Il premier scioglie le Cortes e porta la Spagna al voto anticipato. Dopo anni trascorsi a presentarsi come l’argine indispensabile contro la destra, Pedro Sánchez deve tornare davanti agli elettori. Una crisi maturata tra maggioranze fragili, scandali, inchieste, emergenza abitativa e un potere esercitato troppo spesso con la presunzione di chi si considera insostituibile.
Alla fine anche Pedro Sánchez, l’uomo che sembrava politicamente indistruttibile, ha dovuto arrendersi all’evidenza. Il premier spagnolo ha annunciato lo scioglimento delle Cortes e le elezioni anticipate per il 29 novembre, nove mesi prima della conclusione naturale della legislatura.
Non significa ancora che Sánchez sia politicamente finito: saranno gli spagnoli a stabilirlo nelle urne. Ma una cosa è già evidente: è arrivata al capolinea la legislatura costruita sulla sua straordinaria capacità di sopravvivere.
E qui l’ironia viene quasi spontanea. Per anni Sánchez ha governato presentandosi come l’argine indispensabile contro una destra dipinta come una minaccia per la democrazia, l’Europa, i diritti e probabilmente, continuando di questo passo, anche per il clima e le sorti dell’umanità.
Anche annunciando le elezioni ha riproposto lo stesso copione: gli spagnoli dovranno scegliere tra il suo modello progressista e quella che definisce l’«ondata di ultradestra». In altre parole: o Sánchez oppure i barbari. Una formula politica molto comoda. Almeno finché funziona.
La maggioranza va in pezzi
La scintilla finale è arrivata sulla questione abitativa. Il Congresso ha bocciato i decreti governativi sulla casa con 178 voti contrari e 172 favorevoli. Contro il governo hanno votato PP, Vox, UPN e soprattutto Junts, gli indipendentisti catalani dal cui sostegno era dipesa la nascita della maggioranza. Ed è proprio qui che emerge la contraddizione fondamentale del sanchismo.
Dopo le elezioni del 2023 Sánchez era riuscito a rimanere alla Moncloa grazie a un complicatissimo mosaico parlamentare composto anche da formazioni indipendentiste e regionaliste. Determinante era stato l’accordo sull’amnistia agli indipendentisti catalani, necessario per ottenere i voti dell’investitura.
Politicamente abilissimo. Ma tremendamente fragile. Quando Junts ha deciso di voltargli le spalle, il castello ha cominciato a scricchiolare sul serio.
Fuori dal Parlamento, intanto, cresceva una protesta assai meno ideologica: quella di chi una casa non riesce più a permettersela. Secondo Reuters, gli affitti medi spagnoli sono quasi raddoppiati nell’ultimo decennio e la crisi abitativa ha alimentato manifestazioni e malcontento.
Perché alla fine il cittadino può ascoltare tutti i discorsi sui diritti, sull’Europa e sul progresso che si vogliono. Poi però deve pagare l’affitto. E la realtà presenta sempre il conto.
Gli scandali intorno al PSOE
Ma la crisi di Sánchez non nasce soltanto dalla casa.
Gli ultimi anni sono stati accompagnati da vicende giudiziarie che hanno coinvolto dirigenti socialisti e persone vicine al premier. Tra i nomi finiti al centro delle inchieste figurano José Luis Ábalos, Koldo García e Santos Cerdán. Va precisato che Sánchez non risultava personalmente indagato nei principali procedimenti che hanno coinvolto il PSOE. Politicamente, però, il danno è stato inevitabile.
Poi c’è il capitolo familiare.
La moglie Begoña Gómez è stata coinvolta in un procedimento giudiziario che già nell’aprile 2024 aveva provocato uno dei momenti più singolari della presidenza Sánchez: cinque giorni di riflessione pubblica per decidere se dimettersi. Alla fine rimase. D’altronde il titolo della sua autobiografia politica è Manual de resistencia. Mai titolo fu più azzeccato.
Resistere è stata la vera specialità di Pedro Sánchez.
Il premier della polarizzazione
La questione, tuttavia, è ancora più politica che giudiziaria.
Sánchez ha costruito una parte importante del proprio potere sulla polarizzazione. Da una parte il campo progressista, descritto come depositario della modernità, dell’europeismo e dei diritti; dall’altra PP e soprattutto Vox, trasformati nello spettro di una Spagna pronta a precipitare nel passato. Una strategia efficace perché trasforma ogni elezione in un referendum morale.
Non si discute più semplicemente se un governo abbia amministrato bene o male. Si suggerisce agli elettori che dall’altra parte esista qualcosa da temere. Ed è precisamente lo schema che Sánchez continua a utilizzare anche adesso. Ma dopo anni trascorsi alla guida del Paese diventa sempre più difficile spiegare che i problemi siano invariabilmente colpa degli altri.
