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San Francesco, ottocento anni dopo

Il 4 ottobre 2026 non è una festa come le altre: l’Italia celebra il suo Patrono nell’VIII centenario della morte, mentre l’Anno francescano raccoglie l’eredità spirituale del Giubileo

Oggi, 4 ottobre, l’Italia celebra san Francesco d’Assisi. Ma questo 4 ottobre 2026 ha qualcosa di irripetibile. Sono trascorsi esattamente otto secoli dalla morte del Poverello di Assisi, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226 alla Porziuncola. E proprio nel 2026 il 4 ottobre è tornato a essere, per legge, festa nazionale, dedicata al Patrono d’Italia e ai valori di pace, fraternità e solidarietà legati alla sua figura.

Non è dunque soltanto una ricorrenza sul calendario. È un appuntamento che sembra porre una domanda all’Italia e ai cristiani: che cosa resta oggi di Francesco?

Il santo che voleva semplicemente vivere il Vangelo

Intorno a Francesco sono cresciute, nei secoli, molte immagini. Il santo degli animali, il poeta della natura, l’uomo della pace, il poverello che parlava agli uccelli. Tutto vero, ma insufficiente.

Prima di ogni altra cosa, Francesco fu un uomo conquistato da Cristo.

Figlio del ricco mercante Pietro di Bernardone, nato ad Assisi tra il 1181 e il 1182, sognò inizialmente gloria, armi e prestigio. Poi la sua vita cambiò. L’incontro con il lebbroso, la preghiera davanti al Crocifisso di San Damiano, la rinuncia ai beni paterni segnarono una conversione radicale.

Francesco non volle inventare una nuova filosofia. Volle una cosa molto più difficile: prendere sul serio il Vangelo.

Povertà, obbedienza, carità, misericordia, fraternità non furono per lui slogan. Furono carne viva.

Ed è forse questo l’aspetto più scomodo del santo. Francesco affascina tutti finché rimane una statuina nel presepe. Diventa molto più impegnativo quando ci ricorda che il cristianesimo non consiste nell’adattare Cristo ai nostri desideri, ma nel tentare di conformare la nostra vita a Cristo.

Ottocento anni dalla morte

Il 2026 rappresenta il culmine di un lungo ciclo di centenari francescani: gli ottocento anni del presepe di Greccio, delle stimmate della Verna, del Cantico delle Creature e, infine, del Transito.

La Santa Sede ha voluto dare a quest’ultima ricorrenza un significato particolare. Dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027 è stato indetto uno speciale Anno di San Francesco, con la possibilità per i fedeli di ottenere l’indulgenza plenaria alle condizioni stabilite dalla Chiesa. La Penitenzieria Apostolica lo ha descritto esplicitamente come una «ideale prosecuzione» del Giubileo ordinario del 2025.

Qui sta il legame più profondo con il Giubileo appena concluso.

Il Giubileo 2025 aveva chiamato i cristiani a essere «Pellegrini di speranza». L’Anno francescano chiede, in un certo senso, che quella speranza non rimanga confinata all’emozione di un pellegrinaggio o al ricordo del passaggio attraverso una Porta Santa. Deve diventare vita.

La stessa Penitenzieria lo dice con chiarezza: la speranza del Giubileo deve trasformarsi in «zelo e fervore di fattiva carità».

«Il Signore ti dia pace»

C’è poi una parola che attraversa questo centenario: pace.

Papa Leone XIV, nella lettera per l’apertura dell’VIII centenario, ha ricordato il saluto che Francesco aveva ricevuto come missione: «Il Signore ti dia pace». E ha sottolineato che la pace francescana non nasce semplicemente dagli accordi fra gli uomini, ma ha la sua sorgente in Dio.

È un messaggio che nel 2026 acquista una forza particolare, mentre il mondo continua a essere attraversato da guerre, tensioni e contrapposizioni.

Francesco non fu un pacifista da salotto. Nel 1219, durante la quinta crociata, arrivò disarmato davanti al sultano al-Malik al-Kamil. Non nascose la propria fede e non impugnò una spada. Una lezione difficile da incasellare nelle categorie ideologiche moderne.

La pace francescana, infatti, comincia dalla conversione dell’uomo. Senza una pace nel cuore, la pace proclamata dalle tribune rischia di diventare soltanto retorica.

Assisi torna cuore d’Italia

Anche le celebrazioni di quest’anno sottolineano l’eccezionalità della ricorrenza. Ad Assisi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella partecipa alla celebrazione eucaristica e all’accensione della Lampada votiva dei Comuni d’Italia. Per l’ottavo centenario, il tradizionale omaggio non coinvolge una sola Regione: simbolicamente è chiamata a raccolta l’intera Italia, insieme a rappresentanti internazionali.

E forse non poteva esserci luogo più adatto.

Perché Assisi continua a ricordare che un uomo vissuto otto secoli fa, senza eserciti, ricchezze, televisioni e social network, è riuscito a lasciare un’impronta che il tempo non ha cancellato.

Francesco non è un soprammobile

Il rischio delle grandi commemorazioni è trasformare i santi in monumenti. Si depongono fiori, si pronunciano discorsi, si accendono lampade. Poi tutto torna come prima.

San Francesco, però, non chiede di essere ammirato. Chiede di essere imitato.

Il senso profondo di questo 4 ottobre 2026 e dell’Anno francescano sta proprio qui. Dopo il Giubileo della speranza arriva il tempo di verificare se quella speranza ha prodotto qualcosa: più fede, più carità, maggiore capacità di perdonare, attenzione verso chi soffre e soprattutto un rapporto più autentico con Cristo.

Francesco morì quasi nudo sulla terra della Porziuncola, dopo aver chiamato la morte «sorella». Aveva appena 44 anni circa e, umanamente parlando, possedeva ben poco. Eppure otto secoli dopo il mondo continua a parlare di lui.

Forse perché, in un’epoca che misura tutto con il possesso, il successo e il potere, Francesco continua a ricordarci che si può avere tutto e perdere se stessi, oppure non possedere nulla ed essere immensamente ricchi davanti a Dio.

Ed è questa, ottocento anni dopo, la provocazione più attuale del Poverello.

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Pubblicato inReligione

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