L’ultimo sondaggio CENSIS conferma quanto gli italiani guardino con sospetto alle narrazioni ufficiali sulla guerra. Solo tre su dieci ritengono credibile l’ipotesi di un conflitto entro cinque anni, un dato che rivela più un senso di stanchezza verso i toni allarmistici che una vera convinzione sulle minacce esterne. In questa sfiducia si riflette il bisogno di chiarezza e concretezza: gli italiani non accettano più passivamente storie di pericolo, ma vogliono dati, contesti e motivazioni solide. Così, la narrazione dominante sulla possibilità di un attacco russo sulla Penisola viene spesso letta come un espediente per spingere al riarmo piuttosto che un annuncio di reale pericolo.
Scetticismo sulla minaccia russa
Quando si chiede agli italiani di indicare i Paesi più pericolosi, la Russia conquista il primo posto con il 50% delle preferenze, seguita da realtà lontane come Paesi islamici e Stati Uniti. Eppure questo primato non traduce un vero timore, perché molti percepiscono l’idea di un esercito in marcia verso l’Italia come un racconto da film piuttosto che un rischio concreto. L’aumento delle spese militari, i discorsi sugli armamenti e la retorica dell’inevitabilità del conflitto appaiono spesso frutto di spin politico-mediatico. In pratica, gli italiani tendono a distinguere tra aura spettacolare dei titoli e realtà delle prove sul campo, ricercando segnali più tangibili della minaccia prima di cambiare il proprio senso di sicurezza.
Giovani riluttanti a indossare la divisa
Tra i 18 e i 45 anni, la disponibilità a combattere crolla al 16%. Questo non è un segno di viltà, ma la conseguenza di un contesto in cui il servizio militare non è più vissuto come un’esperienza collettiva, bensì come un’opzione professionale tra molte. Il giovane italiano fatica a immaginarsi in trincea, perché la guerra è percepita come un mondo lontano: si parla di scenari in Ucraina o in Medio Oriente, ma non di battaglie sul nostro territorio. Inoltre, la scomparsa della leva obbligatoria ha cancellato quel senso di “dovere condiviso” che un tempo univa coetanei di diverse estrazioni sociali. Oggi, chi decide di entrare nell’esercito lo fa per vocazione, non per obbligo, e quella vocazione è sempre più rara.
La voglia di restare neutrali
Nei conflitti aperti in Europa e in Asia, la maggior parte degli italiani – tra il 62% e il 70% – preferisce mantenere la neutralità. Questa tendenza non nasce da indifferenza, ma da un netto rifiuto di schieramenti preconfezionati, spesso mediati dai grandi talk show televisivi. L’idea di “tifare” per Kiev o per Mosca, per Tel Aviv o per Gaza, risulta spiazzante perché toglie spazio al pragmatismo: intervenire o meno in una crisi va valutato sui possibili effetti concreti per il nostro Paese, non sulla base di bandiere ideologiche. In questa logica, “restare fuori” significa proteggere gli interessi nazionali, salvaguardare le risorse economiche e ridurre i rischi di escalation militare.
Un “noi” lontano dal concetto di Patria
Oggi, il legame con la propria Patria è frazionato: il 65% degli italiani teme di non resistere senza l’aiuto degli alleati, segno di una fiducia più grande nelle organizzazioni sovranazionali che nel proprio spirito combattivo. La parola “Patria” evoca un dovere collettivo che molti non riconoscono più, perché mancano riti e momenti comuni – come la leva obbligatoria – che un tempo cementavano il senso di appartenenza. Al giorno d’oggi, l’attaccamento al territorio si esprime più con l’amore per i luoghi dell’infanzia o la difesa dell’ambiente che con la volontà di morire per un confine. Questo spostamento di valori rende estremamente fragile qualsiasi discorso sulla difesa militare come dovere civico.
Fiducia tiepida in NATO e difesa europea
L’atteggiamento verso la NATO è ambivalente: se il 49% vorrebbe rafforzarne il ruolo, resta marcata la confusione sul tipo di impegno richiesto, tanto che il 63% percepisce nei dazi economici una forma di “guerra commerciale”. D’altro canto, il 58% appoggia l’idea di un esercito europeo unito, mentre solo il 26% è disposto ad aumentare le spese per le armi. Questo doppio orientamento segnala la ricerca di soluzioni condivise, che evitino la contrapposizione diretta tra Stati nazionali e puntino su strutture sovranazionali capaci di garantire sicurezza collettiva. In altre parole, gli italiani preferiscono affidarsi a un’Europa più forte sul piano difensivo piuttosto che a interventi strettamente nazionali.
No alle narrazioni di allarme permanente
Il quadro che emerge dall’indagine CENSIS è quello di un Paese che non si lascia più convincere dalle narrazioni di allarme permanente. Gli italiani chiedono trasparenza, fatti concreti e un approccio pragmatico: vogliono sapere come le scelte di politica estera e di difesa possano influire davvero sulla loro vita quotidiana, piuttosto che ascoltare monologhi apocalittici. In un mondo in cui le tensioni globali accelerano, il desiderio di neutralità e l’attenzione alle soluzioni collettive diventano la nuova cifra del pensiero nazionale.

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