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Brexit, Londra pensa al ritorno

C’è una certa ironia nella storia. Nel 2016 milioni di britannici votarono per riprendersi il controllo, liberarsi dai vincoli di Bruxelles e restituire al Regno Unito quella sovranità che, secondo i sostenitori della Brexit, l’Unione europea aveva progressivamente eroso. Dieci anni dopo, a Londra si discute seriamente di una possibilità che fino a poco tempo fa sembrava quasi impronunciabile: tornare nell’Unione europea.

Non significa che domani mattina il Regno Unito busserà alla porta di Bruxelles con la valigia in mano. Ma qualcosa è cambiato. E parecchio.

Come riferisce AGI nell’articolo “Brexit, cresce il consenso per un ritorno nell’Ue”, un nuovo maxi-sondaggio realizzato da The Messina Group su 11.461 britannici mostra che il 49% sarebbe favorevole al rientro nell’UE, contro appena il 28,5% contrario. Ancora più significativo è un altro numero: il 54,9% considera la Brexit un fallimento.

Sono numeri difficili da liquidare come nostalgia europeista.

Il conto della Brexit

Il punto centrale è economico. La Brexit non ha provocato il crollo del Regno Unito profetizzato da alcuni suoi oppositori nel 2016. Londra non è sprofondata nella Manica, la City esiste ancora e il Paese continua naturalmente a commerciare con il resto del mondo.

Ma questo non significa che il divorzio sia stato indolore.

La Office for Budget Responsibility, l’organismo indipendente britannico che vigila sui conti pubblici, mantiene una valutazione pesante: l’attuale rapporto commerciale con l’UE dovrebbe determinare nel lungo periodo una produttività inferiore del 4% rispetto a quella che si sarebbe avuta restando nell’Unione. Importazioni ed esportazioni britanniche sarebbero inoltre destinate a risultare circa il 15% inferiori rispetto allo scenario della permanenza.

La House of Commons Library, nel fare il punto sugli studi disponibili, sottolinea correttamente che stabilire il costo preciso della Brexit è difficile, perché bisogna confrontare l’economia reale con un Regno Unito ipotetico rimasto nell’UE. Tuttavia, le principali analisi collocano la perdita di PIL rispetto a quello scenario in una forbice compresa fra il 2 e l’8%.

In altre parole, dire semplicemente che «la Brexit ha fatto perdere il 4 o il 6% del PIL» sarebbe fuorviante. L’economia britannica non si è contratta automaticamente di quella percentuale: secondo queste stime è cresciuta meno di quanto avrebbe potuto crescere senza Brexit.

La distinzione è importante. Ma il problema resta.

Sovranità conquistata, mercato perduto

La Brexit ha certamente restituito a Westminster poteri che prima erano condivisi con Bruxelles. Immigrazione, legislazione, accordi commerciali e regolamentazione sono tornati maggiormente nelle mani britanniche. Questo era uno degli obiettivi fondamentali del Leave e sarebbe scorretto fingere che non sia accaduto.

Il prezzo è stato però l’introduzione di nuove barriere nei rapporti con quello che rimane il principale mercato naturale del Regno Unito.

La geografia, del resto, è una bestia testarda. Si possono cambiare trattati e governi, ma non si può spostare Dover nell’Oceano Pacifico.

Ed è proprio questa realtà economica ad aver riportato l’Europa al centro della discussione politica britannica.

Burnham apre una porta

Il premier britannico Andy Burnham ha compiuto negli ultimi giorni un passo politicamente rilevante. Ha affermato che la Brexit ha prodotto più danni che benefici e che il Paese dovrebbe esaminare senza tabù tutte le possibilità per il futuro rapporto con Bruxelles: maggiore integrazione commerciale, unione doganale, mercato unico e persino, in prospettiva, il ritorno nell’Unione europea.

È una svolta rispetto alla prudenza con cui il Labour aveva affrontato per anni la questione.

Ma attenzione: parlare di rientro non significa che il rientro sia imminente. Burnham non ha annunciato un referendum a breve e un eventuale nuovo ingresso richiederebbe un lungo negoziato con i Ventisette.

E qui cominciano i problemi.

Londra non ritroverebbe la vecchia Europa

Il Regno Unito che lasciò l’UE godeva infatti di una posizione particolarissima. Aveva mantenuto la sterlina, era fuori da Schengen e disponeva di numerose deroghe e condizioni speciali conquistate in decenni di negoziati.

Non è affatto scontato che Bruxelles sia disposta a restituirgliele.

Il sondaggio YouGov pubblicato nel giugno 2026 mostra perfettamente il problema. In astratto, il 55% dei britannici si dichiarava favorevole al ritorno nell’UE. Ma quando veniva prospettata l’ipotesi di rientrare senza recuperare le vecchie deroghe, il consenso precipitava al 35%. Anche in Francia e Germania prevale l’idea che, se Londra vuole tornare, debba farlo rispettando le stesse regole fondamentali degli altri membri.

Insomma: molti britannici vorrebbero forse tornare nella vecchia UE à la carte. Ma quell’Europa potrebbe non essere più disponibile.

Ed è questo il vero nodo politico.

Brexit bocciata, ma l’UE non è diventata il paradiso

Sarebbe però troppo semplice trasformare le difficoltà britanniche nella celebrazione dell’Unione europea.

La Brexit ha mostrato i limiti dell’idea secondo cui bastasse uscire da Bruxelles per spalancare automaticamente le porte di una nuova età dell’oro britannica. Ma ciò non cancella i problemi dell’UE: burocrazia, centralizzazione, regolamentazione crescente, difficoltà economiche e tensione permanente tra sovranità nazionale e integrazione comunitaria.

La lezione britannica è dunque più complessa di quanto vorrebbero sia gli euroentusiasti sia i nostalgici della Brexit.

Uscire dall’Unione aveva un costo che nel 2016 fu probabilmente sottovalutato. Tornarci avrebbe a sua volta un prezzo politico e una cessione di sovranità che oggi molti britannici potrebbero non essere pronti ad accettare.

Il paradosso britannico

Ed eccoci al curioso punto d’arrivo.

Nel 2016 il Regno Unito scelse la Brexit perché una maggioranza degli elettori riteneva che stare fuori dall’Europa convenisse più che restarci. Nel 2026 una parte crescente del Paese sembra essersi convinta del contrario.

Il referendum del 2016 resta un fatto democratico e non può essere cancellato retroattivamente perché il risultato oggi piace meno. Ma proprio la democrazia consente a un popolo di cambiare opinione quando cambiano le circostanze o quando l’esperienza mostra conseguenze diverse da quelle attese.

La questione, dunque, non è più soltanto se la Brexit abbia funzionato. I dati economici e l’opinione pubblica britannica indicano che molte delle promesse più ottimistiche non si sono realizzate.

La vera domanda è un’altra: dopo avere scoperto quanto costa stare fuori dall’Unione, i britannici saranno disposti a pagare il prezzo politico necessario per rientrarvi?

Perché Bruxelles potrebbe anche riaprire la porta. Ma difficilmente rimetterà sul tavolo tutte le vecchie chiavi di casa.

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Pubblicato inGeopolitica

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