Quella ripicca contro l’Italia
Un episodio della scorsa estate racconta forse meglio di molti discorsi il modo di intendere il potere del premier socialista: lo scontro con l’Italia dopo la crisi migratoria di Ceuta. Tra il 30 e il 31 luglio, circa 72 mila cittadini di Paesi terzi entrarono irregolarmente nell’exclave spagnola. Una pressione gigantesca su una città di circa 83 mila abitanti.
Roma, temendo che una parte di quella massa potesse successivamente dirigersi verso l’Italia, decise di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi spiegò che si trattava di una misura dettata da ragioni di sicurezza.
Madrid reagì duramente. Il governo Sánchez chiese all’Italia di eliminare i controlli, minacciando in caso contrario misure «proporzionali». Roma rispose che sulla sicurezza nazionale non avrebbe accettato ultimatum.
A quel punto arrivò la ritorsione spagnola: controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia. Il ministro degli Affari europei Tommaso Foti parlò apertamente di «rappresaglia», mentre Antonio Tajani definì «inspiegabile» la reazione di Madrid. Una vicenda che assunse rapidamente i contorni di una ripicca politica piuttosto infantile.
Il paradosso era evidente. La Spagna, investita da un’ondata migratoria eccezionale, chiedeva solidarietà europea; quando però l’Italia adottava precauzioni per impedire che le conseguenze della crisi si trasferissero sul proprio territorio, Madrid reagiva secondo la logica del: se controllate noi, allora noi controlliamo voi. Una specie di diplomazia dell’“e allora lo faccio anch’io”. Non precisamente ciò che ci si aspetterebbe da due grandi Paesi dell’Unione Europea alle prese con un problema comune.
Il governo spagnolo arrivò inoltre ad accusare Roma di avere motivazioni «partitiche ed elettorali». L’Italia continuò invece a sostenere che i controlli sarebbero rimasti soltanto finché fossero persistiti rischi per la sicurezza. Era anche lo scontro fra Sánchez e Giorgia Meloni, due leader quasi agli antipodi politicamente.
E proprio qui riaffiorò uno dei tratti più discutibili del “sanchismo”: la tendenza a trasformare il dissenso politico in una specie di colpa morale. Chi non condivide la sua impostazione non è semplicemente un avversario: diventa quello che mette in pericolo l’Europa, i diritti o la democrazia.
Confondere il dissenso con un affronto e la fermezza con l’arroganza è però un lusso che prima o poi presenta il conto.
Il paradosso Sánchez
Eppure sarebbe sbagliato raccontare una Spagna economicamente allo sfascio. Sánchez può presentarsi alle elezioni rivendicando risultati macroeconomici significativi. Ed è proprio questo a rendere interessante la sua crisi. Perché un governo può mostrare buone statistiche e contemporaneamente perdere il contatto con una parte della popolazione.
Il cittadino non vive dentro una tabella Excel. Vive in una casa di cui paga l’affitto o il mutuo, compra generi alimentari, paga bollette e tasse, cerca un lavoro stabile e si domanda se i propri figli riusciranno un giorno a permettersi un appartamento. Quando aumenta la distanza tra il racconto del potere e la vita quotidiana, anche la propaganda più raffinata comincia a perdere efficacia.
Adesso decide la Spagna
Sánchez ha dunque scelto l’ultima carta: le urne. Il 29 novembre sapremo se avrà compiuto l’ennesimo capolavoro di sopravvivenza oppure se sarà davvero cominciata la sua uscita di scena.
Il Partito Popolare parte davanti ai socialisti in diversi sondaggi, mentre Vox potrebbe diventare determinante per costruire una maggioranza alternativa. E sarebbe questo il finale politicamente più ironico.
Dopo anni trascorsi a indicare la destra come il pericolo dal quale soltanto lui poteva proteggere la Spagna, Sánchez potrebbe essere proprio colui che consegna alla destra le chiavi della Moncloa.
Non siamo ancora davanti alla caduta definitiva di Pedro Sánchez. Siamo però davanti alla caduta della sua presunta invulnerabilità. L’uomo che aveva trasformato la resistenza politica in un metodo di governo è stato costretto ad ammettere che una maggioranza costruita attraverso compromessi sempre più complicati non poteva durare eternamente.
E forse c’è una morale persino nella piccola guerra diplomatica combattuta contro l’Italia dopo Ceuta. Allora Sánchez poteva permettersi ultimatum, accuse e ritorsioni. Poteva guardare dall’alto in basso il governo italiano e presentarsi ancora una volta come il rappresentante della Spagna progressista chiamata a dare lezioni agli altri.
Ora la lezione arriva per lui. Non da Giorgia Meloni, non dal PP, non da Vox e neppure da Junts. Arriva dagli elettori. E le urne hanno un brutto difetto per chi si considera insostituibile: non soffrono di complessi d’inferiorità.

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