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CGIL, sindacato o partito d’opposizione?

Dopo che ieri in mezza Italia sono scesi in strada gli studenti o pseudo tali, (con i soliti relativi disordini e incidenti), oggi Roma torna a riempirsi di bandiere, slogan e megafoni. Da Piazza della Repubblica a Piazza del Popolo sfila “La Via Maestra”, manifestazione nazionale promossa dalla CGIL insieme ad ARCI e a numerose associazioni.

Ufficialmente si manifesta per lavoro, salari, sanità, scuola, welfare, ambiente, pace e Costituzione. Praticamente l’intero catalogo delle questioni politiche italiane, con qualche capitolo di politica internazionale aggiunto tanto per non farsi mancare nulla.

Ed è proprio questa vastità a sollevare una domanda: siamo ancora davanti a una mobilitazione sindacale oppure a una manifestazione politica di opposizione al Governo Meloni?

Gli organizzatori contestano l’esecutivo sul lavoro, sul welfare, sulla spesa militare, sulle politiche sociali e sulle prospettive di riforma della legge elettorale. È loro pieno diritto farlo. Ma proprio per questo è difficile presentare l’appuntamento come una semplice iniziativa in difesa dei lavoratori.

Quando un sindacato entra contemporaneamente nel merito di politica economica, politica estera, difesa, ambiente, immigrazione e legge elettorale, il confine fra rappresentanza sociale e battaglia politica diventa inevitabilmente molto sottile.

Il sindacato che vuole occuparsi di tutto

La CGIL rappresenta milioni di lavoratori e pensionati ed è naturale che intervenga sulle questioni economiche e sociali. Salari, contratti, sicurezza sul lavoro, pensioni e occupazione sono il suo terreno naturale.

Ma oggi nel grande calderone finiscono quasi tutti i temi dell’agenda politica.

E così il rischio è evidente: più si allarga il fronte, più il lavoratore concreto scompare dietro la manifestazione politica generale.

Il camionista schiacciato dal prezzo del gasolio, l’artigiano che deve pagare contributi e bollette, il commerciante che alza la serranda senza sapere quanto incasserà, l’operaio che vuole uno stipendio migliore e il giovane che cerca un lavoro stabile hanno problemi estremamente concreti.

Non necessariamente chiedono tutti la stessa politica estera, la stessa posizione sulla difesa o la stessa legge elettorale.

Il lavoratore, insomma, non è automaticamente un elettore dell’opposizione.

Sembra un’ovvietà. Eppure talvolta vale la pena ricordarlo.

I problemi esistono. Le ricette costano

Questo non significa negare le difficoltà.

Gli stipendi italiani hanno problemi di crescita, il costo della vita pesa sulle famiglie, la sanità presenta liste d’attesa spesso insostenibili e il lavoro precario rimane una realtà per molti giovani.

Su questi temi la protesta sindacale non soltanto è legittima: è necessaria.

Ma c’è un dettaglio fastidioso che nelle manifestazioni tende a rimanere ai margini: ogni promessa deve essere finanziata.

Più sanità, più scuola, più welfare, maggiori stipendi pubblici e maggiori investimenti richiedono risorse. E l’Italia non parte esattamente con il salvadanaio pieno.

Perciò il vero confronto dovrebbe essere sulle priorità e sulle coperture, non sulla quantità degli slogan.

Altrimenti la politica diventa una gigantesca letterina dei desideri: tutto subito, tutto per tutti e possibilmente senza che nessuno paghi il conto.

Peccato che quel conto, alla fine, arrivi sempre.

La Costituzione non è una bandiera di partito

C’è poi la Costituzione, richiamata fin dal nome della mobilitazione come “via maestra”.

Niente da eccepire sul richiamo ai principi costituzionali. Ma sarebbe altrettanto opportuno ricordare che la Costituzione non appartiene alla CGIL, alla sinistra, alla destra né al Governo.

Appartiene alla Repubblica.

Gli organizzatori contestano anche le ipotesi di modifica della legge elettorale, sostenendo che alcune soluzioni potrebbero indebolire la rappresentanza.

È una posizione politica perfettamente legittima.

Ma una posizione politica rimane.

Non basta pronunciare la parola “Costituzione” per trasformare automaticamente una tesi politica in un principio indiscutibile.

Piazza piena non significa Paese intero

Oggi vedremo probabilmente molte bandiere e ascolteremo molti discorsi. Ed è giusto che sia così: manifestare pacificamente è un diritto fondamentale.

Ma esiste anche un’altra Italia.

È quella che oggi lavora, tiene aperto un negozio, guida un camion, manda avanti un’impresa, entra in fabbrica, assiste un anziano, paga un mutuo oppure cerca semplicemente di arrivare alla fine del mese.

Non porta necessariamente una bandiera.

E soprattutto non è detto che riconosca nella piattaforma della manifestazione la propria visione del Paese.

Una grande piazza dimostra che molte persone condividono determinate rivendicazioni. Non dimostra che quelle rivendicazioni coincidano automaticamente con la volontà della maggioranza degli italiani.

Per stabilire quella esistono le elezioni.

Meno megafoni, più risposte

Il punto, dunque, non è impedire alla CGIL di manifestare. Sarebbe assurdo.

Il punto è chiedersi quale debba essere oggi la funzione di un grande sindacato.

Difendere concretamente i lavoratori oppure trasformarsi progressivamente in un soggetto politico che interviene su quasi ogni questione nazionale e internazionale?

Le due cose possono convivere, ma più il sindacato assume un profilo politico generale, più diventa inevitabile sottoporlo alla stessa critica riservata a qualsiasi protagonista della battaglia politica.

Oggi Roma sarà attraversata dal corteo. Gli slogan passeranno, i palchi verranno smontati e le bandiere torneranno nei magazzini.

Domani resteranno i problemi: gli stipendi, le fabbriche, le tasse, le pensioni, le imprese che devono rimanere competitive e i giovani che cercano un lavoro vero.

Ed è lì che si misura l’efficacia di una politica sindacale.

Perché un megafono amplifica magnificamente la voce.

Molto meno le soluzioni.

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Pubblicato inManifestazioni

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