Pensavamo che gli Anni di piombo fossero consegnati ai libri di storia. Pensavamo che il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, gli agguati, le gambizzazioni, i magistrati, i giornalisti, gli uomini delle forze dell’ordine e gli imprenditori ammazzati avessero almeno lasciato una certezza condivisa: con il terrorismo politico non si scherza. E invece rieccoci qui.
Non con le Brigate Rosse degli anni Settanta, naturalmente. Sarebbe scorretto sostenere, senza prove, l’esistenza di una continuità organizzativa con quelle BR. Ma con qualcosa che sul piano ideologico, simbolico e soprattutto linguistico merita di essere osservato senza indulgenze.
A raccontarlo è Torino Cronaca, nell’articolo intitolato «Siamo gli eredi dei brigatisti»: Meloni, Elkann, Del Vecchio e giornali. Ecco i “nemici” dei nuovi terroristi. Il giornale richiama ambienti riconducibili al (nuovo) Partito comunista italiano (NPCI) e una retorica nella quale ricompaiono rivoluzione, ribellione, nemici da individuare e categorie politiche che sembravano appartenere a un’altra epoca.
Il punto non è gridare frettolosamente al ritorno delle BR. Il punto è chiedersi perché qualcuno senta ancora il bisogno di richiamarsi a quell’immaginario. Ed è già abbastanza inquietante.
«Ribellarsi è giusto»
Secondo quanto riportato da Torino Cronaca, su un volantino si legge: «Ribellarsi è giusto, dalla Valsusa a Bologna» e si arriva a presentare i militanti No Tav come eredi della Resistenza.
Preso isolatamente, il verbo ribellarsi appartiene naturalmente alla dialettica politica. Ma le parole assumono un significato diverso quando vengono inserite in una cultura politica che divide il mondo tra oppressori e oppressi, amici e nemici, popolo e traditori. È proprio questa disumanizzazione dell’avversario che dovrebbe far suonare l’allarme.
Le Brigate Rosse non cominciarono con via Fani. Prima delle pistole vennero le parole, le categorie ideologiche, la convinzione di possedere una verità superiore e il diritto di stabilire chi fosse servo del sistema, chi nemico del proletariato, chi dovesse essere processato dalla cosiddetta giustizia rivoluzionaria.
Il terrorismo rivoluzionario italiano ebbe nelle Brigate Rosse e nei Nuclei Armati Proletari alcune delle organizzazioni più note e violente. Non è un’invenzione polemica: appartiene alla storia documentata degli Anni di piombo. Per questo certi richiami non possono essere liquidati come folclore da centro sociale.
Prima si costruisce il nemico
Ancora più grave è la logica delle liste di persone indicate come avversari politici o esponenti di un presunto sistema di potere.
Nei materiali esaminati e ripresi dalla stampa compaiono esponenti politici, imprenditori, giornalisti, uomini dell’informazione e altre personalità pubbliche. Un documento riconducibile al (nuovo) PCI aveva già individuato nominativamente numerose figure italiane all’interno di una propria campagna politica contro quelli che definisce ambienti e interessi «sionisti». Un documento ripreso anche dal sito di Nicola Porro nel 2024.
Qui bisogna essere precisi. Una lista politica non equivale automaticamente a una lista di proscrizione né dimostra un progetto terroristico. Sarebbe irresponsabile sostenere il contrario senza risultanze investigative. Ma resta una domanda elementare: che bisogno c’è, nel 2026, di compilare elenchi nominativi di presunti nemici?
La politica democratica contesta idee, governi, giornali, aziende. Non cataloga persone come appartenenti a un blocco ostile da combattere. Perché la storia italiana ci ha già insegnato dove può portare la trasformazione dell’avversario in bersaglio.
Il terribile vocabolario degli anni Settanta
È questo il punto che troppo spesso viene dimenticato. Il terrorismo rosso non nacque una mattina quando qualcuno si svegliò con una Walther P38 sul comodino. Crebbe dentro un clima culturale nel quale la violenza rivoluzionaria poteva essere raccontata come risposta inevitabile alla violenza del sistema.
Prima arrivò il linguaggio. Poi arrivarono le intimidazioni. Poi le aggressioni. Poi le pistole. E alla fine arrivarono i morti.
Il procuratore generale di Genova Francesco Coco, assassinato dalle BR insieme agli uomini della scorta Giovanni Saponara e Antioco Deiana l’8 giugno 1976, fu il primo magistrato ucciso dalle Brigate Rosse. Nel 2026 le istituzioni ne hanno ricordato il cinquantesimo anniversario. Due anni dopo sarebbe arrivato Aldo Moro.
Ecco perché quando qualcuno oggi rispolvera orgogliosamente quell’immaginario la risposta non può essere una scrollata di spalle.
