Greta arriva alle barricate. E da noi occupazioni, Pro Pal e antagonisti inseguono il modello francese
La Francia protesta, l’Italia imita. Martedì 13 ottobre il quinto atto della mobilitazione studentesca francese ha riportato decine di migliaia di persone nelle strade, mentre nel nostro Paese aumentano le occupazioni scolastiche e lo slogan «fare come in Francia» è ormai diventato la parola d’ordine di diversi collettivi.
Con una differenza importante: dietro la protesta francese ci sono problemi scolastici concreti e documentati. In Italia, accanto alle rivendicazioni sulla scuola, il movimento si intreccia sempre più con mobilitazioni Pro Pal, antagonismo, opposizione al governo, anti-militarismo e ambienti legati ai centri sociali. Un grande minestrone politico nel quale diventa sempre più difficile capire dove finisca la protesta dello studente e dove cominci l’attivismo organizzato.
In Francia scendono in piazza in 161mila. O forse 480mila
Il 13 ottobre la Francia ha vissuto il suo “Acte V”. Secondo il ministero dell’Interno hanno manifestato 161.500 persone in tutto il Paese; secondo l’intersindacale giovanile sarebbero state addirittura 480.000. A Parigi il ministero ha contato 41.500 partecipanti nei due cortei. Manifestazioni importanti si sono svolte anche a Lione, Rennes, Marsiglia, Bordeaux, Nantes e Strasburgo.
I numeri sono inferiori ai 266.000 manifestanti conteggiati dal governo nella precedente grande giornata di protesta, ma il movimento rimane consistente. Il ministero dell’Istruzione ha registrato 214 scuole chiuse, mentre il 94,2% dei licei risultava aperto.
Le ragioni originarie della protesta non sono campate per aria. Gli studenti denunciano carenza di insegnanti, supplenti insufficienti, classi sovraffollate, strutture scolastiche degradate e scarsità di risorse. A queste richieste si è aggiunta la contestazione di Parcoursup, il sistema francese di accesso all’istruzione superiore.
Insomma, la scuola francese ha problemi seri. Ed è proprio per questo che dispiace vederli progressivamente sommersi dalla rituale “convergenza delle lotte”, formula che consente di mettere nello stesso corteo scuola, clima, capitalismo, polizia, economia e qualsiasi altra battaglia disponibile.
E naturalmente arriva Greta
Poteva mancare Greta Thunberg?
La ventitreenne svedese si è presentata davanti al liceo Paul-Eluard di Saint-Denis, uno degli epicentri della protesta. Ha espresso solidarietà agli studenti, sostenendo che i giovani stanno reclamando diritti fondamentali e collegando immediatamente la battaglia scolastica alla crisi climatica e alle ingiustizie sociali.
Greta ha anche accusato la polizia francese di essere «estremamente violenta» con i giovani e ha invocato esplicitamente “l’unione delle cause”, dal clima al lavoro fino all’economia.
Eccola dunque la metamorfosi. Si parte dai professori che mancano e dai soffitti che cadono e, nel giro di qualche settimana, si arriva alla grande mobilitazione universale.
Alcune organizzazioni studentesche francesi hanno già invitato i Gilet gialli a unirsi alla protesta del 17 ottobre per realizzare quella che definiscono una vera «convergenza delle lotte».
Ma intanto si contano i feriti
Qui finisce il folklore.
Dall’inizio delle proteste, secondo i dati riportati il 13 ottobre, sono rimasti feriti oltre 200 studenti, più di 800 fra poliziotti e gendarmi e 147 appartenenti al personale dell’Istruzione nazionale. L’Ispettorato generale della polizia francese ha inoltre aperto 36 inchieste su presunti episodi di violenza commessi dalle forze dell’ordine.
Il giorno precedente altri otto dipendenti scolastici erano rimasti feriti; a Reims due erano stati colpiti da materiale pirotecnico.
Anche il 13 ottobre, pur in una giornata descritta complessivamente come in gran parte pacifica, non sono mancati gli incidenti. A Parigi, Lione, Strasburgo e Nantes sono intervenuti reparti antisommossa e sono stati utilizzati lacrimogeni. A Parigi è stata incendiata almeno un’automobile; a Lione gruppi ostili davanti al corteo hanno vandalizzato negozi e una stazione di servizio e si sono scontrati con la polizia.
Non bisogna quindi confondere centinaia di migliaia di manifestanti con le frange responsabili degli scontri. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che queste frange non esistano o che compaiano per generazione spontanea ogni volta che una protesta di massa offre loro il terreno ideale.
E l’Italia scopre improvvisamente la Francia
Ed eccoci a casa nostra. A scimmiottare come al solito.
