la scuola oltre il sesto anno; successivamente è arrivato il divieto dell’università. Sono state imposte pesanti limitazioni al lavoro femminile, alla possibilità di frequentare parchi, palestre e altri luoghi pubblici e agli spostamenti senza un accompagnatore maschio.
Secondo l’UNESCO, nell’agosto 2026 circa 2,4 milioni di ragazze afghane sono escluse dall’istruzione secondaria. L’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo in cui donne e ragazze sono formalmente escluse dall’istruzione secondaria e superiore. Nel 2021 quasi un milione di ragazze frequentava invece la scuola secondaria: gran parte dei progressi ottenuti nei precedenti vent’anni è stata cancellata.
C’è un dato ancora più impressionante. Secondo UN Women, metà delle donne afghane intervistate dichiara ormai di uscire di casa soltanto una o due volte al mese.
Non è semplicemente una questione di abbigliamento o di costumi religiosi più severi di quelli occidentali. È la progressiva esclusione di metà della popolazione dall’istruzione, dal lavoro e da ampi settori della vita sociale.
E confondere tutto questo con l’Islam in quanto tale sarebbe altrettanto sbagliato: numerosi Paesi musulmani consentono normalmente alle donne di studiare, frequentare l’università e lavorare. Quella talebana è una particolare interpretazione estremista e rigidissima della sharia, contestata anche all’interno del mondo islamico.
L’Afghanistan dei bambini affamati
Se le donne sono diventate il simbolo della repressione talebana, i bambini sono le vittime più silenziose della crisi.
L’articolo di Famiglia Cristiana, sulla base dei dati di Save the Children, ricorda che l’Afghanistan conta circa 22 milioni di minori e che quasi un bambino sotto i cinque anni su dieci soffre di deperimento, una grave forma di malnutrizione acuta. Nel secondo trimestre del 2026 la situazione sarebbe peggiorata in circa due terzi delle province rispetto allo stesso periodo del 2025.
La malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è cresciuta del 14 per cento negli ultimi quattro anni, arrivando a interessare circa 3,7 milioni di bambini nel 2026. Contemporaneamente i finanziamenti internazionali destinati all’Afghanistan sono precipitati: dai 3,27 miliardi di dollari del 2022 a circa un miliardo nel 2025. Secondo i dati riportati dalla testata, nel 2026 erano stati raccolti finora appena 438 milioni, con un deficit di finanziamento del 74 per cento.
Il risultato è quasi matematico: meno soldi significano meno ospedali, meno medicine, meno alimenti terapeutici, meno medici.
Quasi 600 strutture sanitarie sono state chiuse o hanno sospeso l’attività, lasciando circa quattro milioni di persone prive di assistenza; all’incirca la metà sono bambini.
È il volto meno fotografato dell’Afghanistan contemporaneo. Non ci sono bombardamenti spettacolari da mandare nei telegiornali occidentali. Ci sono bambini che semplicemente non mangiano abbastanza.
La bomba dei rimpatri
A questa situazione si aggiunge un fenomeno enorme e poco raccontato: il ritorno forzato degli afghani dai Paesi confinanti.
Iran e Pakistan, che per anni hanno ospitato milioni di cittadini afghani, hanno progressivamente irrigidito le loro politiche. Secondo i dati UNHCR disponibili a metà luglio, nel solo 2026 erano già rientrate in Afghanistan oltre un milione di persone, circa 617 mila dal Pakistan e oltre 400 mila dall’Iran.
Famiglia Cristiana sottolinea che, considerando il fenomeno su un periodo più ampio, oltre sei milioni di persone sono rientrate dall’Iran e dal Pakistan, scaricando una pressione gigantesca su un Paese che fatica già a garantire cibo, abitazioni, assistenza sanitaria e occupazione ai propri cittadini.
È un circolo vizioso. Arrivano persone che spesso non possiedono più una casa, un lavoro o una rete familiare stabile. Devono essere reinserite in comunità poverissime che dispongono già di risorse insufficienti.
L’economia che sopravvive
La situazione economica è meno semplice di quanto suggerisca l’immagine di un Paese completamente collassato. I talebani hanno ottenuto alcuni risultati nella stabilizzazione della moneta e nella riscossione delle entrate e rivendicano investimenti nelle infrastrutture e la creazione di aree industriali.
Ma stabilizzare non significa prosperare.
L’economia rimane fragile, il lavoro scarseggia e la riduzione degli aiuti internazionali ha avuto conseguenze devastanti. Human Rights Watch osserva che nel 2025 la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata proprio per l’effetto combinato dei tagli agli aiuti, delle restrizioni talebane e dei rimpatri di massa dall’Iran e dal Pakistan.
L’Occidente si trova così davanti a un dilemma tutt’altro che semplice: finanziare l’Afghanistan rischia indirettamente di alleggerire il peso economico sul regime talebano; tagliare gli aiuti, però, non colpisce per primi i capi dell’Emirato, ma i bambini malnutriti, le famiglie povere e le donne.
