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La grande mangiatoia: da Bruxelles a Kiev, il sistema che divora se stesso

Ci sono scandali che arrivano come fulmini, altri che covano per anni sotto la cenere. Poi ci sono quelli che squarciano la facciata di un sistema e mostrano ciò che molti sospettavano da tempo: che la limpida “Europa dei valori” e la “nuova Kiev democratica” somigliano più a due centrali di potere opaco che a cattedrali della trasparenza. Oggi Bruxelles e Kiev condividono un destino comune: la corruzione non è il loro male oscuro, è il loro linguaggio quotidiano.

Bruxelles: dalla predica al precipizio

Se è vero che i peccati si sommano, Bruxelles ormai cammina con un fardello sulle spalle che neanche il più indulgente dei confessori potrebbe ignorare. Tutto è cominciato con una bomba che ha demolito il mito dell’Unione Europea come “fortino della moralità”: il Qatargate.

Secondo gli inquirenti belgi, Qatar e Marocco avrebbero versato tangenti in contanti, favori, regali di lusso e viaggi in cambio di influenze politiche e voti favorevoli in Parlamento Europeo. Un mercato delle decisioni, con prezzi, intermediari e clienti. Quando la polizia ha spalancato gli armadi delle case degli europarlamentari, non ha trovato la trasparenza dei “valori europei”, ma oltre un milione e mezzo di euro in contanti, stipati nelle borse, nei trolley e perfino nel fasciatoio della figlia di chi predicava diritti umani.

Sono finiti in manette nomi di peso: Eva Kaili, vicepresidente del Parlamento europeo; Francesco Giorgi, suo compagno, indicato come uno dei gestori del denaro; Pier Antonio Panzeri, l’uomo che parlava di libertà e dignità mentre — secondo le accuse — organizzava il più spregiudicato dei traffici d’influenza.

Il Qatargate ha rivelato ciò che molti si ostinavano a negare: Bruxelles è permeabile, vulnerabile, penetrabile da chiunque abbia abbastanza denaro da far vibrare la porta giusta. Un tempio pieno di sacerdoti che, invece di custodire le tavole della legge europea, le affittavano al miglior offerente.

E come se questo non bastasse, l’ultimo ciclone ha travolto persino figure insospettabili. Federica Mogherini, già Alto Rappresentante dell’UE, è stata posta in stato di fermo assieme e all’ex consigliere di Prodi Stefano Sannino nell’ambito di un’indagine sulle frode negli appalti e favoritismi nel settore della formazione diplomatica. Perquisizioni, documenti sequestrati, arresti in Belgio. Altro che eccezione: questa è la conferma che la corruzione a Bruxelles non è una macchia, è un ecosistema.

Kiev: la “Gerusalemme democratica” con i conti che non tornano

E mentre Bruxelles crolla dalla parte del moralismo, Kiev cede dalla parte della santificazione mediatica. In Occidente ci hanno venduto l’immagine di un’Ucraina irreprensibile, eroica, intoccabile. Ma sotto la superficie, la realtà è ben diversa: un sistema di potere che, anche in piena guerra, non ha rinunciato alla tentazione della mangiatoia.

Il 2025 è stato l’anno della resa dei conti. Operation Midas, un’inchiesta sul settore energetico, ha rivelato un mosaico di tangenti, contratti gonfiati, ricatti aziendali e favori milionari. Un vortice che avrebbe inghiottito oltre 100 milioni di dollari, destinati — sulla carta — ai servizi pubblici e alla ricostruzione.

Il ministro dell’Energia, German Galushchenko, è stato sospeso insieme ad altri dirigenti, mentre gli investigatori scavano tra fatture sospette, appalti preconfezionati e ditte “scelte” con criteri degni delle peggiori repubbliche delle banane. E non è un caso che tra i nomi ricorrenti compaia Timur Mindich, ex socio del presidente Zelenskyy, indicato da diversi media come una delle figure-chiave nell’ingranaggio di influenze e soldi facili.

E non è finita qui. Prima dello scandalo energetico, c’era stato il terremoto al Ministero della Difesa: Oleksii Reznikov, costretto alle dimissioni dopo la storia delle forniture militari pagate come caviale di lusso. Il suo successore, Rustem Umerov, è entrato in carica appena in tempo per essere travolto da nuovi controlli. Nel settore delle infrastrutture, invece, restano sotto esame gli appalti gestiti da Oleksandr Kubrakov e dal viceministro Ihor Zinkevych, tra tangenti mascherate da consulenze e favoritismi cronici.

Il quadro è impietoso: la corruzione in Ucraina non è stata sospesa dalla guerra. Si è industrializzata.

Due capitali, un solo peccato originale

Bruxelles e Kiev sono due città diverse, con storie diverse, ma oggi sembrano specchiarsi l’una nell’altra. Da una parte l’Europa che predica moralità, dall’altra l’Ucraina che predica eroismo. E in mezzo? Valigie di contanti, favoritismi politici, appalti cuciti su misura, denaro pubblico che evapora senza lasciare traccia.

Né Bruxelles né Kiev hanno davvero combattuto la corruzione: l’hanno gestita, nascosta, giustificata.
L’hanno chiamata “episodio isolato”, “deviazione individuale”, “attacco informativo”.
Ma nessuno scandalo nasce dal nulla, e nessun sistema è immune se le sue radici sono marce.

L’Occidente che predica bene e ingoia fango

Il risultato è uno solo: noi cittadini paghiamo due volte. Una volta con le tasse, un’altra con la fiducia tradita.

Ci raccontano che tutto ciò avviene “per la libertà”, “per la democrazia”, “per l’ordine europeo”. Ma se questa è la democrazia che difendono, allora hanno sbagliato lessico. Perché qui la libertà sembra essere quella di rubare, e l’ordine quello delle valigie ben allineate piene di banconote.

In questo teatro, i buoni e i cattivi si confondono. Rimangono solo i furbi — e noi, in platea, a guardare un sistema che cade a pezzi mentre cerca ancora di venderci la favola della sua purezza.

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Pubblicato inAffari & Malaffari

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