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Trump scarica Zelensky. Ma la Nato alza la voce

Il presidente Usa chiede un nuovo leader a Kiev, Mosca applaude e Bruxelles fa quadrato. Intanto da Varsavia il generale Grynkewich promette di “spezzare” qualsiasi aggressore: proprio mentre la politica tenta di abbassare la temperatura

Donald Trump ha deciso di togliere i guanti. E questa volta il bersaglio non è Vladimir Putin, ma Volodymyr Zelensky. Il presidente americano ha detto apertamente che per arrivare alla pace l’Ucraina avrebbe bisogno di un nuovo leader: «Suggerisco che trovino un nuovo presidente capace di fare un accordo». Parole pesantissime, accompagnate dall’accusa a Zelensky di avere avuto più occasioni per chiudere il conflitto e di non averle sfruttate.

Il nuovo strappo arriva dopo l’accordo raggiunto da Washington con Mosca per rimettere sul mercato importanti quantitativi di diesel russo, accompagnato da un alleggerimento temporaneo delle sanzioni americane sul prodotto. Trump vuole soprattutto fermare gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, che a suo giudizio stanno contribuendo alle tensioni sui prezzi internazionali dei carburanti.

Ed è qui che lo scontro con Kiev diventa politico prima ancora che militare.

Zelensky non ci sta

La risposta ucraina è stata immediata. Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha ricordato che a scegliere il presidente dell’Ucraina devono essere gli ucraini. Zelensky, dal canto suo, ha contestato l’intesa sul diesel sostenendo che allentare la pressione economica su Mosca significhi fornire alla Russia nuove entrate utilizzabili anche per sostenere lo sforzo bellico.

Ma il confronto si è ulteriormente complicato con la cosiddetta “tregua energetica” annunciata da Trump. Il presidente americano ha sostenuto che Russia e Ucraina avrebbero accettato di interrompere gli attacchi contro le rispettive infrastrutture energetiche.

Peccato che da Kiev sia arrivata una risposta piuttosto imbarazzante per Washington: noi non ne sapevamo nulla.

Zelensky ha dichiarato di aver appreso dell’annuncio dai mezzi d’informazione e ha accusato Mosca di avere continuato a colpire infrastrutture energetiche ucraine. Kiev si dice disponibile alla tregua, ma soltanto a condizione di reciprocità: se la Russia smette di colpire il sistema energetico ucraino, l’Ucraina fermerà gli attacchi contro raffinerie e infrastrutture russe.

Insomma, Trump annuncia la tregua mentre i due contendenti discutono ancora se la tregua esista davvero. Non esattamente il modo più lineare per inaugurare una pace.

Mosca gongola, ma non firma assegni in bianco

Naturalmente il Cremlino ha accolto con evidente soddisfazione l’affondo di Trump contro Zelensky.

Il portavoce Dmitry Peskov ha sostenuto che il presidente ucraino non mostrerebbe la volontà politica necessaria per fermare la guerra e che proprio questo spiegherebbe l’auspicio trumpiano di una nuova leadership a Kiev. Secondo Mosca, Zelensky dovrebbe assumersi la responsabilità di decisioni «molto difficili» per arrivare alla pace.

Sulla tregua energetica, però, il Cremlino è stato assai più prudente: i contatti continuano e Mosca comunicherà eventuali intese quando saranno definite. Una posizione che dimostra quanto sia prematuro scambiare un annuncio sui social per un accordo diplomatico compiuto.

Trump sembra dunque voler spostare il baricentro della politica americana: meno assegni in bianco, più pressione su Kiev perché accetti un negoziato, senza rinunciare contemporaneamente alla deterrenza militare nei confronti della Russia.

Ed è proprio qui che compare il paradosso di Varsavia.

A Varsavia il generale fa la voce grossa

Mentre Trump prova, con metodi certamente discutibili ma chiarissimi, a imporre una svolta politica, al Warsaw Security Forum il comandante supremo alleato in Europa, generale americano Alexus Grynkewich, ha scelto tutt’altro registro.