È la solita crudele legge delle sanzioni e dell’isolamento: chi governa possiede quasi sempre gli strumenti per sopravvivere. Chi sta in fondo alla scala sociale molto meno.
La Russia rompe l’isolamento
Nel frattempo qualcosa sul piano internazionale si sta muovendo.
Il 3 luglio 2025 la Russia è diventata il primo Paese al mondo a riconoscere formalmente il governo talebano. Mosca ha motivato la scelta con la necessità di sviluppare la cooperazione economica e di sicurezza, in particolare nella lotta al terrorismo e al narcotraffico.
Altri Stati non sono arrivati al riconoscimento formale ma intrattengono rapporti con Kabul. Cina, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Pakistan hanno inviato ambasciatori, mentre i talebani cercano accordi economici sfruttando la posizione dell’Afghanistan tra Asia centrale, Asia meridionale e Medio Oriente.
La realtà geopolitica sta dunque facendo ciò che fa quasi sempre: lentamente sostituisce i proclami con gli interessi.
Dopo cinque anni, molti governi sembrano aver compreso che i talebani non stanno per scomparire e che ignorare Kabul significa lasciare ad altri — Russia e Cina in particolare — lo spazio diplomatico ed economico disponibile.
Il problema terrorismo non è scomparso
Rimane inoltre aperta la questione che venticinque anni fa portò gli Stati Uniti in Afghanistan: il terrorismo jihadista.
I talebani sostengono di combattere ISIS-K e certamente tra le due organizzazioni esiste una violenta ostilità. Mosca considera proprio la collaborazione antiterrorismo una delle ragioni del rapporto con Kabul. ISIS-K, del resto, ha dimostrato di poter colpire ben oltre l’Afghanistan: secondo funzionari americani fu la branca afghana dello Stato Islamico a organizzare l’attentato del marzo 2024 alla Crocus City Hall vicino a Mosca, dove furono uccise 149 persone.
Ciò significa che l’Afghanistan non è più il campo di battaglia quotidiano delle televisioni occidentali, ma non ha cessato di essere una questione di sicurezza internazionale.
I cristiani invisibili
C’è infine una minoranza della quale si parla pochissimo: i cristiani afghani.
In Afghanistan il cristianesimo è una presenza minuscola e sostanzialmente clandestina. Per un musulmano convertirsi al cristianesimo significa esporsi a gravissime conseguenze sociali e familiari e, sotto un regime fondato su un’interpretazione estremamente rigida della legge islamica, il pericolo aumenta ulteriormente.
La condizione dei cristiani richiama un principio che dovrebbe essere elementare soprattutto per l’Occidente: la libertà religiosa non può significare soltanto libertà di professare la religione maggioritaria, ma anche diritto di cambiare fede, non credere o appartenere a una minoranza senza rischiare persecuzioni.
Per un cristiano, inoltre, non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Una bambina afghana privata della scuola, una madre che non riesce a nutrire suo figlio, un musulmano perseguitato, un cristiano costretto a pregare di nascosto conservano tutti la medesima dignità di persone.
Vent’anni per tornare al punto di partenza?
È forse questa la domanda più dolorosa.
Dal 2001 al 2021, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno combattuto per vent’anni. Migliaia di soldati occidentali sono morti, decine di migliaia di afghani hanno perso la vita e sono state spese somme gigantesche. Furono costruite scuole, ospedali, strade, istituzioni e forze armate. Poi, nell’agosto 2021, l’intero edificio politico crollò in pochi giorni.
Sarebbe però sbagliato concludere che nulla sia cambiato. Una generazione di afghani ha conosciuto l’università, Internet, una maggiore libertà d’informazione e soprattutto un periodo nel quale milioni di ragazze hanno potuto studiare. Proprio per questo il ritorno dei divieti talebani è ancora più drammatico: non è la negazione di qualcosa che le donne afghane non hanno mai conosciuto, ma la sottrazione di qualcosa che milioni di loro avevano già conquistato.
Cinque anni dopo, l’Afghanistan non occupa più le aperture dei telegiornali. Non ci sono più contingenti occidentali da seguire né offensive quotidiane da raccontare. E così, lentamente, è scivolato fuori dal nostro campo visivo. Ma il fatto che noi abbiamo smesso di guardarlo non significa che il problema sia scomparso.
L’Afghanistan del 2026 è più sicuro sotto alcuni aspetti rispetto agli anni della guerra, ma rimane poverissimo, autoritario, fragile e attraversato dal terrorismo. I talebani hanno dimostrato di saper conquistare e conservare il potere; molto meno di saper costruire una società nella quale tutti possano avere un futuro.
E alla fine resta il paradosso più amaro: l’Occidente entrò in Afghanistan promettendo di cambiare il Paese. Vent’anni dopo se ne andò. I talebani rimasero.
A pagare il conto, ancora una volta, sono soprattutto quelli che non avevano deciso né la guerra né il ritiro: le donne, i bambini e il popolo afghano.

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