Il DNA esclude Douglas Carter dai reperti del delitto. Aveva 30 anni quando entrò in carcere, oggi ne ha 71. E il suo caso pone una domanda terribile: che cosa sarebbe successo se la condanna fosse stata eseguita?
Quarantun anni. Provate soltanto a pronunciarli lentamente. Quando Douglas Stewart Carter venne arrestato, nel 1985, aveva circa trent’anni. Ronald Reagan era presidente degli Stati Uniti, Internet come lo conosciamo non esisteva e uno smartphone sarebbe sembrato un oggetto da fantascienza.
Oggi Carter ha 71 anni. Il 28 settembre è uscito dal carcere dello Utah su cauzione, dopo aver trascorso gran parte della sua vita con una condanna a morte sulla testa. Il motivo dell’ultima clamorosa svolta è semplice quanto devastante: il suo DNA non corrisponde ai profili genetici ricavati da importanti reperti della scena del delitto.
È la vicenda raccontata anche da Open nell’articolo “La storia di Douglas Carter, 41 anni nel braccio della morte in un carcere dello Utah: scagionato dal test del Dna”. Ma dietro il titolo c’è una storia giudiziaria assai più lunga e inquietante.
L’omicidio di Eva Olesen
Nel 1985 Carter venne accusato dell’assassinio di Eva Olesen, trovata morta nella propria abitazione a Provo. La donna era stata accoltellata ripetutamente e colpita alla testa da un proiettile. Era inoltre la zia dell’allora capo della polizia cittadina.
Carter venne condannato nello stesso anno. E qui compare il primo particolare che, visto con gli occhi di oggi, fa impressione: nessuna prova fisica lo collegava alla scena del crimine.
A pesare furono soprattutto una confessione firmata da Carter, che l’uomo ha sempre sostenuto gli fosse stata estorta, e le dichiarazioni di Epifanio e Lucia Tovar, secondo i quali Carter avrebbe raccontato di avere commesso l’omicidio. Quelle testimonianze, però, sarebbero poi crollate.
La vicenda dei Tovar è forse persino più grave del test genetico. Nel riesaminare il caso sono emerse prove di pressioni esercitate dagli investigatori sui due testimoni, insieme a benefici economici e minacce legate alla loro situazione migratoria. Nel 2025 la Corte Suprema dello Utah ha confermato la concessione di un nuovo processo, richiamando la cattiva condotta intenzionale verificatasi nelle indagini e nell’azione dell’accusa.
In altre parole, ben prima dell’arrivo del DNA, le fondamenta della vecchia condanna erano già profondamente lesionate.
Poi ha parlato il DNA
E alla fine è arrivata la scienza.
Il laboratorio criminalistico dello Utah ha sottoposto a nuove analisi i reperti conservati. Carter è stato escluso come possibile fonte del sangue rinvenuto su una maniglia e del materiale genetico recuperato dall’impugnatura del coltello utilizzato nell’aggressione. Precedenti analisi su altri reperti avevano inoltre prodotto profili genetici che, confrontati con il database CODIS, non avevano dato corrispondenza con Carter.
Il procuratore della contea di Utah, Jeff Gray, ha quindi ritirato la richiesta della pena capitale e ha avviato una rivalutazione complessiva delle prove. La procura precisa tuttavia che il risultato genetico non equivale automaticamente alla prova definitiva dell’innocenza: Eva Olesen venne anche uccisa con un’arma da fuoco mai ritrovata e restano altri elementi che l’accusa intende esaminare.
Anche il giudice Derek Pullan, concedendo la libertà su cauzione, ha sottolineato che il DNA indebolisce considerevolmente il quadro accusatorio, senza però stabilire giudizialmente l’innocenza di Carter.
È una distinzione fondamentale. Raccontare questa storia come un’assoluzione definitiva sarebbe prematuro. Raccontarla come una normale vicenda giudiziaria sarebbe però altrettanto fuorviante.
Una vita dentro una cella
Carter è rimasto detenuto per 15.085 giorni, secondo il conteggio fornito dal suo avvocato Neal Hamilton. È entrato in carcere giovane e ne è uscito anziano. Non possiede un telefono, non ha un reddito e deve imparare a muoversi in una società completamente diversa da quella che lasciò nel 1985.
Ed è qui che il caso supera la cronaca giudiziaria.
Perché una condanna detentiva ingiusta, per quanto terribile, può almeno essere interrotta. Un’esecuzione no.
Se lo Stato uccide un condannato e vent’anni dopo una nuova analisi scientifica dimostra che le prove erano sbagliate, non esiste revisione del processo capace di riaprire quella bara.
Il caso Carter non dimostra da solo che ogni condannato a morte sia innocente, né consente ancora di affermare definitivamente che Carter lo sia. Dimostra qualcosa di più elementare: anche un sistema giudiziario dotato di giudici, giurie, procuratori e molteplici gradi di giudizio può commettere errori gravissimi.
E quando la pena è irreversibile, irreversibile diventa anche l’errore.
La domanda che resta
Per un cattolico la vicenda richiama inevitabilmente il tema della dignità della persona, che non scompare neppure davanti al colpevole di un delitto gravissimo. Il Catechismo della Chiesa cattolica, nella formulazione attuale del n. 2267, definisce la pena di morte «inammissibile» e impegna la Chiesa per la sua abolizione.
Ma il caso Carter aggiunge una questione ancora precedente: e se davanti al boia arrivasse un innocente?
Non è un interrogativo teorico.
Douglas Carter ha aspettato per decenni che lo Stato decidesse della sua vita. Oggi può uscire da una porta che per quarantuno anni aveva visto soltanto dall’altra parte. Porta con sé un braccialetto GPS, un’accusa non ancora definitivamente archiviata e una vita quasi interamente consumata dietro le sbarre.
Il DNA non può restituirgli il 1985.
Può però ricordare a tutti una verità molto antica: la giustizia degli uomini può sbagliare. E quando pretende di infliggere una pena dalla quale non si torna indietro, quell’errore può diventare eterno.

Sii il primo a commentare