Il generale ha assicurato che la NATO non cerca una guerra, ma ha aggiunto che, qualora qualcuno fosse «così pazzo» da attaccare un Paese dell’Alleanza, la NATO combatterebbe e renderebbe quell’attacco «del tutto vano». Ha descritto una strategia in tre passaggi: bloccare, indebolire e infine spezzare le forze dell’aggressore. Reuters riferisce che Grynkewich ha parlato della capacità di distruggere tutto ciò che fosse coinvolto in un eventuale attacco all’Alleanza.

Militarmente è il mestiere della deterrenza. Politicamente, però, il tono appare quanto meno tronfio e inopportuno.

Perché c’è una differenza tra prepararsi a difendere il territorio NATO — cosa sacrosanta e perfettamente coerente con la natura dell’Alleanza — e trasformare una conferenza internazionale in una gara a chi mostra i muscoli più grossi.

Soprattutto nel momento in cui il presidente degli Stati Uniti sta tentando di aprire un canale con Mosca.

Ancora più significativo è che lo stesso Grynkewich abbia ammesso di non considerare una guerra tra Russia e NATO né imminente né inevitabile.

E allora viene spontanea una domanda: se la guerra non è imminente né inevitabile, perché continuare ad alimentare pubblicamente una retorica da vigilia dell’Armageddon?

La deterrenza funziona quando è credibile. Non necessariamente quando è urlata.

Bruxelles torna alla vecchia ricetta

L’Unione europea, prevedibilmente, si è schierata dalla parte di Kiev.

L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha criticato l’allentamento delle sanzioni americane sul diesel russo sostenendo che garantire nuove entrate a Mosca significhi aumentare le risorse disponibili per continuare la guerra. Ha inoltre respinto l’idea di elezioni ucraine durante il conflitto, ricordando che potranno essere organizzate quando le condizioni belliche lo consentiranno.

E Bruxelles non si è limitata alle parole. Il 12 ottobre il Consiglio UE ha approvato nuove misure contro quasi 1.600 persone ed entità collegate al complesso militare-industriale russo, ribadendo che questo non sarebbe il momento di ridurre la pressione su Mosca.

Dunque abbiamo ormai tre linee piuttosto diverse.

Trump cerca di costringere Zelensky a trattare, arrivando addirittura a mettere in discussione la sua permanenza alla guida dell’Ucraina.

L’Europa continua invece sulla strada delle sanzioni e del sostegno a Kiev.

E una parte dell’apparato militare NATO continua a parlare il linguaggio della massima deterrenza verso Mosca.

Il risultato è una politica occidentale che assomiglia sempre più a un’automobile nella quale uno tiene il piede sul freno, un altro sull’acceleratore e dal sedile posteriore qualcuno grida di andare ancora più forte.

La pace richiede politica, non proclami

Si può discutere sul metodo di Trump. Anzi, si deve. Pretendere di decidere dall’esterno chi debba guidare l’Ucraina è un’affermazione pesante e difficilmente conciliabile con il principio secondo cui spetta agli ucraini scegliere il proprio presidente.

Ma Trump pone una questione che l’Europa troppo spesso preferisce aggirare: questa guerra deve avere uno sbocco politico.

Dopo anni di morti, distruzioni, sanzioni, escalation e minacce reciproche, continuare semplicemente a ripetere che bisogna armarsi di più non costituisce una strategia di pace.

Ed è per questo che le roboanti dichiarazioni di Varsavia risultano particolarmente fuori tempo. La NATO deve essere abbastanza forte da rendere impensabile un’aggressione contro un suo membro. Ma proprio chi possiede una forza enorme dovrebbe maneggiare le parole con prudenza.

La forza serve a evitare la guerra, non a innamorarsi della propria retorica militare.

La tradizione cristiana non confonde la pace con la resa, ma neppure la prudenza con la debolezza. San Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, ricordava che i rapporti fra gli Stati devono fondarsi sulla ragione e non sulla paura.

Oggi questa lezione appare più attuale che mai.

Trump ha lanciato un macigno nello stagno ucraino. Zelensky resiste, Mosca osserva soddisfatta, Bruxelles rilancia le sanzioni e la NATO mostra i muscoli.

Ma prima o poi qualcuno dovrà ricordarsi che le guerre non finiscono con le conferenze stampa dei generali. Finiscono quando la politica torna a fare il proprio mestiere.

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Pubblicato inGeopolitica

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