A Torino lo slogan è stato dichiarato senza troppi giri di parole: «Fare come in Francia».
Il Kollettivo Studentesco Autonomo (Ksa), indicato dall’ANSA come emanazione studentesca dell’area di Askatasuna, ha salutato le occupazioni spiegando che «l’aria di rivolta» francese avrebbe attraversato le Alpi e restituito possibilità di «rivalsa studentesca». Il comunicato si concludeva con un’espressione ancora più eloquente: «ci vediamo sulle barricate». Le barricate? Nel 2026?
Altro che assemblea d’istituto.
Il 13 ottobre la situazione torinese si è ulteriormente allargata. Alle scuole già coinvolte si sono aggiunti Galileo Ferraris, Berti e Majorana di Moncalieri, mentre risultavano già interessati dalle occupazioni, fra gli altri, Einstein, Gioberti e Primo liceo artistico.
Al Boselli il tentativo di occupazione ha richiesto l’intervento dei carabinieri. Uno studente è stato fermato, poi rilasciato e denunciato per resistenza, occupazione e danneggiamento. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, sulla quale erano ancora in corso accertamenti, alcuni giovani a volto coperto avrebbero fatto esplodere petardi, spostato banchi sulla strada e rovesciato cassonetti. Gli studenti hanno fornito una versione diversa, accusando le forze dell’ordine di repressione.
È importante dirlo chiaramente: contestare è un diritto; impedire agli altri di studiare, danneggiare una scuola o aggredire qualcuno non lo è. E un’eventuale responsabilità penale appartiene a chi commette il fatto, non automaticamente a un intero movimento.
Dalla Francia alla Palestina
A Roma il quadro mostra ancora più chiaramente come le occupazioni scolastiche italiane stiano mescolando rivendicazioni diverse.
Il 13 ottobre risultavano occupati, tra gli altri, diversi istituti, mentre al Kant le lezioni erano state impedite dall’occupazione. Altri licei erano già entrati nella mobilitazione nelle giornate precedenti.
La protesta italiana, inoltre, non nasce nel vuoto. Nell’ultimo anno una parte dei collettivi studenteschi è stata protagonista delle mobilitazioni Pro Pal, Pro Gaza e Pro Flotilla, con occupazioni di scuole e università. In precedenti manifestazioni si sono verificati anche blocchi ferroviari, danneggiamenti e scontri, attribuiti dalle autorità e dalle cronache a gruppi specifici e, in alcuni casi, a black bloc.
Questo non significa che ogni studente Pro Pal sia violento, né che ogni occupazione sia diretta da Askatasuna. Significa però che esiste una continuità politica fra una parte di quelle mobilitazioni e l’attuale tentativo di importare il modello francese, soprattutto laddove ricorrono le stesse organizzazioni, gli stessi slogan e la stessa idea della «convergenza delle lotte».
E qui sta il punto.
La scuola non può diventare un centro sociale
Se un soffitto cade, va riparato. Se manca un professore, bisogna assumerlo. Se i bagni sono inagibili, qualcuno deve risponderne. Se gli studenti chiedono strutture dignitose, hanno tutto il diritto di farlo.
Ma proprio per questo la protesta dovrebbe restare sulla scuola.
Quando invece alla finestra compaiono bandiere palestinesi, nei comunicati entrano guerra, riarmo, capitalismo, governo Meloni e politica internazionale, mentre gruppi antagonisti invitano a «fare come in Francia» e promettono barricate, la questione scolastica rischia di diventare soltanto il cavallo sul quale far salire battaglie politiche già confezionate.
Persino il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, pur sostenendo che le ragioni della protesta vadano comprese, ha osservato l’evidente contraddizione: non si possono chiedere più investimenti nella scuola e contemporaneamente danneggiare beni pubblici che dovranno essere riparati con i soldi dei contribuenti.
È semplice buon senso.
La scuola dovrebbe insegnare libertà, responsabilità, confronto, studio e rispetto. Non dovrebbe diventare il terreno di addestramento permanente alla contrapposizione politica.
I ragazzi francesi hanno posto problemi veri. Il governo francese dovrà rispondere. Ma gli oltre mille feriti complessivi tra studenti, forze dell’ordine e personale scolastico dimostrano anche quanto rapidamente una protesta possa avvitarsi in una spirale pericolosa.
L’Italia farebbe bene a guardare la Francia fino in fondo, non soltanto alle immagini più suggestive che rimbalzano sui social.
Perché importare una protesta può sembrare rivoluzionario. Importarne anche violenze, barricate e devastazioni sarebbe soltanto irresponsabile.

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