Ogni anno è la stessa storia. Finiscono gli esami di maturità e, insieme ai voti, arriva l’attesissima raccolta degli strafalcioni. È quasi un rito estivo nazionale, al pari del tormentone musicale, delle autostrade intasate e dei servizi televisivi sulle temperature africane. C’è chi aspetta il risultato dell’esame e chi, più semplicemente, aspetta di leggere quale nuova perla sia uscita dalla bocca di qualche maturando.
Anche il 2026 non ha tradito la tradizione. A raccogliere alcuni degli episodi più curiosi è stato Leggo, nell’articolo “Maturità 2026, gli errori più assurdi tra scritti e orali”, riportando gli aneddoti raccontati da commissari provenienti da diverse commissioni d’esame. Altri casi analoghi sono stati ripresi da Open, Orizzonte Scuola, Skuola.net e Tecnica della Scuola, segno che gli svarioni continuano ad essere un fenomeno che incuriosisce, diverte e, in qualche caso, inquieta.
Perché se è vero che gli errori fanno sorridere, è altrettanto vero che raccontano qualcosa dello stato di salute della nostra scuola.
Napoleone nel Novecento e Leopardi fuori posto
Tra le perle di quest’anno c’è chi ha sistemato Napoleone nel Novecento, chi ha fatto convivere il Risorgimento con il fascismo, chi ha trasformato Leopardi in un collega di Manzoni, chi ha spedito Pirandello nel Romanticismo e chi ha dimostrato di avere con la geografia un rapporto talmente complicato da far sembrare Cristoforo Colombo un navigatore satellitare.
Naturalmente nessuno pretende che un ragazzo ricordi ogni data o ogni dettaglio. L’emozione dell’esame può giocare brutti scherzi e un lapsus capita anche ai professori. Ma quando le confusioni riguardano i fondamenti della storia, della letteratura o della geografia, qualche domanda è inevitabile.
La verità è che questi strafalcioni sono un po’ come la febbre: non sono la malattia, ma il sintomo.
Il sapere ridotto a schemino
Molti insegnanti osservano infatti come gli studenti di oggi abbiano spesso un patrimonio di conoscenze più frammentato rispetto al passato. Non necessariamente studiano meno; studiano diversamente. Riassunti, mappe concettuali, video di tre minuti, tutorial, dispense e schemi hanno progressivamente sostituito il vecchio libro sottolineato, consumato e pieno di appunti.
Il rischio è evidente: si imparano parole chiave, ma non si costruisce una vera cultura. Così basta che il commissario esca dal copione perché il castello di carte crolli in pochi secondi.
L’effetto social e la cultura del “tutto e subito”
Un ruolo lo giocano anche i social network. Abituati a contenuti sempre più brevi, molti ragazzi faticano a mantenere l’attenzione su testi complessi. Dante, Manzoni, Tacito o Leopardi mal si adattano ai tempi dei reel da trenta secondi.
Poi c’è l’intelligenza artificiale, protagonista silenziosa della Maturità 2026. Strumento prezioso, se utilizzato per comprendere gli argomenti. Pericolosa scorciatoia se diventa il modo per evitare la fatica dello studio. Un riassunto perfetto generato in pochi secondi può dare l’illusione di sapere tutto. Peccato che, davanti a una commissione, non ci sia il tasto “Rigenera risposta”.
Competenze senza conoscenze?
Negli ultimi anni si è parlato moltissimo di competenze, problem solving, interdisciplinarità e didattica innovativa. Tutto giusto. Ma una domanda rimane: si può davvero sviluppare il pensiero critico senza solide conoscenze?
È difficile commentare Dante se non si sa quando è vissuto. È complicato parlare della Seconda guerra mondiale se la si confonde con il Risorgimento. E diventa quasi impossibile discutere di geopolitica se non si sa distinguere il Regno Unito dalla Gran Bretagna.
Non una generazione impreparata, ma una scuola da interrogare
Naturalmente sarebbe ingeneroso dipingere un’intera generazione come impreparata. Ogni anno migliaia di studenti ottengono risultati eccellenti, affrontano gli esami con competenza e proseguono brillantemente gli studi universitari. Gli strafalcioni fanno notizia proprio perché sono eccezionali. Ma sarebbe altrettanto miope archiviarli come semplici barzellette estive.
Forse il problema non è che i ragazzi siano meno intelligenti dei loro genitori. Probabilmente sono semplicemente cresciuti in un mondo completamente diverso, dove le informazioni sono infinite ma il tempo dedicato ad approfondirle è sempre più ridotto.
Un tempo si diceva che “la cultura pesa”. Oggi sembra prevalere l’idea opposta: meglio viaggiare leggeri, tanto c’è sempre uno smartphone pronto a rispondere. Peccato che durante l’esame lo smartphone resti nello zaino.
Quando la realtà supera la satira
E allora capita che Napoleone finisca nel Novecento, Leopardi cambi secolo, il Medioevo si trasferisca nel Rinascimento e la geografia diventi una disciplina creativa. Fa ridere? Certamente.
Ma è quella risata che, dopo qualche secondo, lascia spazio a una domanda assai meno divertente: stiamo davvero formando cittadini capaci di comprendere il mondo oppure semplici consumatori di informazioni veloci?
L’esame più difficile è quello della scuola
Forse è questa la vera domanda che la Maturità 2026 consegna alla scuola italiana. E, a differenza degli studenti, questa volta l’esame dovrà sostenerlo l’intero sistema educativo.
Perché gli strafalcioni sono sempre esistiti e sempre esisteranno. La differenza è che oggi vengono amplificati dai social e diventano fenomeni virali nel giro di poche ore. Tuttavia, se è sbagliato trasformare qualche svarione in una condanna dell’intera generazione, è altrettanto sbagliato liquidare tutto con una risata.
Quando un numero crescente di studenti mostra difficoltà nel collocare gli eventi storici, nell’attribuire correttamente un’opera al suo autore o nel padroneggiare concetti basilari di geografia e cultura generale, il problema non riguarda soltanto chi sostiene l’esame. Riguarda anche il modo in cui si insegna, il valore attribuito allo studio e una società che spesso privilegia la velocità alla profondità.
Forse dovremmo imparare anche noi
Alla fine, gli strafalcioni della Maturità 2026 raccontano due storie.
La prima è quella, divertente, degli errori che ogni estate alimentano le cronache e strappano un sorriso.
La seconda, molto meno comica, è quella di una scuola chiamata a ritrovare un equilibrio tra innovazione e solide basi culturali. Perché l’intelligenza artificiale, i social, i video da trenta secondi e i riassunti automatici possono essere strumenti utilissimi, ma non sostituiranno mai la conoscenza, il ragionamento e la curiosità.
In fondo, la vera maturità non consiste nel ricordare una data a memoria, ma nel saper collegare i fatti, comprendere la realtà e sviluppare un pensiero autonomo. E questa è una lezione che riguarda non solo gli studenti, ma tutti noi.

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