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Un Tè per due? Gli Usa e la Russia a colloquio

“Ci vuole coraggio per sedersi al tavolo con il nemico,” si leggeva nei grandi romanzi. Ma quando si tratta di Stati Uniti e Russia, il coraggio sembra più una formalità. Certo, Donald Trump non è il classico protagonista di un romanzo di Dostoevskij, ma con la sua agenda per la pace in Ucraina, ci offre una trama che potrebbe mettere in difficoltà anche Tolstoj.

Ma facciamo ordine. Dopo anni di battaglie a colpi di droni, sanzioni e dichiarazioni roboanti, pare che Washington e Mosca siano finalmente pronte a parlarsi. E non è un incontro qualunque: in gioco c’è la fine di una guerra che è stata definita “per procura”, ma che somiglia più a un gigantesco risiko geopolitico. Sì, perché mentre Kiev e Mosca si bombardano, chi realmente tira i fili si trova a migliaia di chilometri di distanza, a cavallo tra le mura del Cremlino e le stanze ovattate della Casa Bianca.

Trump e Putin: un Gattopardo geopolitico

E allora ecco Trump, l’eterno showman, pronto a sedersi al tavolo con Putin come se fosse una scena del film “Tè per due”: “Facciamo un accordo, dai!” Ma il Cremlino, come sempre, non si accontenta di belle parole. Putin ha già fatto sapere che non accetterà un semplice cessate il fuoco. Dopotutto, chi si ferma è perduto, e Mosca non vuole congelare il conflitto per poi ritrovarsi a fronteggiare un’Ucraina ricaricata dalle munizioni Nato.

Ma perché ora? Perché questo improvviso interesse per la diplomazia? La risposta è un mix di stanchezza e strategia. Gli Stati Uniti, dopo aver speso miliardi per sostenere Kiev, iniziano a sentire il peso di un conflitto che non offre più guadagni tangibili. Dall’altra parte, la Russia sa che la guerra è una spada a doppio taglio: l’economia soffre, e anche se Putin si diverte a sfoggiare la resilienza del suo Paese, non è cieco alle difficoltà interne.

Il gioco delle leve

Il vero nodo, però, è il gioco delle leve. Gli Stati Uniti stanno fornendo a Kiev tutto il necessario per “negoziare da una posizione di forza”: mine antiuomo, armi a lunga gittata e soldi, tanti soldi. Una strategia che punta a far pesare l’Ucraina sul piatto della bilancia. Ma è sufficiente? Probabilmente no. Mosca, infatti, non solo ha il vantaggio territoriale, ma può contare su un fattore spesso sottovalutato: la fretta di Trump di chiudere la partita.

Trump vuole i riflettori. Vuole essere il pacificatore, il leader che ha messo fine alla guerra più sanguinosa d’Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma questa fretta potrebbe giocare a favore di Putin, che ha tutto l’interesse a negoziare direttamente con Washington, bypassando Kiev. Sì, perché per Mosca, Zelensky è poco più di un’ombra: “L’Ucraina non è un soggetto autonomo”, ha ribadito Lavrov, e la guerra non è tra Kiev e Mosca, ma tra Russia e Nato.

Zelensky: un uomo controvento

E Zelensky? Intento a pestare i piedi per non essere stato invitato all’insediamento di Trump, il presidente ucraino si trova in una posizione scomoda, quasi tragica. Gli Stati Uniti vogliono chiudere, la Russia vuole chiudere, ma lui sa che qualsiasi accordo lo lascerà fortemente indebolito se non proprio nudo, alla mercé di nemici e amici solo presunti. E allora gioca la sua ultima carta: la provocazione. Bombarda obiettivi sul territorio russo, alza il livello dello scontro, sperando di spingere Putin a una reazione spropositata che faccia saltare il banco diplomatico. Una strategia rischiosa, che per ora non sta funzionando.

Il sogno di Mosca

Ma cosa vuole davvero la Russia? Una pace storica, un trattato che metta fine non solo alla guerra in Ucraina, ma anche alle cause profonde del conflitto. Questo significa bloccare l’espansione della Nato, ottenere garanzie sulla neutralità dell’Ucraina e, soprattutto, stabilire un nuovo equilibrio di potere globale. In altre parole, Mosca non vuole solo la fine della guerra, ma un riconoscimento ufficiale del suo status di grande potenza.

Lavrov è stato chiaro: “Non ci interessa un cessate il fuoco temporaneo. Vogliamo un accordo che elimini le cause della crisi”. Parole che suonano come un monito: la Russia è pronta a negoziare, ma non a cedere.

Gli Stati Uniti e la Dottrina Monroe 2.0

E gli Stati Uniti? Con Trump al timone, è possibile un ritorno alla Dottrina Monroe, ma in versione aggiornata: meno interventi globali, più focus sull’emisfero occidentale. Una strategia che potrebbe includere accordi con Russia e Cina per una spartizione delle sfere di influenza. Fantapolitica? Forse. Ma in un mondo dove Trump propone di comprare la Groenlandia, nulla sembra impossibile.

Il tempo come arma

In tutto questo, il tempo gioca un ruolo cruciale. Il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, è dietro l’angolo. E Mosca lo sa bene. “Il tempo vola” ha detto Putin con il suo consueto aplomb. La Russia è pronta ad aspettare, sapendo che ogni giorno che passa aumenta la pressione su Washington.

Pace o prolungamento?

Insomma, siamo di fronte a un bivio storico. Gli Stati Uniti e la Russia hanno la possibilità di chiudere un capitolo buio della storia recente, ma le incognite sono tante. Trump riuscirà a convincere il suo establishment? Putin accetterà compromessi? E Zelensky, quale ruolo avrà in questo grande teatro?

Forse, alla fine, sarà proprio la politica, con i suoi compromessi e le sue ambiguità, a decidere il destino di milioni di persone. E mentre noi spettatori aspettiamo il prossimo atto, una cosa è certa: in questa partita, nessuno vuole essere il primo a lasciare il tavolo.

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Pubblicato inGuerra

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