Brigatisti trasformati in icone
C’è poi una questione culturale che l’Italia non ha mai risolto completamente. Per decenni una parte dell’ambiente intellettuale ha raccontato alcuni protagonisti della lotta armata con un’insistenza quasi romantica: le loro motivazioni, i tormenti, gli ideali, le prigioni, le autobiografie. Molto meno spazio, spesso, è stato dedicato alle vite spezzate.
Si arriva ancora a leggere ricostruzioni nelle quali l’esperienza dei Nuclei Armati Proletari viene inserita nel percorso politico e umano dei militanti, con una terminologia che rischia talvolta di attenuare la natura terroristica di quelle organizzazioni. I NAP furono invece un’organizzazione armata dell’estrema sinistra, attiva negli anni Settanta, alcuni dei cui superstiti confluirono successivamente nelle BR.
Il problema non è studiare i terroristi. Bisogna studiarli. Il problema nasce quando comprendere diventa giustificare e contestualizzare diventa assolvere.
La memoria corta della Repubblica
Oggi qualcuno può definirsi provocatoriamente erede di quella stagione perché probabilmente pensa che siano trascorsi abbastanza anni. Ma mezzo secolo non basta a cancellare il sangue.
Dietro l’espressione burocratica «Anni di piombo» ci sono vedove, figli rimasti senza padre, famiglie distrutte. Ci sono servitori dello Stato assassinati mentre andavano al lavoro. Ci sono uomini colpiti alle gambe perché qualcuno aveva stabilito che rappresentassero il capitalismo. Ci sono persone sequestrate, processate in grotteschi «tribunali del popolo» e infine uccise.
Questa era la lotta armata. Non un’avventura romantica. Non una generazione di ragazzi un po’ troppo esuberanti. Terrorismo.
Non servono nuove BR per preoccuparsi
Sarebbe però un errore commettere l’esagerazione opposta e dichiarare che siamo già davanti a una nuova organizzazione terroristica paragonabile alle Brigate Rosse. Le informazioni pubblicamente disponibili non consentono una conclusione del genere.E proprio questa distinzione rende più seria la denuncia.
Non occorre infatti aspettare il primo attentato per interrogarsi sulla ricomparsa di un linguaggio che celebra la rivoluzione, individua nemici e recupera simboli e suggestioni provenienti dalla stagione della lotta armata.
Una democrazia adulta non criminalizza le opinioni radicali. Ma neppure deve diventare così ingenua da dimenticare la propria storia. La libertà di espressione protegge anche idee detestabili. Non obbliga però nessuno a considerarle normali.
Il vero antifascismo? Essere antitotalitari
C’è infine una contraddizione quasi grottesca. Alcuni degli ambienti più radicali si proclamano continuamente antifascisti. Benissimo. Ma essere democratici significa rifiutare ogni totalitarismo, non soltanto quello politicamente più conveniente da condannare.
Il Novecento non ha prodotto soltanto camicie nere. Ha prodotto anche gulag, polizie politiche comuniste, partiti unici e rivoluzioni finite davanti a un plotone d’esecuzione. E l’Italia ha conosciuto un terrorismo che si proclamava comunista e rivoluzionario. Non riconoscerlo significa mutilare la memoria.
La democrazia non appartiene alla destra o alla sinistra. Appartiene a chi accetta che l’avversario possa parlare, votare, governare, pubblicare un giornale, possedere un’impresa e perfino avere torto senza per questo diventare un nemico da abbattere. È una distinzione semplice. Eppure, a quanto pare, bisogna ancora ricordarla.
Il fantasma che non dobbiamo far tornare
Gli autoproclamati o presunti «eredi» delle Brigate Rosse possono anche essere numericamente irrilevanti. Possono rappresentare una minuscola frangia ideologica senza alcuna capacità operativa paragonabile al terrorismo degli anni Settanta. Ma proprio per questo sarebbe assurdo regalare loro l’aura romantica dei rivoluzionari. Non sono romantici. Non c’è nulla di romantico nel recuperare il linguaggio di una stagione che lasciò dietro di sé cadaveri, dolore e paura.
E soprattutto occorre smetterla con quella singolare amnesia italiana per cui il fascismo non passa mai, mentre il terrorismo rosso sembra avere sempre diritto a una nota a piè di pagina piena di distinguo sociologici. Le idee si combattono con le idee. I reati con la legge. Le minacce con gli strumenti dello Stato di diritto. Ma la memoria va difesa con la verità. E la verità è molto semplice: le Brigate Rosse non furono resistenti, idealisti o sognatori finiti sulla strada sbagliata. Furono terroristi.
Chi oggi sente il bisogno di rivendicarne l’eredità dovrebbe almeno sapere che cosa sta rivendicando. E noi dovremmo ricordarcelo prima che il vecchio veleno venga nuovamente scambiato per acqua fresca.

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