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Milano-Cortina 2026, le Olimpiadi a cantieri aperti

Dal 6 al 22 febbraio 2026 l’Italia accenderà il braciere olimpico. Mentre si stendono i tappeti rossi e si lucidano le telecamere della mondovisione, il vero scenario è quello dei cantieri ancora aperti. Numeri alla mano, come segnalano Libera e Open Olympics 2026 ripresi dai media nazionali, su 98 opere pianificate soltanto 16 sono concluse; più della metà vedrà la luce dopo le Olimpiadi, forse entro il 2033. La favola delle “Olimpiadi leggere” è svanita da tempo, mentre la spesa pubblica sfiora i 3,4 miliardi.

Impianti in affanno e compromessi dell’ultimo minuto

Se gli organizzatori assicurano che le strutture sportive saranno pronte, la realtà è molto più sfumata. Anche alcune opere essenziali verranno consegnate “a pezzi”, solo nella parte utilizzabile per le gare. È il caso della pista di bob di Cortina, il famigerato Sliding Centre “Eugenio Monti”, simbolo di un progetto che doveva essere economico e veloce e che invece è diventato l’esempio plastico della corsa contro il tempo. Non va molto meglio sulle strutture per la neve artificiale – Anterselva, Predazzo, Livigno, Tesero e persino lo Stelvio – che restano un “work in progress” fuori tempo massimo. Lo stesso Villaggio olimpico di Cortina, un agglomerato di casette temporanee, necessita ancora di una lunga serie di interventi per arrivare al minimo indispensabile.

Le strade che non portano ai Giochi (almeno per ora)

Le opere più in ritardo sono i collegamenti. Nel Bellunese si annuncia trionfalmente la mobilità sostenibile, ma la variante di Longarone è ancora bloccata dalle procedure e i lavori partiranno dopo l’evento, con consegna nel 2029. È addirittura surreale il caso della variante di Cortina, dove solo un lotto sarà pronto, mentre per gli altri due bisognerà attendere fino al 2032.

Scendendo in Lombardia la musica non cambia: la variante Trescore-Entratico slitta al 2029, così come la galleria di Ponte di Legno. La tangenziale di Sondrio arriverà nel 2027, mentre la variante di Vercurago punta al 2033. Non c’è soltanto l’asfalto che manca: anche il collegamento ferroviario tra Malpensa T2 e la linea del Sempione non rispetterà la scadenza olimpica. E la nuova stazione di Trento sarà pronta solo a fine 2026, quando ormai i riflettori saranno spenti.

La verità è che una parte sostanziosa della spesa servirà a eventi già conclusi. Un’assurdità che nessun comunicato istituzionale riesce a nascondere.

Olimpiade spezzatino: cinque villaggi, zero unità

A chi si chiede dove alloggeranno gli atleti, la risposta lascia interdetti: non esiste un solo villaggio olimpico, ma ben cinque poli diversi, distribuiti fra Milano, Cortina, Predazzo, Bormio e Livigno. Con delegazioni e staff sparpagliati, la retorica dell’Olimpiade “di prossimità” si trasforma in un continuo andare e venire lungo mezza Italia settentrionale.

Per chi dovrà muoversi tra un evento e l’altro – dirigenti, tecnici, giornalisti, persino arbitri – il viaggio non sarà una passeggiata: Milano e Cortina distano quasi 400 chilometri, senza contare le valli lombarde e trentine da raggiungere con navette e pullman attraverso strade tutt’altro che idonee ai grandi flussi. Il sogno della mobilità “green” si infrange sulle curve delle nostre montagne, dove la sostenibilità rimane uno slogan da conferenza stampa e la realtà, invece, viaggia stipata su colonne di pullman a gasolio che ansimano sull’asfalto.

Torino 2006 ha insegnato qualcosa a qualcuno?

Viene da chiedersi come sia possibile ripetere errori evidenti. La pista di bob di Cesana Pariol, una delle più costose al mondo, oggi è un fantasma nel bosco. I trampolini di Pragelato cadono a pezzi. Il Villaggio olimpico di Torino, nato come fiore all’occhiello, è diventato un quartiere segnato da degrado e occupazioni abusive prima dei tentativi di riqualificazione.

Eppure eccoci di nuovo qui, con una nuova pista da bob che rischia la stessa sorte e con opere avviate non per i territori, ma per una scadenza televisiva ormai imminente.

Un’eredità che nasce già vecchia

Quando le medaglie saranno tutte assegnate, quando l’inno smetterà di risuonare nelle Alpi e il mondo spegnerà la tv, resteranno le transenne, i debiti e quei lavori mai finiti che l’Italia si troverà sulle spalle per anni. La “legacy”, parola tanto sbandierata, si trasformerà in un’altra collezione di progetti completati a Giochi finiti. E la festa del mondo si rivelerà, ancora una volta, la nostra magra consolazione.

Lo sport merita di più. E l’Italia pure.

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Pubblicato inSport

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